Ritratto della Presunta Metropoli: la Milano di Gianluca Ferraris

in Noir

Gianluca Ferraris – Sono arrivato a Milano nell’estate del 2002. In città non conoscevo praticamente nessuno – a parte una tizia che frequentava la mia stessa spiaggia toscana quando eravamo adolescenti e che si premurò di avvisarmi che non poteva vedermi neanche per un caffè in quanto già fidanzata, e qualche giornalista che non avevo nessuna voglia di frequentare. Così le prime due persone con cui intrapresi un discorso compiuto fuori dall’ufficio furono un gesuita che annusato il caso umano mi allungò un volantino con su scritto Dio è VERAMENTE tuo amico e uno spacciatore di Isola. Ero sceso dall’Intercity da due giorni, faceva un caldo improponibile e non riuscivo a decifrare i quartieri in cui vagavo ceffando costantemente il senso di marcia della 90/91. Vedevo palazzi dove la coesistenza forzata e le spaccature sociali sembravano poter far esplodere il conflitto in qualsiasi momento, poi appena girato l’angolo incrociavo bambini ariani che sfrecciano sui loro monopattini in carbonio, inseguiti da madri magre, fintamente apprensive ma non necessariamente rifatte. Una città policroma, bidimensionale e moderatamente ostile letta attraverso le lenti di un pamphlet di Bianciardi comprato al discount.

Ho messo per la prima volta a fuoco questa dicotomia qualche giorno fa, quando gli amici di TodoModo.Club mi hanno chiesto di raccontare qua sopra la scelta di ambientare a Milano la mia trilogia noir appena conclusa (A Milano nessuno è innocente, 2015; Piombo su Milano, 2016; Shaboo, 2017), e quale visione letteraria della città ne sia scaturita.

Senza scomodare Steinbeck e il suo «scrivi solo di ciò che sai», mi accontento di rispondere che quello tra Milano e il noir è un matrimonio funzionante perché entrambi hanno questa caratteristica comune: non esistono quasi più buoni e cattivi in senso assoluto, ma solo un’immensa zona grigia dove diventa difficile distinguere, scindere, interpretare. Chiariamoci: io amo questa città, che mi ha accolto e mi ha dato l’opportunità di realizzarmi, e la trovo molto più piacevole, viva e accogliente di quanto la trovino i miei personaggi in pagina. In questo, forse, sta la differenza più marcata fra città percepita e città di cui scrivo. Ma se pensiamo alla parabola attraversata dal capoluogo lombardo negli ultimi anni non possiamo nasconderci come quella zona grigia di cui parlo abbia continuato a estendersi, e come una certa coesione sociale si sia sfilacciata, un po’ a causa degli eventi e un po’ a causa di certi agitatori di professione che soffiano sulla paura. Su qualunque paura.

 

Quello tra Milano e il noir è un matrimonio funzionante perché entrambi hanno questa caratteristica comune: non esistono quasi più buoni e cattivi in senso assoluto, ma solo un’immensa zona grigia dove diventa difficile distinguere, scindere, interpretare

Anzi, talvolta ho l’impressione che proprio la piega presa dagli eventi abbia finito per condizionarci, sia sul piano narrativo che dal punto di vista dell’approccio. La cronaca nera è diventata una compagnia quotidiana: sovraesposta, twittata, urlata, brandita come una clava, masticata e sputata. Se da un lato continua a offrire spunti eccezionali, che neppure la mente più deviata riuscirebbe a partorire a freddo, dall’altro ci ha avvicinati troppo – tutti: scrittori e lettori – al police procedural. Dunque tracciare un percorso cadavere-indagine-assassino non basta più. A noi giallisti tocca trasformare i nostri libri in piccoli cloni della ricerca di Staid sulla marginalità urbana. Tocca scavare i comportamenti, individuare le dinamiche: il che significa indagare sull’incesto fra città legale e illegale, se sei a Roma. O sul loro rapporto quasi dialettico, se ti trovi a Milano. Ma può significare anche ingannare il lettore. Non depistarlo: intendo proprio ingannarlo.

Gli scrittori di genere che preferisco – shortlist non esaustiva: Hammett e Chandler, Scerbanenco, McBain, Carlotto, Dazieri, Machiavelli, Winslow, ma pure la Christie quando evade dalle stanze chiuse e King che gioca in un altro campionato – sono dei virtuosi dell’ambiguità e risultano altrettanto virtuosi nel portare il lettore là dove vogliono, con poca fretta e senza che lui se ne accorga. Dunque, quale scenario migliore di una città viva, pulsante, contemporanea e vera, benché destrutturata dall’esigenza dell’autore? Dove quest’ultimo può concedersi tutte la libertà di movimento di cui necessita, mentre i suoi protagonisti e chi ne segue le gesta viaggiano a tentoni come dentro un labirinto degli specchi.

Quale scenario migliore di una città viva, pulsante, contemporanea e vera, benché destrutturata dall’esigenza dell’autore?

Ecco, questa in fondo è la Milano che volevo raccontare. Il labirinto di specchi, la Presunta Metropoli. Gabriele Sarfatti, il mio personaggio seriale, è un cronista di nera, un precario, un tossicodipendente e un quasi quarantenne single: in pratica tiene insieme le quattro categorie che più di tutte tendono a vivere, con consapevolezza o solo per inerzia, in un eterno presente. Solo che intorno a lui le cose cambiano. Velocemente e non sempre in meglio.

 

foto di Marco Crupi sotto creative commons

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Sicuramente qualcuno dei suoi tanti aficionados avrà contato quanti pugnali ha scagliato,

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