Polvere, un racconto di Marco Bisanti

in Narrazioni

 

[…]
Le cose sono il loro futuro di polvere.
Il ferro è la ruggine. La voce, l’eco.
Adamo, il giovane padre, è la tua cenere.
[…] però adesso
In questo lungo giorno che non passa,
Mi sento duraturo e derelitto.

J.L. Borges, Adamo è la tua cenere
(Storia della notte, 1977 – trad. ita Domenico Porzio e Hado Lyria)

 

Una persona si annoia. Sta in casa e nessuno al mondo è mai riuscito a fermare tutti gli orologi, pensa: ce n’è sempre uno in più, al riparo di una cuna perduta nei boschi. Se un giorno qualcuno li trovasse tutti, dopo non ci sarebbero più giorni. Nel frattempo, verde al tramonto, la luce continua a tagliare traguardi siderali per raggiungere i terrestri agli antipodi e chiarire le superfici. A volte, sotto un fitto di nubi la città trema in sua assenza. L’uomo però ha imparato a sostituirla e vivere anche senza.
Adesso è sera, per esempio, e un lume acceso azzarda l’esistenza degli oggetti nella sala in fondo al corridoio: costole di libri, gomiti di astucci, colli di bottiglie, scapole di cornici, gambe di sedie, braccia di attaccapanni. All’elenco si aggiunge il barlume di un arredo: l’anatomia di un tavolino rettangolare sul lago rosso di un tappeto, davanti a un divano. Infossato, il divano. Spiccano in secondo piano un piano a muro e un bronzo di Pan, con quel muro sullo sfondo affollato di quadri. Vecchi, i ricordi. Urlano di un uomo che, morendo, ha sbranato un’intera collezione d’arte nelle case dei dieci nipoti. Ma questa è una storia già ripassata a mente il pomeriggio.
A quest’ora, come si dice, in prima serata, la lastra televisiva buia trasmette il riflesso del divano vuoto: l’occupante è andato in camera da letto e la sala descritta non esiste più per nessuno da qualche minuto. La persona non ha fame, ha la pancia gonfia, la testa pulsante, qualcosa torna dall’esofago: ha mangiato molto a pranzo e ora ha anche freddo alle orecchie perché si è tagliato i capelli da poco. La vestaglia appesa a un uncino dietro la porta della camera è calda, così ora il divano della sala sembra un posto gentile e lo schermo si riempie di una persona seduta.
Aspetta di capire quante volte si è alzato dalla sua vita facendo nuove esperienze, mosso a zone dello spirito inesplorate. Aspetta di capirlo e intanto resta fermo, beato già della sola ipotesi che esista una risposta, ma senza volerla incontrare davvero. Il suo spirito ricorda una Pangea che aspetta ancora la deriva, le placche non si sono mai spostate più di tanto. Nessun mare ha potuto mai addolcire le zolle fratte e allontanate.
Dicono invece che la vita sia un’apertura continua e si debba rinascere, finché non si muore, per poi rinascere ancora. Come fenici, come spirali. Come smettere di pensare a lei, però, è una domanda troppo alta, appesa al lampadario che si fa guardare, immobile. Senza moto, offre il suo mistero al vocabolario: potesse leggere nel vetro che ramifica i cavi elettrici gemmando in bulbi di lampadine, forse la persona saprebbe come smettere di pensare a lei.
Ma gli oggetti parlano una lingua difficile e, forse perché amano questa persona, non osano rimproverargli un’esistenza persino più immobile della loro; pare quasi avere addosso la polvere iniziata con Adamo e non vedere, occhi spenti, le storie che brulicano rimaste intatte sui mobili di questa sala.
Finché una cosa lo attira: qualcosa di sfuggente ma censita dalla coda dell’occhio che, incuriosito, esce dalla fossa in cui orbitava un attimo prima. Così, oltre l’iride gli oggetti ridiventano oggetti e la persona di nuovo persona. Persona che guarda lo specchio alla sua sinistra. Poi, subito sparisce.
Riflette: l’ombra che ho visto passare non poteva certo essere la mia. Non c’è tema che lo specchio abbia imitato un movimento, benché minimo, del suo corpo. Fino a poco fa, lui era un oggetto immobile tra gli altri. Chissà però, forse è la stanchezza. Sì, sono stanco, tanto. Occhi come sipari pesanti, il teatro è dietro o davanti?
Quando si sveglia dal primo sonno, ancora sul divano, la fioritura della notte è un invito in camera da letto. Ma torna la sensazione, come di interferenza. La coda dell’occhio rivede qualcosa e non dice cosa, lo sussurra ma non si distingue, eppure è certo che abbia parlato. Al terzo passaggio, infine, si vede pienamente. La coda dell’occhio riavverte un’ombra e la macchia nera ora si ferma.
Gira la testa e non ci crede. Accanto a lui, che stava per ricadere quasi nel sonno, c’è un topo. Un topo è entrato in casa a svegliare la polvere e ora sta in paralisi sulla camicia atterrita, lasciata nel pomeriggio sopra lo schienale della poltrona accanto al divano. La persona si alza di scatto, non gli stacca mai gli occhi di dosso e si proietta sull’uscio del soggiorno allibito.
Chissà se il topo ha un colore particolare degli occhi. Quelli verdi della persona lanciano saette al roditore che si compulsa dietro il divano. I mobili restano fermi, spiegando la differenza tra uomo e oggetti. L’inquietudine infatti non è la forma o la dimensione del topo, ma vederlo muoversi sulle piastrelle come un nervo elettrico senza controllo direzionale che faccia dire, ecco, ora sta qua, ora andrà lì, poi salterà via.
La notte passa e il cielo torna chiaro a ritmo di caccia nella sala, barricate in camera da letto, scricchiolii di plastica in cucina, e un ultimo pensiero davanti alla scatola col prigioniero. Appiattendosi per passare sotto la porta, l’invertebrato ospite nero avrà spazzato pure la polvere che stava nell’uscio?
La mattina frana su questa domanda e il caffè accompagna la persona davanti all’unico quadro non autentico che sta ancora in sala. A lei piacevano i puzzle e a lui ora nasce una domanda mai fatta prima: chissà che sta facendo a quest’ora Chagall. Chissà che fa Chagall come pura materia trasformata; non col cappello e le mani sporche di colore: ma come sua metamorfosi di polvere, per la legge che nulla si crea, nulla si distrugge. Chissà dove starà galleggiando adesso quella polvere esalata dalla terra lieve e giunta al vuoto interstellare, ma pur sempre col quel nome, perché di lui esiste ancora la materia indistruttibile. Chissà che fa, una polvere con un nome.

 

Marco Bisanti.  Giornalista professionista (La Sicilia, Il Resto del Carlino, Rai Sicilia) e consulente Herzog, ha tradotto dall’inglese narrativa e saggistica per gli editori Castelvecchi, Alfabeta2, Newton Compton e Crisalide.
Ha curato uffici stampa di eventi culturali, occupandosi anche di editing e curatele per riviste e piccoli editori (21, Ensemble).
Collabora con la Casa delle Traduzioni di Roma, è co-fondatore dell’associazione culturale Due Parole, dedita a progetti di promozione della lettura, e direttore responsabile di Epékeina, International Journal Of Ontology, Hystory and Critics, semestrale cartaceo e telematico edito da CRF, presso l’Università di Palermo. Qualche suo racconto è apparso in riviste sul web (Argonline, El Aleph) e alcune sue poesie in più miscellanee dell’editore Giulio Perrone.
Sito: pupidizuccaro.com | Blog: esageratore.wordpress.com