Blade Runner 2049, sequel e hỳbris

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Da oggi collabora con Todomodo.club anche Marco “Zak” Marincola che si presenta così:
“Studi classici. Ingegneria. Economia.
E quantità non convenzionali di arti grafiche.
Ha 2 figli che educa in base a tutto quanto scritto nelle righe sopra”.
Debutta sulle nostre colonne con le sue visioni. Iniziamo da Blade Runner 2049. 
Le sue vignette sono caratterizzate da un tratto nervoso ed essenziale che spalancano piccoli mondi, anche l’illustrazione del pezzo è ovviamente sua.

 

 

Blade Runner 2049 – Il pregiudizio

Sto andando a vedere Blade Runner 2049, e ritengo necessario esorcizzare un mio pregiudizio sui sequel, e in particolare su questo che sto per vedere.
Per “sequel” intendiamo qualcosa di nato a posteriori rispetto all’opera originale, non qualcosa di già previsto. Intendiamoci anche sul fatto che alcuni spacciano una cosa del primo tipo per una del secondo tipo. Detto in soldoni: “Le due torri” non è il seguito de “La compagnia dell’Anello”, ma sono entrambi parte integrante della stessa opera, mentre “Dalla Russia con Amore” è (cinematograficamente) il seguito di “Licenza di uccidere”.
Detto ciò, la vera domanda è “perché”? Perché fare un sequel di una qualunque opera? Vedo potenzialmente due motivi, che peraltro non si escludono necessariamente a vicenda: da una parte la possibilità di sfruttare un mondo già definito per poter raccontare una storia senza perdere tempo in spiegoni sull’ambientazione; dall’altra la volontà di vedere come continua la storia di qualche personaggio, o di vedere altre parti di quell’universo, in generale di stare in quel mondo ancora un po’.
Ad essere onesto, per la prima categoria mi viene in mente solo un esempio: Mad Max Fury Road (che infatti non è un sequel).
Praticamente tutti gli altri falliscono nell’entrare nella prima categoria (anche se fanno finta di provarci) e giocano nell’altro campionato. Non che ci sia niente di male. Rientrano in questa categoria praticamente tutto Star Trek e tutto Star Wars, e gran parte di queste produzioni viene giudicata sulla base della capacità di farci stare in quel mondo o meno (è la cosa che salva Rogue One e che sta condannando Discovery).

Se prendi film particolarmente riusciti, gli dai tempo per decantare, entrare non solo nella storia del cinema ma anche nella cultura generale (e non pop, ma anche quella accademica), allora dire “voglio correggere quella storia” (anche solo aggiungendone un pezzo) diventa un atto di hỳbris veramente notevole.

Poi possiamo anche raccontarci che c’è ancora qualcosa da dire su quella storia e tante altre belle cose, ma sappiamo tutti che non andremo a vedere “Gli ultimi Jedi” per capire veramente la fine del percorso di redenzione di Anakin Skywalker; ci andremo per poter stare di nuovo nella cabina di un x-wing o per brandire una spada laser.
Il problema nasce quando ci si imbatte in qualcosa di troppo grosso. Ogni tanto la cinematografia tira fuori un’opera che unisce regia, fotografia, scrittura, recitazione, temi trattati in modo tale che tu puoi solo raccogliere la mandibola a visione terminata. Quell’opera è, nonostante tutti i finali aperti che può avere, completa.
Perfetta nel senso etimologico del termine.
A un certo punto arriva qualcuno e decide: no, me ne strasbatto di cotanta perfezione e faccio un secondo capitolo, urlando al mondo che non mi interessa di quello che è stato narrato, ma voglio solo guardare meglio in quel mondo lì. Guardare il dito quando si indica la luna, fondamentalmente.
Eccezioni notevoli ci sono, ma il dito in questione deve essere molto più interessante della luna che indica (e questo generalmente tira fuori le opere “perfette”). Inoltre queste eccezioni è meglio che arrivino prima che il film invecchi bene e si consolidi nella critica e nell’immaginario, e soprattutto devono rilanciare bene. Basti pensare ad Aliens o a Star Wars V + VI (SW si è giocato tutto perché ha preso il più classico dei viaggi dell’eroe per poi prendere il protagonista, sconfiggerlo e poi far vedere che non era lui il vero eroe, e ha vinto perché l’ha fatto bene).
Però se prendi film particolarmente riusciti, gli dai tempo per decantare, entrare non solo nella storia del cinema ma anche nella cultura generale (e non pop, ma anche quella accademica), allora dire “voglio correggere quella storia” (anche solo aggiungendone un pezzo) diventa un atto di hỳbris veramente notevole.

 

Blade Runner 2049 – la non necessaria recensione a basso contenuto di spoiler

Avrei una cosa da dire su Harrison Ford che riprende i suoi vecchi personaggi ma taccio (per ora).
Ottima prova di Deakins. Per chi non lo conoscesse, è il direttore della fotografia. È in particolare un DP molto bravo e versatile: fantascienza, polizieschi, film storici, etc…
Qui dà a ogni ambientazione il giusto sapore e sono TUTTE diverse fra loro. L’unico difetto, al limite, è che non sono poche e che il tutto rischia di essere troppo ricco.
È un trip di due ore e mezza. (cit.)
Detto ciò, il resto strappa una sufficienza. Recitazione, regia, e soprattutto sceneggiatura. Una cosa che ormai penso si sia capita è che non ho simpatia per i film che non riuscendo a mostrarti una cosa te la dicono. E questo succede molte volte.
Nota positiva: non accade nulla di palesemente senza senso, anche se su questo aspetto gioca palesemente sul bordo.

Affronto per ultimo l’elefante nella stanza: il confronto con il primo capitolo. Siamo su un altro campionato: per regia, scelte visive e temi il precedente è inarrivabile, sia in assoluto che considerato in relazione alla produzione contemporanea. C’è poi un aspetto: Ridley Scott ha usato una storia “piccola” per parlare di temi notevoli (per esempio “cosa definisce un Essere Umano”), Villeneuve rilancia con una storia di portata mondiale (per l’ambientazione in cui è inserita) ma non riesce a parlare di temi altrettanto densi.

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