Genius Loci, un racconto di Gianfranco Franchi

in Narrazioni

Alla scoperta e riscoperta di voci nuove della letteratura italiana, inauguriamo questo nuovo spazio sulla nostra rivista con un racconto di Gianfranco Franchi, “let­te­rato romano di san­gue istriano, austro-trie­stino e tiburtino”.
Scrittore e fondatore di riviste, ideatore del mai dimenticato Lankelot, ha recentemente riordinato le sue mirabili schede di lettura nel suo sito Porto Franco
.
Ha pubblicato opere di narrativa, saggi, opere ibride.

GENIUS LOCI

Nascondere bene qualcosa è facile, penso: nascondere è un’arte. Tutti devono poter vedere quel che stai per far sparire, e forse, proprio per questo, nessuno finisce per accorgersene. Il miglior nascondiglio è quello più prevedibile.

La strada in cui abito da più di trent’anni nasconde un segreto. Forse non è il solo, ma io credo sia il più grande di tutti. Nei retrobottega di certi negozi – soltanto di alcuni, non di tutti – si nasconde uno strapiombo gigantesco. Almeno sei-sette metri di buio. Qualche negoziante, a dispetto delle nulle concessioni del Comune, ha costruito delle sinistre scalette a chiocciola, o dei freddi gradoni di cemento, per guadagnare un po’ di spazio in quel vuoto; c’è chi, appena due metri più in basso del suo negozio, s’è creato un piccolo ufficio segreto, con tanto di climatizzatore, e chi ha preferito farne un magazzino. Ogni tanto, in questi anni, quando m’è sembrato di aver guadagnato la fiducia di uno di questi commercianti di via Fonteiana, sono riuscito a farmi mostrare il retro del negozio. Più grande era la fiducia, più grande era quel che potevo vedere del buio nascosto dentro il negozio.
Mai nessuno è stato più gentile del mio amico Claudio, il meccanico factotum. Qualche giorno fa, sono andato a riprendere la mia Lancia, post tagliando. Avevo sempre pensato che la sua officina fosse parte sulla strada, parte nel box del suo negozio. Per trent’anni, da quando ero piccolissimo, passando di fronte all’officina non ho mai visto Claudio o il vecchio proprietario o uno dei loro aiutanti in una postazione diversa dalla superficie. Ma pochi giorni fa, tutto a un tratto, Claudio mi ha detto che doveva andare a prendere una cosa ed è sparito – letteralmente – dietro l’officina. Ho pensato: sarà stato un modo gentile di avvertirmi che doveva andare in bagno. Ovviamente sono rimasto ad aspettare. Ma lui mi chiamava, mi diceva “vieni di qua”, e io pensavo “di qua dove?”, e così, cauto, sono andato verso il fondo del negozio. A un tratto, proprio come in una vecchia attrazione del Luna Park, s’è aperta una scalinata ai miei piedi. Sono sceso per le scale, lento come un cacciatore primitivo in esplorazione in un ambiente nuovo, e dopo una manciata di gradini ho scoperto l’ufficio segreto, in una nicchia. Il tetto era bassissimo. Era necessario piegarsi. Non sono altissimo, questa cosa mi ha stupito molto. Mi sono seduto.

“Ti giuro che non mi ero mai accorto che l’officina avesse un retro scavato nel terreno…”
“Un sacco di negozi, qua a Roma, ce l’hanno…”
“Non sempre, dai. Non mi pare proprio…”
“Non c’hai mai fatto caso. È che il Comune dice che questi metri sono inagibili…”
“Perché?”
“Non lo so. Se vai al bar, qui di fronte, fa impressione. Loro hanno messo i bagni, a questa altezza. Ma sotto ci saranno altri dieci metri di vuoto”.
“Pazzesco”.
“Allora, ti preparo la fattura…”

Ho commesso il più classico errore di un cittadino di fronte a un meccanico: non ho fatto caso a quel che scriveva nella fattura. Mi guardavo in giro, ero altrove. Questo posto era fantastico.

“Ma scusa, più in basso qui da te, cosa c’è?”
“Niente…”
“Come niente? I gradini continuano, di là…”
“Ah sì. Ma boh, c’ho messo qualche giacca, qualche tuta, i pezzi di ricambio, cose del genere”.
“Posso scendere a guardare?”

Claudio si ferma, poggia la penna. Mi fissa. Pensa. Poi mi sorride.
“Sì, vai. Ma scendi piano. È buio”.
Filtrava un po’ di luce, dall’alto. E un po’ ne arrivava dal suo ufficio. Buio pesto non era. Sono sceso, pensando alla famosa discesa di Giordano Bruno, e cercando di capire cosa significasse che mi stesse venendo in mente la basilica di San Clemente, e i suoi sotterranei. Sono sceso per molti metri, mi sembrava non si finisse mai. La luce era davvero fioca. Eravamo almeno dodici metri sotto il livello della strada. Sentivo un odore strano. Ho camminato, mentre Claudio mi diceva “Tutto bene?” e io “Sì sì, tranquillo…” su questo strano pavimento, tutto di pietruzze e di sabbiolina (cos’era?), e ho inciampato su una torcia. Una gran bella torcia.

“Cla’, che la posso accenne?”
“Vai, Guido, vai…”

Ho acceso la torcia e l’ho puntata di qua e di là. Stracci. Oggetti. Una scatola degli attrezzi. Una scopa in condizioni inaccettabili. Un casco. Un martello da vigile del fuoco, molto grande. E… in un angolo, in basso… lucciole. No, impossibile. Lucette, forse di microlampadine. Manco quelle. No. Mi sono chinato. Ho puntato per bene la torcia su quell’angolo. C’era una fessura, sul muro. Quella lucina fievola veniva al di là della fessura. Forse Claudio non lo sapeva.

“Ma qua sotto cosa c’è?”
“Ci stanno i garage del palazzo a fianco”.

Mente locale. Possibile? Possibile. Però sono curioso lo stesso. Mi viene l’impulso di scavare. Lo vinco a fatica. Non posso fare danni davanti a lui.

“Dai, sali. Ho finito”.
Mi arrampico per le scale, con un passo decisamente più veloce. Entro nell’ufficio col tetto basso. Mi siedo di fronte alla scrivania.
“T’ho trattato benissimo…”
“Dimmi, quanto ti devo?”
Mi gira il foglio di fronte. Vedo un sacco di numeri impilati, e poi un “meno cinquanta sconto amico”, e un totale molto tondo. Intanto lui mi spiega.
“Olio, acqua, ‘na controllata alle gomme, frizione, freni, e poi revisione airbag e tutto quanto, bollino blu eccetera, chiudiamo a 630 euro”
“Come 630 euro? E io ‘ndo cazzo li trovo i soldi?”
“Ao’, questo costa”.
“Ma scherzi?”
“No, a Gui’. C’avevi una cosa sulla frizione che meno male che me ne sono accorto. Domani puoi farti pure un viaggio di mille chilometri…”
“Madonna. No senti, ti pago in due mesi…”
“Non si può”.
“Io ho con me cinquecento euro. Bastano? Devono basta’…”
“Non lo so…”
“A Cla’, a me ancora me devono paga’ febbraio, stamo a maggio. Fatte due conti. Senti. Io pago cinquecento, me fai lo sconto, ce devi sta’. E poi me fai pure un favore”.
“Favore?”
“Certo. Stanotte mi lasci il negozio”.
“Ma che sei matto? E perché?”
“Perché sto con una e voglio portarla qua sotto”.
“Ah. E a casa tua no?”
“No. Oggi cambiamo ambientazione. Le racconto tutto quel che so sui sotterranei di Roma. E chissà che non ci venga in mente qualcosa di divertente, così…”
“Sei matto. Ma sai che tte dico? Sticazzi. Damme cinquecento euro, e stasera passa a un quarto alle otto, ti lascio le chiavi, ti restituisco la macchina e ti dico come si fa ad aprire la serranda. Chiaro che tu non lo dici a nessuno…”
“Chiaro. Ma della serranda, dici?”.
“Ma no. Del retro, e di quello che c’hai visto”
“Ah. Ho capito, sì. A voja. Tranquillo”.

E così, dopo essermi dissanguato – un tagliando da un milione di vecchie lire è sempre un’esperienza dolorosa, soprattutto quando è del tutto immotivata come ogni meccanico sa – chiamai la mia ragazza e le preannunciai che quella notte l’avrei portata in un posto nuovo. “C’è tanta gente?”, mi domandò. “Scherzi? È un posto nuovissimo. Nessuno sa che cosa sia…”. Già, forse nemmeno io.

Consegnate le chiavi, ripresa la macchina e recuperata la mia ragazza sotto casa sua, giocai a fare il misterioso per un po’.
“Ma da che parte andiamo?”
“Verso casa mia…”
“E cosa c’è?”
“Casa mia, no?”
“E tutto ‘sto casino per portarmi a casa tua? Ci venivo uguale, no?”
“Ma magari a casa ti aspetta una sorpresa, che ne sai…”
“Mi hai comprato i fiori?”
“No”.
“Mi hai comprato le scarpe carine che vendono al negozio dietro casa tua?”
“No”.
“E dai, dammi un indizio”.
“Le cose più incredibili, nel mio quartiere, sono nascoste dove meno te lo aspetti”.
“Tipo?”
“Tipo sotto casa mia”.
“Non capisco”.

E continuai a guidare verso via Fonteiana. Monteverde è un quartiere nato ai piedi dell’antico ottavo colle di Roma, il Gianicolo. La nostra non era Roma, e Roma non è stata per molti secoli. Era una parte del territorio etrusco, una frontiera del territorio latino. Disabitata o quasi, ospitava, nell’antichità, un tempietto consacrato al figlio di Giano, Fonto. La mia strada si chiama “Fonteiana” per questa ragione: significa “Fonto, figlio di Giano”. C’erano boschi sacri, campi e qualche culto mai del tutto compreso dagli storici, come quello della dea Furrina. In termini chiari per tutti i contemporanei, eravamo qualcosa di diverso dalle periferie e dalle borgate: semplicemente, eravamo un’altra terra. Di quel tempo è rimasta una basilica del IV secolo dopo Cristo, San Pancrazio, che si diceva sorgesse a fianco di stupende terme, oggi leggendarie. Quando Garibaldi e gli altri eroi del Risorgimento combattevano da queste parti, tutto somigliava molto al quadro dell’antica Roma, di due millenni fa. C’era quella basilica, c’era qualche locanda, tanti parchi, tanti campi, un ottimo vinello bianco oggi sparito. Conquistare il Gianicolo significava conquistare una postazione strategica per poter scendere verso Trastevere, quella sì antica periferia romana, e quindi per entrare in città; oppure, per dominare dall’alto il Vaticano, per potersene fare beffe. Qualcosa del genere. In quegli anni, scendendo in città, dalle parti del fiume, si potevano incontrare ancora i resti del vecchio ponte di legno, Ponte Sublicio, che univa Roma all’Etruria.

Oggi è diverso, Monteverde Vecchio è un quartiere borghese, che ha mantenuto una dimensione paesana – da grande paesone – classica del Novecento, del secolo in cui è stato veramente e densamente popolato, passando in qualche decennio da periferia non estranea al degrado (Donna Olimpia, come Pasolini insegna) a periferia snob, diciamo “quasi centro”. Eppure io respiro e sento – come fossi una bestia, e non un essere umano – qualcosa di diverso, da queste parti. Sento l’antica anima del quartiere che lotta per rivendicare la sua essenza, il suo spirito di terra “altra da Roma”. E spesso ne parlo, alla mia ragazza e ai miei compaesani, chiamiamoli così, per risvegliare in loro un orgoglio che non deve assopirsi, e un’identità che non si deve impolverare.

Arrivammo in via Fonteiana, costeggiando via Vitellia e la basilica di San Pancrazio; parcheggiai nel mio garage e ci avviammo verso casa. Ma non entrammo, ovviamente. “Dobbiamo andare avanti ancora per duecento metri, amore mio” – spiegai. E avanzammo, sino alla serranda dell’officina del mio amico Claudio. Mi guardai intorno per sincerarmi che non ci fosse nessuno. Forse qualcuno mi stava guardando da una delle mille stanze dove a via Fonteiana si dorme; non aveva importanza, in fin dei conti. Entrammo, abbassai la serranda, accesi la luce e abbracciai la mia ragazza.

“Cosa vuoi fare? Perché mi hai portato qui?”
Sorrideva.
“Ho comprato l’officina. Lascio le patrie lettere. Divento meccanico”.
“Cosa?”
“Scherzo”.
“Ma perché siamo qui?”
“Perché devo mostrarti una cosa…”
“…”
“…”
“… e c’era bisogno di portarmi fin qui?”
“Stupida”.

Aggrottai la fronte, e – circospetto – dopo aver preso per mano la mia compagna, mi avviai fino al fondo del negozio.
“Ma non c’è niente, dove vai?”
“Vedrai…”

Quando arrivammo all’altezza delle scale, e lei guardò in basso, rimase stupita. Non si vedeva niente, oltre un certo livello. Soltanto gradoni che scendevano sottoterra. Tirai fuori un accendino, mi bastò per scendere sino all’ufficio di Claudio e accendere una prima lampadina. Scendemmo, io e Carla, muti a un tratto, e affascinati. Scendemmo un metro dopo l’altro, sin quando non mi ritrovai sul pavimento sporco di sabbia, e di pietruzze. Là trovai la grande torcia, e illuminai il retro dell’officina.

“Ma è pazzesco…”
“Hai visto? Saranno dodici metri…”
“Ma come l’hai scoperto?”
“Dovevo fare il tagliando. Dice Claudio che un sacco di negozi, in questa strada, sono cavi così, e nascondono metri e metri di buio inabitabile…”
“Ma adesso che siamo qui? Cosa vuoi fare?”

Indovina.
“Voglio farti vedere una cosa, te l’ho detto”.
“Cosa?”

Le indicai l’angoletto che avevo scoperto poche ore prima, con una luce che veniva dal basso. Lei si accigliò.
“E allora?”
“Claudio dice che ci stanno i garage, là sotto. Io non credo”.
“E quindi?”
“Apri la cassetta degli attrezzi, quella che sta laggiù. Mi serve qualcosa per aprire un buco nel muro. Poi ci parlo io, con Claudio. Trova qualcosa… anzi no. Prendo questo bel martello. Hai paura?”
“Mi sembri matto…”
“Ahah…”

E cominciai a battere contro il muro, col mio gran martello. Battevo forte, sempre più forte. Carla si copriva le orecchie. Il muro sembrava fradicio, cedeva con discreta fragilità, e così – in neanche dieci minuti – la fessura era diventata una presa d’aria di trenta centimetri. La luce che ne proveniva restava fioca, e in ogni caso non riuscivo a vedere da dove venisse.

“Adesso prendo a calci il muro. Voglio buttarne giù un bel pezzo. Questo muro è cotto…”
“Ma no dai!”
“Lasciami fare”.

E così, a calci e poi a martellate, aprii ancora più spazio. E tutto a un tratto, quando il buco era diventato di mezzo metro, un pezzo di pavimento si crepò; noi ci tirammo indietro, giusto in tempo: un paio di metri di pavimento franarono sotto i nostri piedi, sollevando un gran polverone. Carla gridò, e poi cominciò a tossire.
“Scappiamo!”
“Aspetta… aspetta…”

Lentamente, la nube di polvere si stava dissolvendo. E vedevo qualcosa di diverso da quel che Claudio pensava.

“Carla. Queste sono le catacombe di San Pancrazio…”
“Cosa?”
“Ti ricordi quando ti ho raccontato che sotto le nostre case, in questa strada, c’è un’antica catacomba Romana? Ecco. Questo è uno dei pezzi che non si possono visitare. Se entri a San Pancrazio ti fanno fare avanti e indietro per cinquecento metri… ma le catacombe arrivano fin dentro Villa Pamphili, sono estese per chilometri interi…”
“E adesso?”
“E adesso, se non hai paura, tieni puntata la torcia e fammi luce. Scendiamo nella catacomba e vediamo che succede”.
“Ma cosa vuoi che succeda?”
“Niente. Ma tu fammi luce”.
“E da che parte andiamo?”
“A destra. Di qua…”

Scendemmo nella catacomba, con un salto; il cunicolo era molto stretto, si doveva camminare in fila indiana. L’ossigeno non mancava, per fortuna. Carla mi illuminava la strada. Andavo piano, per non rovinare niente. Ma in effetti, nei primi dieci minuti, niente di imprevedibile incontrammo. C’erano nicchie, sui fianchi, piccoli sarcofaghi, iscrizioni che non riuscivo a leggere, qualche ossario. La luce naturale – per così dire – era sempre eccezionalmente fioca, ma viva. Da qualche parte doveva venire.

“Non andiamo troppo avanti. Ho paura. Qua scricchiola tutto…”
“Non avere paura. Hanno retto per duemila anni…”.
“Sì, ma non entrava nessuno…”
“Ehi. Avventura. Andiamo avanti…”
“Torno indietro…”
“Ti prego. Per me. Dammi un bacio, vieni qui”.

E in quel luogo di riposo e di mistero, chissà quanti secoli dopo l’ultima volta, due esseri umani si scambiarono un bacio. Mi sembrò di violare qualcosa di sacro, restituendolo alla vita. Ma ero euforico, e volevo avanzare. Qualcosa mi guidava. Mi sentivo telecomandato, qualcosa del genere.
“Andiamo avanti…”

In silenzio, per quasi un’ora, ci inoltrammo per le catacombe, camminando sempre nella stessa direzione, per quanto possibile. Ogni tanto si apriva una sorta di slargo, intravedevo resti di altari sacri, e a volte – a pochi passi dall’altare – un sepolcro, forse di qualche religioso, di qualche sacerdote, chissà. Ma niente mi stupì come una sorta di strano rumore di fondo, che man mano riconobbi come il rumore dell’acqua. Rabbrividii, pensando che poteva essere l’acqua delle fogne, cominciando a temere di incontrare qualche brutta pantegana e di respirare un’aria terrificante. Ma non sentivo nessun cattivo odore, e non vedevo bestie. Nessuna bestia. “Andiamo verso l’acqua, dai”, dissi a Carla. Lei mi seguiva senza più dire una parola. E poi, tutto a un tratto, voltato l’angolo in un cunicolo, ci ritrovammo in un corridoio un po’ più ampio, e qualche passo soltanto e fummo di fronte a un muro. No, non era un muro. Era una porta. Era una vecchissima porta. Sulla porta era inciso qualcosa del genere: “bhurván ferueere”.
Latino molto arcaico? Non sapevo orientarmi.
Diedi una manata alla porta. Non bastò. Diedi una prima spallata. Cigolò. Diedi una seconda spallata. Cedette di schianto. Per un attimo, tememmo che potesse crollare tutto, che ci cadesse in testa l’antico soffitto di quelle strette catacombe, ma non accadde. Ci fu un altro nuvolone di polvere, un gigantesco nuvolone di polvere; ci fece tossire e ci arrossò terribilmente gli occhi. Ma ne valeva la pena, ce ne saremmo accorti un momento dopo.

Neanche il tempo di stropicciare gli occhi, e di sincerarci che nessuno si fosse fatto male, ed ecco che di fronte a noi si mostrava qualcosa di impossibile, sottoterra. A una decina di metri c’era un cancelletto, e oltre si intravedeva un giardino. Pieno di luce. Sentivo un profumo buonissimo, di terra fresca, e di gelsomino e di basilico. Andammo, entusiasti come bambini, e forzammo il cancello senza fatica – era troppo vecchio, non aveva più forze. Si piegò, come un fiorellino di campo. Andammo, e ci ritrovammo in un incanto. Le perdute terme di Monteverde, finalmente, in questo giardino magnifico, tutto fontanelle naturali e… da dove veniva la luce del sole? Come era possibile che ci fosse tutta quella luce? Non riuscivo a raccapezzarmi. Quando mi voltai, Carla aveva spento la torcia e mi sorrideva.
“È uno scherzo, vero?”
“No, amore. Non so cosa abbiamo trovato. Dico davvero…”
“Dimmi come hai fatto. Ti sei messo d’accordo con Ian? Queste cose a Cinecittà sanno bene come organizzarle…”
“Tesoro, sul serio. Ti pare? Hai mai visto un giardino e delle terme nascoste sottoterra?”
“Io non sono mai stata sottoterra, prima. Che ne so?”
“Piantala…”

E così, esplorammo, per qualche felice ora, quel che restava delle stupende terme di Monteverde, spogliandoci e immergendoci in quelle acque salubri e antiche. Facemmo l’amore sotto una piccola cascata, e restammo lì, abbracciati, e per un attimo desiderai dormire. Volevo che il tempo si fermasse in quel momento, che non esistesse più niente, che…
“Chi siete?”
“Cosa?”
“Chi siete?”
“Mi chiamo Guido Orsini, signore”.
“Da dove venite?”
“Dal campo fonteiano”.
“Questo è il campo fonteiano”.
“Veniamo da qui, allora”.
“Qui io solo vivo. Da sempre”.

Era un signore di mezz’età, dagli occhi chiari e dai capelli grigi. Aveva la fronte alta, e gli zigomi sporgenti. Una fossetta e mezza, quando sorrideva. La voce molto bassa, rilassante e protettiva. Vestiva una tunica blu notte, e tra i capelli aveva una corona di alloro.

“Signore, io vivo qui dal 1978”.
“1978? Cosa significa? Non vivi nel campo fonteiano, allora”.
Carla, intanto, si nascondeva dietro di me. Nuda, si vergognava d’essere guardata. Io mi alzai in piedi, come niente fosse. Mi sentivo a mio agio, mi sembrava tutto naturale. Era tutto naturale.

“Io abito al di là del cancello, oltre l’antica porta. Ci sono i cunicoli del vecchio cimitero cristiano, e poi c’è un passaggio. Ci sono molti gradoni, e infine si risale nella nuova superficie. Là c’è il nuovo campo fonteiano, signore”.
“Non ti credo”.
“Credimi, ti prego”.
“Non posso. E adesso ti dico cosa accadrà. Lasciami la tua donna e torna indietro, o restate qui per sempre, tutti e due. Sarete con me, custodiremo il giardino, vivremo in pace aspettando il ritorno del Padre”.
“Il ritorno del padre?”
“Io sono Fonto, figlio di Giano. Questa è la mia terra. Queste sono le mie acque. Questo è il mio dominio. Vivo, solo, domandando ogni giorno il ritorno di mio Padre. Non so più nemmeno da quando. È come se fossi sempre esistito… non ho memoria del tempo. Il tempo mi confonde”.
“Tu sei… tu sei il nostro genius loci”.
“Io sono Fonto, figlio di Giano. Questa è la mia terra”.

Fonto ci voltò le spalle, ci disse – come era possibile che parlasse la nostra lingua? – che avrebbe atteso le nostre decisioni, e scomparve nel bosco. Carla mi prese per mano, mi disse “Restiamo”, ci guardammo e sorridemmo. “Restiamo, amore?”
“Restiamo”.

E per adesso questo è quanto, e io mi sto per congedare. Viviamo nelle terme che voi giurate perdute, e che credete dimenticate. Claudio, chissà, avrà murato il segreto accesso, facendo finta che non sia mai successo niente; se qualcuno ci sta ancora cercando, a noi non dispiace. Viviamo in questo piccolo eden, nascosto dalle parti dell’ottavo colle. Romani o non Romani poco importa, respiriamo l’aria che la nostra terra ha perduto, e ogni mattina cantiamo in onore del sole, e del dio Fonto, figlio di Giano. Ci piace pensare che un giorno avremo un bambino, e che potrà crescere sano in un ambiente incontaminato, e libero; selvatico, incantato. Voi, intanto, imparate a guardarvi intorno. Spesso, le cose più belle ve la hanno nascoste proprio sotto gli occhi. Sì, apposta perché non ve ne accorgeste. Io alle terme di via Fonteiana ho sempre creduto: in queste terme, adesso, vivrò, fino a diventare vecchio, e infine, un giorno, disteso, risolto, alla terra, alla mia terra, potrò ritornare.

[2008. Pubblicato in “Roma per le strade – 2”, Azimut, 2009. A cura di Massimo Maugeri]

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