Gabriele Dadati: «I libri sono un modo per stare con gli altri»

in Narrazioni

Dopo Demetrio Paolin, Massimo Cassani, Claudia Grendene, chiudiamo la galleria di autoritratti dei docenti della Bottega di narrazione con Gabriele Dadati.

Da piccolo avevo paura del buio: una paura che negli anni è notevolmente diminuita, anche se non del tutto scomparsa. Per farmi addormentare mia madre veniva in camera mia e si sedeva per terra, contro il muro, a leggermi libri ad alta voce. Insegnando alle medie, riceveva un certo numero di volumi omaggio dai rappresentanti perché li valutasse in vista dell’adozione. Non solo manuali, ma anche libri per quella singolare materia che si chiamava (non so se esista ancora) “epica”. Contenevano i miti degli dei e degli eroi messi in prosa per ragazzini dai dieci ai tredici anni. Andavano bene anche per me che ero molto più piccolo.

 

Si dice spesso che gli artisti conducono una vita solitaria, che i libri sono compagni alla nostra solitudine.

 

Me li leggeva a lungo, perché alla paura del buio si sovrapponeva il piacere di stare con lei e di stare ad ascoltarla. Aveva una vita incasinata: altre due figlie, per fortuna più grandi; la casa a cui badare; il lavoro. Quello era un tempo tutto nostro. Dolcissimo. Io ne abusavo.
Quando poi ho iniziato a leggere da solo, mi è rimasta addosso la sensazione che i libri fossero un modo per stare con gli altri. Per stare con altre persone a cui volevo bene e che mi volevano bene. Si dice spesso che gli artisti conducono una vita solitaria, che i libri sono compagni alla nostra solitudine. Per me non è mai stato così. E come spesso succede quando si scopre qualche cosa che ci fa stare bene, si cerca in ogni modo di averci a che fare. Come mangiare bene può farci venire voglia di cucinare bene, così a me è successo – più tardi, al ginnasio – di voler raccontare, perché ricevere racconti era bello.

Vorrei tornare a quell’entusiasmo dell’inizio e scrollarmi di dosso un po’ di fatica.

All’inizio per inventare una storia mi accontentavo di formulare una domanda e provare a rispondere. Ad esempio: “Cosa succederebbe se una città iniziasse a digerire i suoi abitanti, usando l’acqua come succo gastrico?”; “Cosa succederebbe se un certo numero di operai lavorasse a una costruzione enorme partendo dall’esterno e procedendo verso l’interno, fino a realizzare un perfetto labirinto da cui non saper più uscire?”. Cose così, senz’altro dettate da libri e film che mi interessavano all’epoca (ero un adolescente, in fin dei conti). Ci pensavo un po’. Inventavo un po’ di personaggi e di snodi. Poi scrivevo.
Nei quindici anni dopo sono andato avanti a farmi domande a grappoli, sempre più minute. E a scrivere testi per poi riscriverli in continuazione, in modo da martellare i bernoccoli della prosa.
Negli ultimi anni mi sono un po’ riposato, o meglio mi sono stancato esplorando altre forme di scrittura e l’insegnamento della scrittura stessa. Il 2018 dovrebbe essere un anno un po’ diverso. Vorrei tornare a quell’entusiasmo dell’inizio e scrollarmi di dosso un po’ di fatica. Da qualche parte c’è ancora quel bambino che ascolta. Vediamo se posso mettermi in ascolto di quello che ha da dire.

Gabriele Dadati (Piacenza, 1982) è uno scrittore, un editore, un insegnante di scrittura. Ha pubblicato Sorvegliato dai fantasmi (peQuod, 2006; Barbera, 2008), Il libro nero del mondo (Gaffi, 2009), Piccolo testamento (Laurana Editore, 2012, presentato al Premio Strega 2012), Per rivedere te (Barney),

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