Shaboo, la storia nervosa di un antieroe e i suoi imprevedibili eroismi

in Noir

Franco Foschi – Il mondo è senza speranza. Questa sembra la logica conclusione di ogni buon noir che si rispetti. Però… La sostanza sta nel fatto che non solo conta cosa si dice, conta anche come lo si dice. Secondo la ormai classica definizione di Borde e Chaumeton, il noir è “onirico, strano, erotico, ambivalente e crudele”. Ma se uno come Ferraris sceglie il crudo realismo contemporaneo, corredato di accurata documentazione sugli orrori riportati, si può uscire dall’onirico senza assolutamente trovarsi al di fuori della definizione di base.

Shaboo, il nuovo travolgente romanzo di Gianluca Ferraris utilizza alcuni cliché, e questo è inevitabile e rafforza l’idea originale di un romanzo di genere, badando però a non rinunciare ad altri strumenti appena devianti, sia nello stile che nella narrazione.

Partiamo dal primo. L’autore adotta alcuni stratagemmi molto interessanti, forse non potendo fare altrimenti ma riuscendo comunque assai intrigante: l’uso della prima persona nelle parti dedicate al protagonista e della terza persona in quelle dedicate ai comprimari crea improvvise accelerazioni o cambi di ritmo a levare, che evitano con cura fluency a rischio soporifero. Oppure fatti e scrittura risultano perfettamente preparatori ad alcune digressioni socio-politiche o psicologiche di cui l’autore si pasce, con questo escamotage rendendole però sempre ad hoc e mai noiosi polpettoni (cosa che invece accade così spesso, nei romanzieri contemporanei…).

Per quanto riguarda la narrazione, e più in particolare i personaggi, dopo eserciti di commissari e poliziotti vari ora l’attenzione degli autori si è sempre più ‘spostata sugli spostati’, sugli ex-grege, sugli antieroi più che sugli eroi. L’antieroe di Ferraris ne è un esempio mirabile: dotato di un suo moralismo quasi genetico, come ogni giornalista free lance che si rispetti è anche cinico, disilluso, amaro, e spesso feroce. Eppure è un romanticone che piange l’amata perduta, e palesemente crede nei valori dell’amicizia. Alla fine il personaggio è strano (come pretendono Borde e Chaumeton), per questa sua scombiccherata miscela di autocommiserazione / autoassoluzione, per il desiderio di rimediare alle sue malefatte e l’impossibilità di farlo, per la sua impossibilità di non inseguire la verità purché non sia la sua (esempio: è un tossico, sa che dovrebbe smettere, e sa altrettanto bene che non ci riuscirà – e allora a un certo punto del romanzo smette di dirselo, risultando del tutto coerente).

Poi c’è la storia. Le nuove droghe sintetiche che bruciano il cervello, la malavita organizzata e come è organizzata, pistole, qualche veloce scopata, i poveracci che preferiscono finirsi piuttosto che finire… Gli ingredienti ci sono tutti, più quelli già detti, per costruire una lettura nervosa, affannosamente alla ricerca del ‘e adesso?’, ritmica e necessaria – insomma, non c’è un minuto di noia, e si corre si corre avanti, un pregio mica così frequente nei romanzi di genere. Che inoltre, e purtroppo spesso, chiudono in maniera troppo sbrigativa, o ovvia, o talmente semplice da sfiorare il banale. Ferraris invece nel suo finale ci appioppa addirittura tre colpi di scena in sequenza, uno dopo l’altro e senza respiro, che fanno sentire tutto lo spessore di ciò che abbiamo letto, per tensione, logica e, perché no, per pungolarci nella riflessione su quella che chiamiamo società civile, ahimé sempre più incivile.

(piccolo inciso del lettore patologico: Ferraris ci dà solo un piccolo, microscopico indizio per intuire uno dei colpi di scena finali – un aggettivo. Un semplice, diretto, lineare aggettivo con cui definisce un personaggio – e in quell’aggettivo viene descritto un destino. Questo l’ho trovato un espediente mirabile. Al lettore curioso trovare quell’aggettivo).

Shaboo è un romanzo-romanzo intenso, che merita ottimi palcoscenici, senza pagine sciacquette che entrano dagli occhi per poi scivolarsene via senza lasciare il segno. È un romanzo che lascia un’impressione, di cui non si potrà non serbare un ricordo anche a distanza di tempo. Oggi, una rarità.

 

La foto viene dal blog della Ladra di libri che vi invitiamo a seguire

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