Claudia Grendene: «Vedevo le parole»

in Narrazioni

Ho combattuto con ogni forza contro il desiderio di scrivere, per anni e anni.
Non mi sentivo legittimata a farlo. Ci sono un sacco di scrittori e tutti vogliono scrivere, pensavo. Che ci provavo a fare?
Certo, mi accorgevo che le cose mi si scrivevano nella testa. Che i dialoghi mi si parlavano nella testa. Qualche volta ho pensato di essere matta.
Per ogni storia vera che incrociavo e mi colpiva, pensavo a come l’avrei narrata. Quale racconto avrebbe potuto generare? Le vite degli altri, le persone.
Ecco, la ragazza caffellatte che si lava i denti nei bagni dell’Università, incantevole generatrice di fantasie, diventa una personale Remedios la Bella.
Eccomi, mentre cammino sola sul sentiero sterrato, quasi sepolto tra le cime ormai alte del mais, e una voce mi racconta quel che io stessa vedo.
È stato sempre un lavorio sotterraneo – quasi automatico – dentro la testa, a trasformare la gente in personaggi e le vite in possibili romanzi. Vedevo le parole.
Dev’essere qualcosa di simile a quel che accade a chi vede la matematica nelle cose reali, o riconosce le leggi della fisica nei fenomeni. Io vedevo le parole.

È stato bello, a un certo punto, incontrare questo testo di Ágota Kristóf.

In genere m’accontento di scrivere nella testa. E’ più facile. Nella testa tutto si srotola senza difficoltà. Ma, una volta scritti, i pensieri si trasformano, si deformano, e tutto diventa falso. A causa delle parole.
La sera, quando ricopio quello che ho scritto nella mia testa durante la giornata, mi domando perché ho scritto tutto ciò. Per chi, e per quale ragione?
(Ágota Kristóf, Ieri)