Massimo Cassani: «Quella sera a cena con Poe, Cervantes e Borges»

in Narrazioni

«Ho sempre considerato la scrittura un mezzo, non un fine» (no, aspetta, l’inizio è un po’ retorico, secondo me, pretenzioso addirittura: riprova).

«Non posso fare a meno di scrivere, per me scrivere è una droga» (ah, però! Proprio originale…e questo sarebbe un attacco? Ma va’ là, non farmi ridere, dai. Con la mano sinistra ti sarebbe venuto meglio…ritenta)

«Il primo libro che ho letto è stato L’Ulisse di Joice. Avevo sei anni…» (a parte il fatto che si scrive “Joyce”, potevi anche scomodarti a guardare su Wikipedia se non lo sapevi…e poi: ma chi ti crede? Raccontane un’altra, essù…)

«Ho deciso di cominciare a scrivere una sera di ottobre, ricordo, ero a cena con Poe, Cervantes e Borges. E proprio Borges mi disse…(hai bevuto? Confessa: hai bevuto…perché invece non dici una cosa più semplice, e magari vera, del tipo: «Ho cominciato a scrivere gialli perché…», una cosa così).

«Ho cominciato a scrivere gialli perché mi sembrava facile» (mh, difficile da credere, però continua, vediamo dove vai a parare…)

«…il giallo classico deduttivo ha una struttura semplice: inizio, svolgimento, finale…(su questo non ti si può dar torto…continua).

«…e ciò che mi mancava era proprio questo, credo: una struttura di base definita. Dentro, avrei potuto metterci quello che volevo: i personaggi che avevo in mente, le ambientazioni, gli intrecci, il mio immaginario insomma» (ecco, così si ragiona…)

«Poi, fin da subito mi sono accorto di una cosa ed è stato lì che ho deciso di fare sul serio, nel senso di mettermi a scrivere con l’idea di un progetto e soprattutto con la ferma intenzione di andare fino alla fine…» (va bene, ora però non spararne una delle tue, vola basso…)

«Mi sono accorto che il giallo classico deduttivo altro non è che la rappresentazione di un cammino di conoscenza: c’è una cosa, un evento, di cui non si conoscono le cause, uno sforzo di capire, e infine la comprensione. Una sorta di epistemofilia, per dirla in termini semplici…» (in termini semplici, eh? Lo sapevo, l’hai sparata, è più forte di te. Hai buttato lì la parola solo per far capire che la conoscevi. Bravo, vedo che hai imparato a usare Google. Ma, a parte questa sboronata, cosa è successo dopo?)

 

«Dopo ho capito che scrivere gialli non era poi così semplice, struttura a parte. E lì son cominciati i cazzi amari…» (per favore, parla come si deve…); «…e lì son cominciati i problemi» (ecco, meglio). «Il giallo classico deduttivo ti impone una disciplina, in termini narrativi: occorre rispettare criteri di coerenza, mettere in relazione in modo efficace i personaggi, immaginare storie verosimili, non lasciare nulla al caso, costruire un percorso senza salti, senza contraddizioni, per arrivare a un finale degno di questo nome» (una palestra, insomma). «Una palestra, insomma» (questo l’avevo già detto io, ma vabbè).

«Scrivendo gialli ho capito che in quel tipo di storie si concentravano tutti i criteri, o la maggior parte dei criteri, che sorreggono le narrazioni, anche quelle non di genere» (si fa interessante…)

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