Nell’abbraccio del meridiano. Paul Celan, neve e silenzio

in Riscoperte

La tragica vicenda e la poetica di una delle voci più originali del Novecento. Romeno di lingua tedesca, il poeta ebreo cercava con i propri versi apparentemente impenetrabili di ridare voce alle vittime dello sterminio nazista.

Lo scrittore Paul Auster ha condensato in poche righe la sofferta biografia del poeta Paul Celan, pseudonimo di Paul Pessach Antschel: «Un ebreo nato in Romania che scriveva in tedesco anche se viveva in Francia, dove è morto suicida annegandosi nella Senna. Lui scriveva incessantemente perché il dolore e la rabbia hanno fatto diventare furiosa la sua poesia, che era una poesia ispirata dall’amarezza».

Amarezza e dolore per la Shoah, la “soluzione finale”, lo sterminio sistematico del popolo ebraico decretato dai gerarchi nazisti nella conferenza di Wansee del 20 gennaio 1942. La tragica data attorno a cui ruota tutta l’opera di Celan che mai si riferisce direttamente all’evento, utilizzando la perifrasi «quello che è stato». La poesia di Paul Celan ha ribaltato il celeberrimo monito del filosofo Adorno: non solo la poesia dopo Auschwitz è possibile ma tutto, dopo i campi di sterminio, ci parla della Shoah.

Le nove raccolte di poesie segnano altrettante tappe: dalla poesia giocosa ed erotica degli esordi in cui il peso della memoria viene combattuto con la dolce pace del papavero, al progressivo riappropriarsi dell’eredità ebraica e della necessità di purificare l’amata lingua tedesca, la lingua madre, l’unica in cui il poeta poliglotta riesce davvero a esprimersi. Fondamentale è l’opera del 1967, la raccolta Atemwende “Svolta del respiro” che si apre con le ventuno poesie del ciclo Atemkristall “Cristallo di respiro”.

Lo stesso Celan nel corso degli anni ha definito la sua poetica con una serie di metafore: soglia, stretta di mano, messaggio in bottiglia e, soprattutto, come meridiano che è «quello che può avviare il poema all’incontro».