Persi in un silenzio di vecchie carte. “La novità” di Paul Fournel

in Letture

«Essere malinconici senza riuscire a mettere malinconia al lettore: tale è la qualità della levità pensosa delle osservazioni di Dubois, il quale si trova a doversi confrontare con l’avvento della novità rappresentata dalla comparsa di un eReader che andrà a rimpiazzare il libro, i libri, i tantissimi libri che potrà contenere. Questo strano oggetto, questa “lavagnetta magica”, “cosa nuova”, “nera”, “fredda”, “ostile”, è in grado di dare vita a un’editoria altrettanto sconosciuta, quella digitale, e innesca tutta una serie di sostituzioni, a cominciare dalla propria, perché lo stesso eReader, nel giro di pochi mesi, dovrà essere forzosamente rimpiazzato dal modello più evoluto. Sembra al tramonto, così, un’epoca intera, in un trapasso segnato dalle disillusioni del vecchio Dubois, nostalgico senza lacrime, costretto ad accompagnare all’oblio le proprie abitudini […] Si può ritenere La novità uno dei frutti migliori dell’Oulipo, senza turbare la memoria di Raymond Queneau e Georges Perec?» Paolo Bonari, La Balena Bianca

 

Per molto tempo ci ho poggiato sopra i piedi incrociati, per rilassarmi, per tenerli un po’ in alto e farmi arrivare più sangue al cervello, ora invece mi capita spesso di posarci la testa, soprattutto la sera, soprattutto il venerdì sera. Incrocio le braccia sul manoscritto aperto e ci poso sopra la testa, con la fronte sull’avambraccio e la guancia sulla pagina fresca. Il legno della scrivania amplifica i battiti del mio cuore. Questo vecchio mobile art déco è un ottimo conduttore di emozioni e di fatica. È un modello di Ruhlmann? Di Leleu? In ogni caso ne ha viste tante. Ascolto il mio cuore, il mio vecchio cuore del venerdì nel silenzio della casa editrice. A quest’ora sono andati via tutti, io sono l’unico che non si decide ad abbandonare la nave e me ne resto qui, accasciato, perché non trovo la forza di sollevare la pila di manoscritti che devo portarmi a casa per il weekend. Come ogni venerdì.
Quello che ho sotto la guancia è un manoscritto d’amore: è la storia di un tizio che incontra una ragazza, ma lui è sposato e lei ha un compagno… Ne ho letto sette pagine e mi sembra già quasi di conoscerlo per filo e per segno. Non mi riserverà nessuna sorpresa. Da secoli ormai non leggo più, rileggo soltanto. Sempre la solita minestra che noi trasformiamo in novità, tendenze, rentrée letterarie, successi e flop, molti flop. Carta da riciclare, camion che partono la mattina e tornano la sera pieni zeppi di novità già antiquate.

Da secoli ormai non leggo più, rileggo soltanto.

Quanti anni saranno che ho smesso di esaltarmi pensando che sto per scoprire un capolavoro e che lunedì, quando tornerò in ufficio, sarò un uomo nuovo? Vent’anni? Trent’anni? Non mi piace fare questi calcoli, hanno un sentore di morte. Se chiudo gli occhi, attraverso le palpebre vedo la luminescenza gialla e uniforme della lampada di Perzel, con delle ombre nere che la invadono a poco a poco, creando una serie di rovine mutevoli, simili ai disegni di Victor Hugo. Il mio respiro si fa più lento, il cuore si calma un po’ e potrei addormentarmi, morire. Morire qui dentro. La gente direbbe: “È morto come è vissuto, tra i libri, leggendo!” e invece sarei morto senza sogni in mente.
È da un sacco che non leggo più come si deve. E chissà se so ancora leggere, leggere davvero! Ne sarò ancora capace? Se giro la testa di lato, il cuore batte più forte e fa vibrare il legno…
La casa editrice è immersa in un silenzio di vecchie carte. Come la neve, i libri assorbono i suoni. Il mio mestiere ha il suo odore e la sua atmosfera ovattata. Li sento ancora di più in questo silenzio. Tornare al frastuono del mondo è sempre un’impresa.
Chi sarà che bussa alla porta? Un tocco leggero, debole e discreto, che non riconosco. Una mano piccola.
– Avanti.
Lei entra. Non l’ho mai vista prima. Sono assalito da un’ondata di nostalgia, la nostalgia dell’epoca in cui la casa editrice era così piccina che ero in grado di riconoscere qualsiasi ragazza solo guardandole i polpacci nei corridoi. Questa ha una faccia che ispira fiducia. A giudicare dal suo sguardo stupito, la mia deve essere un tantino stravolta. Forse ho i segni rossi della manica della giacca sulla guancia.

– La disturbo?
– Sopravviverò, signorina. Chi è lei?
– Ehm, sono la stagista!
– In che area fa lo stage?
– Non me l’hanno detto. Sa, a noi stagisti ci fanno sgobbare talmente che dobbiamo adattarci un po’ a tutto.
– Vuole un aumento?
– No, non guadagno niente.
È piuttosto in disordine, mi pare, ha i jeans strappati e per il resto è tutta colorata. È minuta, ha gli occhi scuri, è simpatica, non saprei dire se è carina. Non so più leggere neanche le ragazze. È vitale. Normalista? Corso di editoria (quelle insulse fabbriche che sfornano migliaia di Gaston Gallimard all’anno solo per poterli sterminare meglio in seguito)?

– No, gestione d’impresa nei beni culturali.
– Davvero? E vuole gestire una casa editrice? Auguri.
– Preferirei organizzare concerti.
– Si sieda.
– Devo andare, è venerdì. È tardi.
– Cinque minuti. Vuole organizzare concerti?
– Sì, adoro la musica.
– Allora che ci fa qui?
– Mi piacciono anche i libri! E poi c’era un posto. Dobbiamo fare uno stage. È obbligatorio.
– E che ci fa nel mio ufficio, se non sono indiscreto?
– È il signor Meunier, il principale, che mi ha…
– Il principale? Meunier?
– Non lo conosce?
– Fin troppo.
– Allora ha capito. Mi ha detto lui di darle questo.
– E cos’è questo?
– Be’, è un lettore di eBook, un eReader, un iPad, non lo so. Mi ha detto di averci messo dentro i manoscritti che le servono nel weekend, così non dovrà portarsi dietro tutto quel peso. Vuole che le spieghi come funziona? Guardi, è come uno schermo su cui ci sono i manoscritti. Sono qui, sugli scaffali virtuali che sembrano di vero legno. Basta toccarli e si aprono all’istante. Ce ne sono un sacco. Non riuscirà mai a leggerli in due giorni! Ecco, ne ho aperto uno.
– E come faccio ad andare avanti?
– Si girano le pagine dall’angolo in basso, con il dito.
– Come un libro?
– Sì, è l’unica concessione al passato. Una trovata per compiacere i vecchi. Quando nessuno si ricorderà più dei libri, la gente si chiederà il motivo di questo modo di procedere. Perché non farlo scorrere in verticale? Con lo scrolling. Sarebbe molto più logico.
– Kerouac sarebbe d’accordo con lei.
Lei non reagisce.
– Be’, mi scusi, signore, ma devo scappare, ho un aereo fra poco. Non legga troppo!
– Alla mia età…

Mi volta le spalle di scatto e se ne va tirandosi dietro la porta con delicatezza, lasciandomi a rigirarmi tra le mani questa cosa nuova. È nera, è fredda, è ostile, si vede subito che le sono antipatico. Non ha nessun tasto sporgente, nessun manico per tenerla o per portarsela dietro come una sottile cartella, solo un lussuoso aspetto high-tech, elegante come quello di uno svedese bruno. È di un nero opaco o spento (a seconda dei punti di vista), liscia, levigata, vetrosa, leggera. La soppeso.
La metto sulla scrivania e ci poggio sopra la guancia. È fredda, non produce nessun suono, non si stropiccia e non macchia. Niente lascia immaginare che contenga tanti libri. È solo un po’ scomoda come grandezza: troppo piccola per metterla in borsa (ci balla), troppo grande per entrare in tasca.
Pensandoci, assomiglia a Meunier, il principale. È inadeguata.
Che ha detto la ragazza a proposito dei libri, dei concerti? E così alla fine sarò costretto a separarmi anche dalla mia cartella che è diventata troppo grande. Me la porto dietro dai primi anni di università, il divorzio non sarà facile. Non ce lo dicevamo mai ma ci volevamo bene. Riempita a dovere il venerdì sera aveva il peso giusto, il peso del lavoro. Quello per cui ho la spalla sinistra leggermente più bassa della destra. Deformazione professionale. Quasimodo.
Ora mi servirà una piccola custodia apposita per questa novità. Con il manico, per cortesia. Sono convinto che Meunier ce l’abbia già nel cassetto e me la consegnerà lunedì mattina, gongolando, dopo avermi chiesto le mie impressioni sulla sua ultima genialata. “Bisogna essere moderni, Gaston.” Lo ha sempre divertito chiamarmi Gaston. Forse crede che mi faccia piacere. A meno che non pensi di essere spiritoso. Non mi illudo, non mi aspetto una custodia di Hermès, e nemmeno di Longchamp, sarà una cosa di plastica, tipo finto coccodrillo, con un po’ di gommapiuma per attutire gli urti. Uguale a Meunier, insomma.
Ora vado, devo andare. Voglio restare ancora un minuto alla scrivania e poi vado, solo un altro minuto con la faccia sul manoscritto per sentire l’odore della carta per l’ultima volta, perché in un certo senso una pagina ben annusata è una pagina già letta.

Paul Fournel, La novità, Voland, trad. di Federica Di Lella