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giugno 2017

Persi in un silenzio di vecchie carte. “La novità” di Paul Fournel

in Letture

«Essere malinconici senza riuscire a mettere malinconia al lettore: tale è la qualità della levità pensosa delle osservazioni di Dubois, il quale si trova a doversi confrontare con l’avvento della novità rappresentata dalla comparsa di un eReader che andrà a rimpiazzare il libro, i libri, i tantissimi libri che potrà contenere. Questo strano oggetto, questa “lavagnetta magica”, “cosa nuova”, “nera”, “fredda”, “ostile”, è in grado di dare vita a un’editoria altrettanto sconosciuta, quella digitale, e innesca tutta una serie di sostituzioni, a cominciare dalla propria, perché lo stesso eReader, nel giro di pochi mesi, dovrà essere forzosamente rimpiazzato dal modello più evoluto. Sembra al tramonto, così, un’epoca intera, in un trapasso segnato dalle disillusioni del vecchio Dubois, nostalgico senza lacrime, costretto ad accompagnare all’oblio le proprie abitudini […] Si può ritenere La novità uno dei frutti migliori dell’Oulipo, senza turbare la memoria di Raymond Queneau e Georges Perec?» Paolo Bonari, La Balena Bianca

 

Per molto tempo ci ho poggiato sopra i piedi incrociati, per rilassarmi, per tenerli un po’ in alto e farmi arrivare più sangue al cervello, ora invece mi capita spesso di posarci la testa, soprattutto la sera, soprattutto il venerdì sera. Incrocio le braccia sul manoscritto aperto e ci poso sopra la testa, con la fronte sull’avambraccio e la guancia sulla pagina fresca. Il legno della scrivania amplifica i battiti del mio cuore. Questo vecchio mobile art déco è un ottimo conduttore di emozioni e di fatica. È un modello di Ruhlmann? Di Leleu? In ogni caso ne ha viste tante. Ascolto il mio cuore, il mio vecchio cuore del venerdì nel silenzio della casa editrice. A quest’ora sono andati via tutti, io sono l’unico che non si decide ad abbandonare la nave e me ne resto qui, accasciato, perché non trovo la forza di sollevare la pila di manoscritti che devo portarmi a casa per il weekend. Come ogni venerdì.
Quello che ho sotto la guancia è un manoscritto d’amore: è la storia di un tizio che incontra una ragazza, ma lui è sposato e lei ha un compagno… Ne ho letto sette pagine e mi sembra già quasi di conoscerlo per filo e per segno. Non mi riserverà nessuna sorpresa. Da secoli ormai non leggo più, rileggo soltanto. Sempre la solita minestra che noi trasformiamo in novità, tendenze, rentrée letterarie, successi e flop, molti flop. Carta da riciclare, camion che partono la mattina e tornano la sera pieni zeppi di novità già antiquate.

Da secoli ormai non leggo più, rileggo soltanto.

Quanti anni saranno che ho smesso di esaltarmi pensando che sto per scoprire un capolavoro e che lunedì, quando tornerò in ufficio, sarò un uomo nuovo? Vent’anni? Trent’anni? Non mi piace fare questi calcoli, hanno un sentore di morte. Se chiudo gli occhi, attraverso le palpebre vedo la luminescenza gialla e uniforme della lampada di Perzel, con delle ombre nere che la invadono a poco a poco, creando una serie di rovine mutevoli, simili ai disegni di Victor Hugo. Il mio respiro si fa più lento, il cuore si calma un po’ e potrei addormentarmi, morire. Morire qui dentro. La gente direbbe: “È morto come è vissuto, tra i libri, leggendo!” e invece sarei morto senza sogni in mente.
È da un sacco che non leggo più come si deve. E chissà se so ancora leggere, leggere davvero! Ne sarò ancora capace? Se giro la testa di lato, il cuore batte più forte e fa vibrare il legno…
La casa editrice è immersa in un silenzio di vecchie carte. Come la neve, i libri assorbono i suoni. Il mio mestiere ha il suo odore e la sua atmosfera ovattata. Li sento ancora di più in questo silenzio. Tornare al frastuono del mondo è sempre un’impresa.
Chi sarà che bussa alla porta? Un tocco leggero, debole e discreto, che non riconosco. Una mano piccola.
– Avanti.
Lei entra. Non l’ho mai vista prima. Sono assalito da un’ondata di nostalgia, la nostalgia dell’epoca in cui la casa editrice era così piccina che ero in grado di riconoscere qualsiasi ragazza solo guardandole i polpacci nei corridoi. Questa ha una faccia che ispira fiducia. A giudicare dal suo sguardo stupito, la mia deve essere un tantino stravolta. Forse ho i segni rossi della manica della giacca sulla guancia.

– La disturbo?
– Sopravviverò, signorina. Chi è lei?
– Ehm, sono la stagista!
– In che area fa lo stage?
– Non me l’hanno detto. Sa, a noi stagisti ci fanno sgobbare talmente che dobbiamo adattarci un po’ a tutto.
– Vuole un aumento?
– No, non guadagno niente.
È piuttosto in disordine, mi pare, ha i jeans strappati e per il resto è tutta colorata. È minuta, ha gli occhi scuri, è simpatica, non saprei dire se è carina. Non so più leggere neanche le ragazze. È vitale. Normalista? Corso di editoria (quelle insulse fabbriche che sfornano migliaia di Gaston Gallimard all’anno solo per poterli sterminare meglio in seguito)?

– No, gestione d’impresa nei beni culturali.
– Davvero? E vuole gestire una casa editrice? Auguri.
– Preferirei organizzare concerti.
– Si sieda.
– Devo andare, è venerdì. È tardi.
– Cinque minuti. Vuole organizzare concerti?
– Sì, adoro la musica.
– Allora che ci fa qui?
– Mi piacciono anche i libri! E poi c’era un posto. Dobbiamo fare uno stage. È obbligatorio.
– E che ci fa nel mio ufficio, se non sono indiscreto?
– È il signor Meunier, il principale, che mi ha…
– Il principale? Meunier?
– Non lo conosce?
– Fin troppo.
– Allora ha capito. Mi ha detto lui di darle questo.
– E cos’è questo?
– Be’, è un lettore di eBook, un eReader, un iPad, non lo so. Mi ha detto di averci messo dentro i manoscritti che le servono nel weekend, così non dovrà portarsi dietro tutto quel peso. Vuole che le spieghi come funziona? Guardi, è come uno schermo su cui ci sono i manoscritti. Sono qui, sugli scaffali virtuali che sembrano di vero legno. Basta toccarli e si aprono all’istante. Ce ne sono un sacco. Non riuscirà mai a leggerli in due giorni! Ecco, ne ho aperto uno.
– E come faccio ad andare avanti?
– Si girano le pagine dall’angolo in basso, con il dito.
– Come un libro?
– Sì, è l’unica concessione al passato. Una trovata per compiacere i vecchi. Quando nessuno si ricorderà più dei libri, la gente si chiederà il motivo di questo modo di procedere. Perché non farlo scorrere in verticale? Con lo scrolling. Sarebbe molto più logico.
– Kerouac sarebbe d’accordo con lei.
Lei non reagisce.
– Be’, mi scusi, signore, ma devo scappare, ho un aereo fra poco. Non legga troppo!
– Alla mia età…

Mi volta le spalle di scatto e se ne va tirandosi dietro la porta con delicatezza, lasciandomi a rigirarmi tra le mani questa cosa nuova. È nera, è fredda, è ostile, si vede subito che le sono antipatico. Non ha nessun tasto sporgente, nessun manico per tenerla o per portarsela dietro come una sottile cartella, solo un lussuoso aspetto high-tech, elegante come quello di uno svedese bruno. È di un nero opaco o spento (a seconda dei punti di vista), liscia, levigata, vetrosa, leggera. La soppeso.
La metto sulla scrivania e ci poggio sopra la guancia. È fredda, non produce nessun suono, non si stropiccia e non macchia. Niente lascia immaginare che contenga tanti libri. È solo un po’ scomoda come grandezza: troppo piccola per metterla in borsa (ci balla), troppo grande per entrare in tasca.
Pensandoci, assomiglia a Meunier, il principale. È inadeguata.
Che ha detto la ragazza a proposito dei libri, dei concerti? E così alla fine sarò costretto a separarmi anche dalla mia cartella che è diventata troppo grande. Me la porto dietro dai primi anni di università, il divorzio non sarà facile. Non ce lo dicevamo mai ma ci volevamo bene. Riempita a dovere il venerdì sera aveva il peso giusto, il peso del lavoro. Quello per cui ho la spalla sinistra leggermente più bassa della destra. Deformazione professionale. Quasimodo.
Ora mi servirà una piccola custodia apposita per questa novità. Con il manico, per cortesia. Sono convinto che Meunier ce l’abbia già nel cassetto e me la consegnerà lunedì mattina, gongolando, dopo avermi chiesto le mie impressioni sulla sua ultima genialata. “Bisogna essere moderni, Gaston.” Lo ha sempre divertito chiamarmi Gaston. Forse crede che mi faccia piacere. A meno che non pensi di essere spiritoso. Non mi illudo, non mi aspetto una custodia di Hermès, e nemmeno di Longchamp, sarà una cosa di plastica, tipo finto coccodrillo, con un po’ di gommapiuma per attutire gli urti. Uguale a Meunier, insomma.
Ora vado, devo andare. Voglio restare ancora un minuto alla scrivania e poi vado, solo un altro minuto con la faccia sul manoscritto per sentire l’odore della carta per l’ultima volta, perché in un certo senso una pagina ben annusata è una pagina già letta.

Paul Fournel, La novità, Voland, trad. di Federica Di Lella

Rambo, un Ulisse moderno

in Backstage

Walter Veltroni negli anni Ottanta tracciò un ritratto a tutto tondo dell’ipertricotico e steroidizzato reduce del Vietnam più famoso del grande schermo. Del Rambo protagonista di “Primo sangue” di David Morrell era rimasto l’impianto di base con la sfida tra lo sceriffo e il reduce che innerva il film. Ritratto impietoso della terra dello zio Sam che non ha più spazio per i suoi ragazzi tornati dall’inferno sconfitti e umiliati. Se nel romanzo di Morrell entrambi gli antagonisti muoiono, nel film Rambo sopravvive per ben tre sequel, incluso il nostalgico “John Rambo”. Appenna accennato invece il rapporto col colonnello Trautman che costituisce uno dei valori aggiunti della pellicola. Rambo muore, incerto sino alla fine se suicidarsi con la dinamite o morire a testa alta in uno scontro frontale:
«Una morte così povera. Così brutta e povera. Poi essa lo colse, ma non si trattava affatto del sonno stupefacente, torbido e profondissimo che si era aspettato. Era più simile alla sensazione che si era aspettato dalla dinamite, ma proveniva dalla testa anziché dallo stomaco e non capiva perché dovesse essere così, ne era spaventato, poi, siccome costituiva la somma di quello che rimaneva, lasciò che succedesse, la seguì, proruppe libero, dal suo cranio, catapultato attraverso il cielo, attraverso miriadi di spettri, in avanti, in fuori, eternamente radioso, brillante, e pensò che se continuava ad andare avanti cosi, avrebbe potuto scoprire di essersi sbagliatole, malgrado tutto, vedere Dio».

Specularmente muore anche lo sceriffo, con un rigurgito d’affetto finale per il reduce: «Pensò alla casa nelle colline che aveva messo a posto, ai gatti che vi teneva, e anche di quello non gliene importò niente. Pensò al ragazzo e si senti travolgere da un’ondata d’amore per lui e un secondo prima che la cartuccia vuota avesse completato l’arco della sua caduta, si lasciò andare, accettò tranquillamente. E morì».
Fu lo stesso Stallone a far cambiare il finale già girato, chiamando in disparte il regista: “Ted, posso parlarti per un secondo? Sai, Rambo ne ha passate tante. La polizia lo maltratta. Viene perseguitato senza tregua. Gli vengono mandati addosso i cani. Salta dalle scogliere. Corre nell’acqua ghiacciata. Viene ferito al braccio e deve ricucirsi da solo. Tutto questo, e ora lo uccidiamo?”

Ed ecco l’acuta analisi di Veltroni.

«Rambo è un eroe. Nel senso pieno, mitologico, del termine. Sfida tutti, perché tutti lo sfidano. È l’esultanza del corpo, dei muscoli, dell’agilità, dell’abilità. Non è intelligente, ma scaltro. Ha sofferto molto e una piaga gli è rimasta dentro. Soffre non con il corpo ma con il cuore. Ha un sistema di valori tradizionale, una rigida distinzione tra bene e male. Parla poco e agisce molto. È l’eroe dei tempi che viviamo.
Ma è diventato mito, onore riservato non a tutti gli eroi. Lo dice, con il successo incredibile del film, la straordinaria campagna di merchandising che ha riempito il mondo. Lo dice la quantità di parole scritte, di processi, di assoluzioni, di condanne che Rambo ha ricevuto in pochi mesi. Lo dice la identificazione del nome a personaggi o comportamenti decisi e vincenti. Si giova così della luce riflessa del mito chi, per esempio in politica, non accetta il tempo delle mediazioni, né i linguaggi complessi. Rambo è Craxi, non Andreotti. E il rambismo diviene nella società l’identificazione di comportamenti diffusi che affermano il diritto all’esercizio individuale della giustizia, anche violenta. Il rambismo diventa allora l’esaltazione della rissosità, della prevaricazione, della superiorità del più deciso e violento sugli altri.
Rambo non è semplice manifestazione di pura forza fisica. È, anzi, in questo, un mito originale. I ragazzini della palude dove l’“americano” Nando Moriconi-Alberto Sordi andava a fare il bagno nudo gli urlavano, «facce Tarzan» per istigarlo ad aggredire un tronco d’albero, coccodrillo dell’immaginario. Tarzan era l’elogio dell’agilità, dello spirito di adattamento, del coraggio verso le insidie della Jungla. Maciste era invece la pura forza muscolare, alzava pesi, spezzava funi, lanciava lontano uomini e cose.

Rambo non è solo questo. È, come dice il generale Trautman che lo ha avuto a fianco nel Vietnam, la più «straordinaria macchina da guerra» che esista. Ma è, appunto, una macchina costruita dalla esperienza oltre che dalle attitudini. È eccezionale ma non ha nulla di dichiaratamente eccezionale.
Non appartiene perciò neanche alle tipologie di miti dotati di facoltà che li rendono superiori. Non può volare, come faceva splendidamente Superman, non può correre alla velocità della luce come Flash, non può incantare con magie e illusionismi, come Mandrake.
Rambo non è neanche, però, un mito tutto intelligenza, alla Indiana Jones o James Bond. È anzi un po’ ottuso, privo di ironia e sorriso, violentemente insofferente alle macchine elettroniche che gli appaiono come una inutile e pericolosa esemplificazione della espressione delle potenzialità fisiche dell’uomo.
Di Rambo dunque sappiamo ciò che non è, ciò che non vuole essere. Non è né pura forza, né possessore di doti sovrannaturali, né uomo di grande intelligenza o disponibilità alle opportunità tecnologiche. Rambo è un prodotto sofisticato, complesso. È, questa, solo apparentemente una contraddizione rispetto alla ruvidità della confezione. La costruzione del mito è affidata infatti alla forza di penetrazione del personaggio piuttosto che ai film che appaiono di una rozzezza ed elementarietà disarmanti».

«Rambo smentisce anche tutto l’innamoramento tecnologico di questi anni. Il computer è uno strumento di discriminazione tra chi sa e chi no, una leva nelle mani del potere, una possibilità di controllo. Rambo, tornando alla base in Thailandia dopo la missione, distrugge tutti i video e le tecnologie, come il nuovo Rocky sconfigge il russo assistito dal computer. La macchina è dannosa e inutile. Rambo sembra aver studiato a Francoforte e il suo luddismo tecnologico evoca la paura e il timore di perdita di controllo e di potere presenti nella società.
Rambo vive nell’epoca della metropoli. I ritmi, gli spazi della vita contemporanea sono misurabili con la estensione delle grandi città, con l’inurbamento frenetico, con il dilagare del cemento. Rambo preferisce “l’inferno vietnamita” che è la sua “casa” e, in mancanza, supplisce, come nel primo film, con surrogati di foresta. Alberi e fiumi, cascate e cespugli rinfrancano l’occhio oppresso dall’uniformità degli spazi piccoli e uguali. La foresta nordamericana del primo film o quella vietnamita del secondo sono parenti dei grandi spazi di Greystoke, dell’Amazzonia verde e minacciata di La foresta di smeraldo, degli scenari misteriosi della saga di Indiana Jones e di All’inseguimento della pietra verde. Il verde è l’avventura, perché lì ciascuno è più solo. Solo senza uomini, senza soccorso delle macchine.
La solitudine, la sensazione di isolamento la necessità di farsi rispettare contando sulle proprie forze. Rambo è forse l’espressione più intensa e inquietante di questa tendenza, figlia dell’oggi. Altrimenti si potrebbe, sbagliando, far conto sul forte contenuto ideologico, sul rifiuto delle macchine e della civiltà urbana per definire Rambo un eroe premoderno.
È una solitudine infelice, sofferta, rabbiosa, la sua. Rambo dice «io non esisto» e sa che non può contare, fino in fondo, su nessuno. Rambo piange, nel primo film, sulla sua condizione di emarginato, di isolato costretto a difendersi. Ma Rambo non è il solo ad essere solo né bisogna essere stati a difendere Saigon per sentirsi sperduti. Forse molti di quelli che, nei cinema di tutto il mondo, applaudono il riscatto temerario di Rambo in realtà si sentono, per mille motivi, isolati, emarginati diversi, soli. La organizzazione della società, le tendenze della vita quotidiana accrescono forme e occasioni di solitudine o di affollata convivenza. I trasporti impegnano sempre più tempo, la televisione riduce lo spazio della comunicazione interpersonale e comunque rappresenta la principale, individualistica, catalizzatrice del tempo libero, i quartieri si spogliano dei naturali punti di ritrovo, la vita accelera tutti i suoi tempi, bruscamente. Le tecnologie, poi, esasperano la individualizzazione dei processi lavorativi, formativi, informativi. L’uomo è più solo nella società moderna e la solitudine, come dice Alberto Oliverio in La società solitaria (1979), costituisce «una condizione molto diffusa, tipica dell’alienazione della società moderna, una esperienza tra le più dolorose ed una seria minaccia per l’integrità ed il benessere psicologico dell’individuo».
Forse è per questo che al Rambo immaginario corrisponde il rambismo. Perché la solitudine e l’emarginazione costituiscono un elemento diffuso e unificante. Crescono i divari sociali, le contraddizioni razziali e culturali, le diversità sessuali. Rambo è perciò, in partenza, uno come tanti. Però Rambo è ammirato perché ha lo strumento, nei nervi e nei muscoli, per farla pagare a chi lo isola, per riscattarsi, per prendersi una rivincita. Rambo non rompe l’isolamento ma neanche lo subisce. È un eroe infelice. L’unica donna che incontra, in due film, muore dopo un bacio, trafitta dai nemici di lui. Rambo, come ha scritto Ida Magli, è un Ulisse moderno che, nel viaggio, ricerca se stesso non nella conoscenza come l’eroe omerico ma nella distruzione, strumento della salvezza. Quello di Rambo è un viaggio all’indietro, nel tempo e negli spazi. Qualcosa di diverso dalla tradizione letteraria, cinematografica, culturale e politica della mobilità americana. «Tutto quello che volevo era di andare da quella parte… Tutto quello che volevo era qualcosa di nuovo, niente di speciale» diceva il giovane Huckleberry Finn. Il viaggio naturalmente è una metafora della fuga e della conquista e il cinema e la letteratura d’oltreoceano, da London a Kubrick, da Melville a Spielberg ne sono impregnati.
Rambo invece fugge indietro, a cercare se stesso in una guerra finita da anni».

Leggere in una fabbrica di sigari

in Spilli

Vi siete mai chiesti perché i sigari Montecristo si chiamano così?

«A partire dal Settecento la fabbricazione dei sigari era diventata una delle principali industrie cubane; ma attorno al 1850 la situazione economica cambiò. La saturazione del mercato americano, l’aumento della disoccupazione e l’epidemia di colera del 1855 convinsero molti lavoratori a unirsi per migliorare le loro condizioni. Nel 1857 fu fondata una Società di mutuo soccorso riservata ai sigarai bianchi, seguita nel 1858 da una analoga per i negri liberi. Furono i primi sindacati cubani, precursori del movimento operaio di fine secolo.
Nel 1865 Saturnino Martínez, sigaraio e poeta, concepì l’idea di pubblicare un giornale per i lavoratori del tabacco, che doveva ospitare non solo articoli politici, ma anche testi scientifici e letterari, poesie e racconti. Con l’aiuto di alcuni intellettuali cubani, Martínez fece uscire il primo numero de “La Aurora” il 22 ottobre di quell’anno. “Lo scopo di questa pubblicazione,” scriveva nell’editoriale, “è di illuminare in ogni maniera possibile la classe sociale cui è destinata. Faremo tutto ciò che è in nostro potere per renderci universalmente accetti. Se non ci riusciremo, la colpa sarà della nostra insufficienza, non della nostra mancanza di volontà.” Nel corso degli anni “La Aurora” pubblicò testi dei maggiori autori cubani dell’epoca, oltre a traduzioni di scrittori europei come Schiller e Chateaubriand, recensioni librarie e teatrali, e denunce delle prevaricazioni degli industriali e delle sofferenze dei lavoratori. “Sapete,” chiedeva ai suoi lettori il 27 giugno 1866, “che presso La Zanja, a quanto dice la gente, c’è un industriale che mette in catene i bambini assunti come apprendisti?”
Ma Martínez doveva capire ben presto che il vero ostacolo alla diffusione del suo giornale era l’analfabetismo; a metà dell’Ottocento appena il 15 per cento della popolazione operaia cubana sapeva leggere. Per risolvere il problema pensò a una lettura pubblica. Si presentò al preside della scuola superiore di Guanabacoa, chiedendogli che il suo istituto promuovesse letture pubbliche nei luoghi di lavoro. Entusiasta dell’idea, il preside si incontrò con gli operai della fabbrica di sigari “El Fígaro”, e ottenuto il permesso del proprietario li convinse dell’utilità dell’iniziativa. Uno degli operai fu scelto come lettore, pagato dagli altri con un piccolo prelievo sul salario di ciascuno. Il 7 gennaio 1866 “La Aurora” poteva annunciare: “La lettura nelle fabbriche ha avuto inizio per la prima volta tra noi; l’iniziativa spetta ai bravi lavoratori di “El Fígaro”. È questo un passo da gigante sulla via del progresso e della generale avanzata dei lavoratori, che in tal modo si familiarizzeranno con i libri, fonte di eterna amicizia e di grande divertimento.

Le letture spaziavano dal compendio storico Le battaglie del secolo ai romanzi didattici come Il re del mondo del dimenticatissimo Fernández y González, a un manuale di economia politica di Flórez y Estrada.
Altre fabbriche seguirono l’esempio di “El Fígaro”. Il successo di queste letture pubbliche fu tale che in breve vennero tacciate di “sovversivismo”. Il 14 maggio 1866 il governatore di Cuba emanava il seguente decreto:

1. È proibito distrarre i lavoratori del tabacco e di ogni altro genere di industria con la lettura di libri e giornali, o con dibattiti estranei al lavoro in cui sono impegnati.
2. La polizia eserciterà la sua costante vigilanza per imporre l’esecuzione di codesto decreto, e metterà a disposizione della mia autorità i proprietari di fabbriche, i dirigenti e i sorveglianti che violeranno questa disposizione, affinché vengano puniti secondo la legge in base alla gravitàdel caso.

Malgrado questa proibizione, le letture proseguirono clandestinamente per qualche tempo; nel 1870, comunque, erano praticamente scomparse. E nell’ottobre del 1868, con l’inizio della guerra dei Dieci anni, anche “La Aurora” era stata soppressa. Tuttavia le letture non furono dimenticate, e rinacquero già nel 1869 in territorio nordamericano, per opera degli stessi lavoratori.
La guerra dei Dieci anni era scoppiata il 10 ottobre 1868, quando un proprietario terriero cubano, Carlos Manuel de Céspedes, alla testa di duecento uomini male armati si impadronì della città di Santiago e proclamò l’indipendenza dell’isola dalla Spagna. Alla fine del mese, dopo che Céspedes ebbe offerto la libertà a tutti gli schiavi che si fossero battuti per la rivoluzione, il suo esercito contava dodicimila volontari; e nell’aprile dell’anno seguente egli fu eletto presidente della giunta rivoluzionaria. Ma la Spagna non cedeva. Quattro anni dopo Céspedes fu deposto in absentia da un tribunale cubano, e nel marzo 1874 veniva catturato e ucciso dalle truppe spagnole. Nel frattempo gli Stati Uniti, schierati contro la Spagna che poneva restrizioni al commercio, avevano apertamente aiutato i rivoluzionari, e New York, New Orleans e Key West avevano accolto migliaia di rifugiati cubani. In pochi anni Key West si trasformò da piccolo villaggio di pescatori in una seconda Avana, diventando la capitale della produzione mondiale di sigari.

I lavoratori emigrati negli Stati Uniti portarono con sé anche l’abitudine della lettura pubblica, cui erano ormai affezionati. Una illustrazione della rivista nordamericana “Practical Magazine” del 1873 ci mostra un lector, con gli occhiali e un cappello a larghe tese, seduto a gambe incrociate alle spalle di tre sigarai in panciotto e maniche di camicia, intenti al loro lavoro.
I libri da leggere, scelti d’accordo con gli operai (che come ai tempi di “El Fígaro” pagavano il lettore di tasca loro), spaziavano dagli opuscoli politici alla storia, dai romanzi alla poesia classica e moderna. Sappiamo che tra le letture favorite occupava un posto d’onore Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, divenuto talmente popolare che un gruppo di sigarai scrisse all’autore, poco prima della sua morte avvenuta nel 1870, chiedendogli il permesso di dare il nome del protagonista ai sigari da loro fabbricati. Dumas acconsentì».

Alberto Manguel, Una storia della lettura, trad. di Gianni Guadalupi, Feltrinelli, 2009

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