Pinocchio secondo Manganelli

in Riscoperte

«Chi apre il bellissimo libro di Manganelli dedicato a Pinocchio, ha da principio una strana impressione. Questo libro parla del burattino più famoso del mondo: di Geppetto, Lucignolo, la Fata dai capelli turchini, la Volpe e il Gatto, il Grillo parlante, il Colombo e il Pescecane; eppure ci sembra di leggere un rabbino commentatore della Scrittura, o di un dotto cristiano che chiosa il Prologo del Vangelo di Giovanni e insegue tutti i sensi, letterali e allegorici, del testo sacro. Sebbene commenti un libro veloce e guizzante come Pinocchio, l’esegesi di Manganelli ha un fervore devoto. La sua attenzione insegue il minimo particolare, scruta, paragona, scava, mette in rapporto. Dapprima Manganelli soggiorna sulla superficie del testo. Sfoglia per ore una parola, legge un bianco, sogna sopra ogni lettera, trasforma ciascuna di esse in un’ iniziale miniata, fantastica sopra un punto e virgola, resta esterrefatto a considerare una virgola, fissa affascinato lo smisurato spazio vuoto che divide una parola da un’altra». Pietro Citati

Manganelli ha dedicato un libro parallelo al capolavoro di Collodi con l’ardore di un esegeta che si accosti a un testo-mondo che gli altri hanno sempre scambiato per un semplice libro per bambini.
Libro che spalanca universi di senso e di significato, quello di Collodi, sentieri che si intrecciano nel bosco delle geometrie possibili in cui la Fata, Geppetto, l’Omino di Burro sono archetipi di un libro “cubico” e “altamente indiziario”, “un libro di tracce, orme, indovinelli, burle, fughe, che ad ogni parola colloca un capolinea”.

In un passo del capitolo XXIX, Manganelli annota che “ogni qual volta Pinocchio diventa «ubbidiente», studia e si fa onore, non accade più nulla. La stessa assenza di eventi si era avuta quando Pinocchio, dopo aver nuovamente incontrato la Fata, aveva finalmente cominciato ad andare a scuola. Dunque, l’ubbidienza, la saggezza di Pinocchio sono incompatibili con la sua storia, le sue avventure. In termini letterari, la storia è sempre «storia di una disubbidienza»; presuppone un errore, una diserzione dalla norma, una condizione patologica. Quanto più si estende, sottraendosi alla saggezza del vocabolario, tanto più il linguaggio assume come proprie le dimensioni della malattia. Non v’è piaga, angoscia, inesistenza, nulla patito nell’essere che non si faccia parola; per sfiorare i significati sempre più periferici occorre viaggiare, percorrere spazi, pellegrinare, fuggire; occorre perdersi, smarrire il nome, dissociarsi dalla socievolezza. Ogni qual volta le parole, coagulate in racconto, si fermano, il racconto da raccontare è andato oltre, e occorre inseguirlo, e trovarlo sempre nel momento in cui è in movimento, in fuga, così dissolto da non sembrare che possa essere né pronunciato né letto“.

Ad esempio della Fata Turchina si sottolinea la sua impalpabilità, è sempre incompleta, pronta a traghettare Pinocchio verso quella morte necessaria per la sua metamorfosi finale: “L’apparizione effimera e centrale della Fata ci induce a chiedere che mai sia, costei, in quell’isola in cui ha riparato; dovunque sia, in questo libro senza Re, essa è la Regina, la Regina solitaria ed infeconda, la Signora degli animali, la vecchina, la donnina stanca sotto il peso delle brocche, la padrona della Lumaca, la Bambina morta; ma, anche, la metafisica adescatrice di un fratellino, un figlio. Ogni volta che si approssima all’umano, essa è «quasi» qualcosa: quasi una sorellina, quasi una mamma. Ma quello che regge e nasconde nelle sue mani mai descritte è la morte, il Transito per sé e per gli altri. Come Regina è metamorfica ed occulta. Si nasconde, si trasforma, si umilia. Appare e scompare, lunghi iati dividono i segmenti della sua esistenza”.

Perché “Pinocchio ha scelto di morire: ha chiamato a sé gli «assassini», tutte le forme del fuoco e dell’acqua, l’Omino di burro, i febbroni, i fulmini delle sue «nottatacce», il Serpente, il pescatore verde. Egli ha usato tutta la sua leggenda, tutto il suo destino per uccidersi: e con il suo suicidio tutti i mostri che esistevano come destino di Pinocchio scompaiono per sempre. Nessuno poteva uccidere Pinocchio, se non Pinocchio; nessuno se non lui poteva far morire quel suo legno «durissimo». Ma vi è del mistero in questa morte. Il burattino di legno ha scelto la morte perché potesse cominciare a vivere il Pinocchio – se così si chiamerà – di carne; ma non si è trasformato. Morto, è rimasto come salma «appoggiato ad una seggiola, col capo girato su una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo». Pinocchio guarda quel burattino misterioso, il «burattino meraviglioso» e «buffo». Nella casa del nuovo Pinocchio resta quella reliquia morta e prodigiosa, il nuovo e vivo dovrà coabitare col vecchio e morto. Quel metro di legno continuerà a sfidarlo”.

Manganelli, scrittore, traduttore, giornalista, critico fa parte del patrimonio letterario italiano, ed è autore da scoprire e riscoprire in questo stupefacente libro.

Mangialibri

 

Alcuni link su Manganelli:
Nadia Terranova, Giorgio Manganelli: lettore in fuga, IL
Rai Storia, Muore lo scrittore Giorgio Manganelli
Ad Urbino sino al 30 giugno la mostra Manganelli Finxit. Arte come menzogna
Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo, Adelphi

Ultimi da Riscoperte

Questo sito Web utilizza i cookie per migliorare il servizio e presentare annunci pubblicitari personalizzati. Usando il sito accetti questo utilizzo. Consulta la nostra Informativa sui cookie

Questo sito Web utilizza i cookie per migliorare il servizio e presentare annunci pubblicitari personalizzati. Usando il sito accetti questo utilizzo. Consulta la nostra Informativa sui cookie

Chiudi