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maggio 2017

Falcone spiegato a mio figlio

in Narrazioni

Stefania Nicolosi – Sono pochi gli eventi che tracciano una cesura netta tra quello che una persona è stata e quello che non sarà più. Io ne posso rintracciare tre, tanto lontani tra loro, quanto intimamente intrecciati nella mia coscienza: nel mio essere quella che sono.
Il primo è certamente la scomparsa di mio padre, che ha lasciato solchi così profondi nella bambina che ero e nella donna che sono e ai quali ho imparato ad essere grata per la sensibilità che mi hanno regalato.
Il secondo è la tua nascita, piccolo mio. Non sto qui a raccontarti le meraviglie della maternità, bensì quello che implica, nel bene e nel male, in una donna l’evento più ultraterreno e nel contempo traumatico: il parto. Mentre ti guardavo da quel letto d’ospedale esausta e sognante, l’unico pensiero che mi ossessionava era: “mi devo alzare da questo letto, mi devono passare questi dolori lancinanti. Da oggi e per buona parte degli anni a venire non potrò più permettermi di restare a letto perché sto male, perché non basterò più solo a me stessa”.
Prima che di me stessa, mi dovevo e mi dovrò occupare ogni giorno di te, amore mio. Alcuni la chiamano depressione post-partum: io la definisco “senso di responsabilità”, che la maternità ti amplifica all’ennesima potenza.
E vengo al terzo evento che mi ha segnato: quello di cui, amore mio, non vedo l’ora di raccontarti perché, all’età di soli 10 anni mi ha spalancato tragicamente gli occhi e oggi, lo voglio, lo devo trasmettere a te che non puoi non conoscere.
Era un tiepido sabato di maggio, era il 23 maggio di 25 anni fa e ad un certo punto un boato ha cambiato tutto. O forse non ha cambiato niente.
Io so solo, amore mio, che quel sabato la nonna dovette spiegare ad una bambina di 10 anni, curiosa e dai mille interrogativi, che cosa è la MAFIA.
Le dovette spiegare che cosa è il tritolo e perché la televisione continuava a passare quell’immagine di quella strada, che lei aveva percorso giusto qualche domenica prima per andare a vedere per la prima volta un aereo, ridotta ad un cumulo di macerie e polvere.
Le dovette spiegare chi era Giovanni Falcone, che lavoro fa un giudice e che cosa vuol dire Giustizia e perché un giudice e la sua famiglia devono essere accompagnati dalla scorta.
Insomma, la nonna dovette spiegare per la prima volta a mamma che il MALE non sono solo i peccatucci che aveva confessato per fare la Prima Comunione, il MALE è attorno a noi, nella nostra meravigliosa e maledetta isola.
Da quel boato, nulla fu più come prima, né per la tua mamma e i suoi coetanei, né per tanti altri.
La mamma quel giorno di 25 anni fa capì che stava in una terra dove, molto vicino a lei, ci sono delle persone che hanno come principale obiettivo il male altrui, non poteva ancora comprendere gli intrecci tra mafia, politica, banche, appalti, traffico di armi, droga…nooooo era troppo per una bimba di 10 anni che però ogni anno, man mano che cresceva, in occasione del giorno della memoria, aggiungeva un tassello al difficile puzzle della strage di Capaci.
Ciò che resta indelebile è il senso di impotenza dinanzi alla prepotenza a cui, figlio mio, noi siciliani facciamo l’abitudine troppo presto, fin dall’infanzia.
Perché noi siciliani siamo così: ogni anno da 25 anni ricordiamo le stragi di Capaci e poi Via d’Amelio e Portella della Ginestra e Ciaculli e così via, ma giriamo la faccia dall’altra parte quando dobbiamo testimoniare contro un torto visto o subito per paura del cugino del nipote della zia della persona che sicuramente conosciamo anche noi e che si potrebbe vendicare.
Siamo i Giudici dell’Antimafia più agguerriti, ma siamo nel contempo i primi convinti che nulla cambierà nella nostra terra, e quindi la lasciamo per tentar la fortuna altrove, dove erroneamente pensiamo che la prepotenza non ci sia.
Siamo i narratori più validi e disincantati della storia di Cosa Nostra a partire dalle origini, ma siamo nel contempo i primi ad accettare il malcostume della raccomandazione del Padrino pur di avere un posto di lavoro.
Da quel momento, la mamma capì che quando veniva svegliata di soprassalto nel cuore della notte da un boato, o era terremoto, o era qualche criminale che aveva incendiato qualche macchina o qualche negozio. E alla tua mamma non è mai sembrato normale, anche se ti fanno credere che sia così.
No, amore mio, non è normale. Non succede ovunque e laddove succede, vuol dire che il Male mafioso è così profondamente radicato che, se non puoi sconfiggerlo, almeno lo devi conoscere.
Ecco perché sappi che ogni volta che non difenderai il compagno più debole, tu sarai un mafioso.
Ogni volta che risponderai: “tu fatti gli affari tuoi. Non ti ammiscari”, come dicono qui, tu sarai un mafioso.
Ogni volta che ruberai e non ti guadagnerai ciò che desideri, tu sarai un mafioso.
Ogni volta che ti avvicinerai a una droga, tu sarai un mafioso.
Ogni volta che deturperai il nostro splendido paesaggio, che sporcherai, che vandalizzerai, tu sarai un mafioso.

Ma io non potrò tenerti nella campana di vetro, ad un certo punto dovrai fare i tuoi errori.
Posso solo chiederti una cosa, amore mio: STUDIA, figlio mio, studia sempre QUALUNQUE COSA, STUDIALA perché la cultura, se non altro, ti rende libero dal servilismo dell’ignoranza e poi COLTIVA UN SOGNO, qualunque esso sia, fatti animare e guidare da un SOGNO perché la sostanza dei sogni è per sua stessa natura positiva e nulla di malvagio potrà mai essere contenuto in essi.

Pinocchio secondo Manganelli

in Riscoperte

«Chi apre il bellissimo libro di Manganelli dedicato a Pinocchio, ha da principio una strana impressione. Questo libro parla del burattino più famoso del mondo: di Geppetto, Lucignolo, la Fata dai capelli turchini, la Volpe e il Gatto, il Grillo parlante, il Colombo e il Pescecane; eppure ci sembra di leggere un rabbino commentatore della Scrittura, o di un dotto cristiano che chiosa il Prologo del Vangelo di Giovanni e insegue tutti i sensi, letterali e allegorici, del testo sacro. Sebbene commenti un libro veloce e guizzante come Pinocchio, l’esegesi di Manganelli ha un fervore devoto. La sua attenzione insegue il minimo particolare, scruta, paragona, scava, mette in rapporto. Dapprima Manganelli soggiorna sulla superficie del testo. Sfoglia per ore una parola, legge un bianco, sogna sopra ogni lettera, trasforma ciascuna di esse in un’ iniziale miniata, fantastica sopra un punto e virgola, resta esterrefatto a considerare una virgola, fissa affascinato lo smisurato spazio vuoto che divide una parola da un’altra». Pietro Citati

Manganelli ha dedicato un libro parallelo al capolavoro di Collodi con l’ardore di un esegeta che si accosti a un testo-mondo che gli altri hanno sempre scambiato per un semplice libro per bambini.
Libro che spalanca universi di senso e di significato, quello di Collodi, sentieri che si intrecciano nel bosco delle geometrie possibili in cui la Fata, Geppetto, l’Omino di Burro sono archetipi di un libro “cubico” e “altamente indiziario”, “un libro di tracce, orme, indovinelli, burle, fughe, che ad ogni parola colloca un capolinea”.

In un passo del capitolo XXIX, Manganelli annota che “ogni qual volta Pinocchio diventa «ubbidiente», studia e si fa onore, non accade più nulla. La stessa assenza di eventi si era avuta quando Pinocchio, dopo aver nuovamente incontrato la Fata, aveva finalmente cominciato ad andare a scuola. Dunque, l’ubbidienza, la saggezza di Pinocchio sono incompatibili con la sua storia, le sue avventure. In termini letterari, la storia è sempre «storia di una disubbidienza»; presuppone un errore, una diserzione dalla norma, una condizione patologica. Quanto più si estende, sottraendosi alla saggezza del vocabolario, tanto più il linguaggio assume come proprie le dimensioni della malattia. Non v’è piaga, angoscia, inesistenza, nulla patito nell’essere che non si faccia parola; per sfiorare i significati sempre più periferici occorre viaggiare, percorrere spazi, pellegrinare, fuggire; occorre perdersi, smarrire il nome, dissociarsi dalla socievolezza. Ogni qual volta le parole, coagulate in racconto, si fermano, il racconto da raccontare è andato oltre, e occorre inseguirlo, e trovarlo sempre nel momento in cui è in movimento, in fuga, così dissolto da non sembrare che possa essere né pronunciato né letto“.

Ad esempio della Fata Turchina si sottolinea la sua impalpabilità, è sempre incompleta, pronta a traghettare Pinocchio verso quella morte necessaria per la sua metamorfosi finale: “L’apparizione effimera e centrale della Fata ci induce a chiedere che mai sia, costei, in quell’isola in cui ha riparato; dovunque sia, in questo libro senza Re, essa è la Regina, la Regina solitaria ed infeconda, la Signora degli animali, la vecchina, la donnina stanca sotto il peso delle brocche, la padrona della Lumaca, la Bambina morta; ma, anche, la metafisica adescatrice di un fratellino, un figlio. Ogni volta che si approssima all’umano, essa è «quasi» qualcosa: quasi una sorellina, quasi una mamma. Ma quello che regge e nasconde nelle sue mani mai descritte è la morte, il Transito per sé e per gli altri. Come Regina è metamorfica ed occulta. Si nasconde, si trasforma, si umilia. Appare e scompare, lunghi iati dividono i segmenti della sua esistenza”.

Perché “Pinocchio ha scelto di morire: ha chiamato a sé gli «assassini», tutte le forme del fuoco e dell’acqua, l’Omino di burro, i febbroni, i fulmini delle sue «nottatacce», il Serpente, il pescatore verde. Egli ha usato tutta la sua leggenda, tutto il suo destino per uccidersi: e con il suo suicidio tutti i mostri che esistevano come destino di Pinocchio scompaiono per sempre. Nessuno poteva uccidere Pinocchio, se non Pinocchio; nessuno se non lui poteva far morire quel suo legno «durissimo». Ma vi è del mistero in questa morte. Il burattino di legno ha scelto la morte perché potesse cominciare a vivere il Pinocchio – se così si chiamerà – di carne; ma non si è trasformato. Morto, è rimasto come salma «appoggiato ad una seggiola, col capo girato su una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo». Pinocchio guarda quel burattino misterioso, il «burattino meraviglioso» e «buffo». Nella casa del nuovo Pinocchio resta quella reliquia morta e prodigiosa, il nuovo e vivo dovrà coabitare col vecchio e morto. Quel metro di legno continuerà a sfidarlo”.

Manganelli, scrittore, traduttore, giornalista, critico fa parte del patrimonio letterario italiano, ed è autore da scoprire e riscoprire in questo stupefacente libro.

Mangialibri

 

Alcuni link su Manganelli:
Nadia Terranova, Giorgio Manganelli: lettore in fuga, IL
Rai Storia, Muore lo scrittore Giorgio Manganelli
Ad Urbino sino al 30 giugno la mostra Manganelli Finxit. Arte come menzogna
Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo, Adelphi

La vita ha il significato che noi riusciamo a imporle

in Riscoperte

Eugenio Montale – Giorni fa mi fu chiesto da un cortese intervistatore quale potrebbe essere lo status poetico della luna dopo il fatto compiuto dell’allunaggio. Gli risposi che la scoperta dell’ombrello non aveva impedito a Debussy e a D’Annunzio di mimare la pioggia in due loro celebri composizioni. Aggiunsi pure che la poeticità della luna era già in ribasso molto prima che i futuristi scatenassero la loro offensiva contro la pallida Selene. Nessun poeta moderno si rivolgerebbe alla luna col famoso interrogativo «che fai tu in ciel» etc. Detronizzata da gran tempo, la luna sopravvive come parola d’uso (es. «era una bella serata di luna» in cui la parola luna non ha funzione di protagonista). E sopravvivranno all’allunaggio le numerose connotazioni misterico-negromantiche che hanno fatto del nostro vicino satellite un inquietante personaggio astrale.

Accomiatatomi dall’intervistatore mi resi conto di essermela cavata a buon mercato. Infatti quella sua domanda ne conteneva un’altra ben più importante. L’interrogativo vero era questo: le scoperte tecnologiche e scientifiche avranno una portata rivoluzionaria anche nel campo dell’arte e, specificamente, in quello della poesia? E qui il problema si faceva più difficile. Esso partiva dal presupposto che i viaggi spaziali considerati come invenzione e scoperta fossero la più alta meta raggiunta dall’uomo. Su questo punto i dubbi di un vero uomo di scienza potrebbero essere più che legittimi. L’uomo ha compiuto fin dal suo avvento sulla terra un’infinità di scoperte assai più impressionanti. Basti dire che l’uomo è riuscito a render la terra abitabile dalla sua specie, salvando questa (fin che sarà possibile), dalla sua totale estinzione. Quando la scimmia o un suo evoluto derivato si decise, o fu costretto, a camminare su due zampe anziché su quattro, questa sua scoperta ebbe un’importanza assai maggiore di ogni futuro allunamento o insaturnamento spaziale. Il fatto non destò clamore, non fu nemmeno avvertito. Non esisteva neppure ciò che oggi definiamo come linguaggio: o esisteva in forme non verbali, come quello delle formiche. Da allora l’uomo ha percorso molto cammino e non solo con le sue gambe. Le scoperte e invenzioni da lui fatte hanno mutato il volto della terra; il mondo è diventato un suo dominio ed ora l’uomo vuole entrare in altri mondi inabitabili creandovi condizioni di vita che siano (sia pure per breve tempo) analoghe a quelle della terra on dubito del suo successo. Più dubbioso mi lascia fatto ch’egli ha anche scoperto di essere un Dio, il Dio di se stesso. Ma non vorrei divagare (il tema è immenso) e torno al mio tema: luna e arte, trionfo della scienza e suoi possibili riflessi sul mondo della creazione artistica, della poesia.

L’arte d’oggi è un’arte organizzata e sempre più professionale. E quest’arte si è certamente avvalsa di strumenti che l’uomo è andato via via inventando e perfezionando. Non per questo si può sostenere che l’arte faccia progressi. Unico progresso, semmai, è stato quello di piegare i nuovi strumenti alle sue leggi intrinseche, servendosene o addirittura rifiutandoli.

Valga l’esempio della fotografia. C’è un genere di pittura imitativa, quella che pretendeva di riprodurre esattamente il vero, che il nuovo strumento ha reso inutile. Si può obiettare che il vero, in pittura, non è mai esistito e che i suoi maggiori risultati (si pensi a Vermeer) ci hanno dato una superrealtà che è una delle forme più alte della fantasia. Ma il fiamminghismo è stato un caso limite, insuperato e insuperabile. L’arte ha, nel suo decorso, il bisogno di un’ordinaria amministrazione e non tiene alcun conto dei geni. Quando fu chiaro che l’imitazione del vero era una via chiusa l’avvento dell’impressionismo e di quel che poi segui fu inevitabile.

S’intende che io semplifico un processo ch’ebbe altre e anche maggiori componenti. Infatti, accanto alle scoperte della tecnica e delle scienze esatte si deve tener conto delle scienze che io direi opinabili: la filosofia, la psicologia, la sociologia, la psicanalisi, le varie forme del moderno irrazionalismo, tutta una serie di correnti di pensiero che hanno il necessario contraccolpo nel mondo dell’arte: senza mai, però, intaccarne l’essenziale bisogno di mantenere intatta la sua specifica autonomia. E tale autonomia non ha affatto bisogno di essere sussunta dai filosofi come un’autonoma categoria dello spirito. Basta la constatazione che in ogni tempo l’arte ci ha proposto il canone inderogabile di un assoluto irrealismo. L’arte comincia dove la realtà finisce; e di questo fu persuaso anche il più furibondo realista della storia: Emilio Zola, il grande esageratore del vero. Al polo opposto Puskin e Tolstoj, di una verità troppo vera per essere credibile. Miracolo di un’arte che sembra facile senza esserlo e non si può raggiungere ad arte. (In occidente abbiamo un solo caso affine: quello di Jane Austen).

La fuga dalla realtà non è un recipe infallibile come può constatare chiunque si avventuri a visitare i padiglioni della sempre agonizzante e sempre risorta Biennale veneziana. E’ probabilmente la peggiore delle ricette quando si trasformi in un programma. Non basta dire il falso per essere nel vero; eppure questo itinerario verso il falso obbligatorio ha avuto la sanzione di gran parte della critica quando ha assunto la seducente etichetta dell’aggiornamento. Se la vita scorre vuol dire che muta; se muta (primo errore) vuol dire che progredisce, che va verso il meglio, sia pure attraverso inevitabili errori. E perché allora non dovrebbe l’artista adeguarsi allo Spirito del Tempo?

Mi riferisco all’interpretazione sedicente ottimistica di ciò che oggi avviene nel mondo: venga pure il peggio purché qualcosa muti. Il meglio verrà dopo anche se non lo vedremo noi: sarà l’eredità che noi lasceremo all’uomo di domani: all’uomo del 3000 perché il 2000 è prossimo e non lascia prevedere traguardi affascinanti. E trascuro cosi l’altra possibile interpretazione: quella escatologica, sempre contestata e sempre dura a morire. D’altronde, trionfalismo finalistico e fine del mondo non sono ipotesi necessariamente antitetiche. La vita ha il significato che noi riusciamo a imporle: noi, cioè gli uomini di scienza e di pensiero. Ne consegue che il mondo coincide con la definizione che noi (a maggioranza relativa) decideremo di dargli. Se coloro che interpretano, o meglio inventano, la direzione dello spirito del tempo, il soffio dello Zeitgeist, proclameranno che il bene e il male, il giusto e l’ingiusto sono due insegne non complementari ma intercambiabili, allora il mondo potrebbe finire senza che alcuno se ne accorga, non già tra salmodie e geremiadi ma tra squilli dì fanfare. Per ora non siamo a tanto e la luna la fredda, buia, disabitata luna, il pianeta che forse si distaccò dalla terra quando questa era ancora in uno stato di semi-fluidità, porrà ancora suggerire ai poeti le immagini della falce, del corno, del velo, dello specchio oscurato; e dalle varie fasi delle lunazioni i pescatori, gli aruspici e i viaggiatori sedentari potranno trarre presagi, augurî e tutto un vasto repertorio di ciò che in altri tempi fu detto «poesia».

Corriere della Sera, 17 luglio 1969

La sete di amore libero nei Fratelli Karamazov

in Letture

Parlando dei Karamazov Dostoevskij scriveva: “Il problema principale che sarà trattato in tutte le parti di questo libro, è lo stesso di cui ho sofferto consciamente o inconsciamente tutta la vita: l’esistenza di Dio”. I fratelli Karamazov risulta la sua opera più complessa, più profonda e più compiuta, l’intera vicenda ruota attorno ai tre fratelli del titolo: Dmitrij, Ivàn e Aleksej Karamazov, schematizzando altro non sono che tre sfaccettature dell’animo umano: Dmitrij è l’uomo delle passioni, Ivàn l’uomo della ragione, Aleksej l’uomo del sentimento.

La trama del romanzo è fin troppo schematica, come spesso capita in Dostoevskij, l’impianto narrativo è solo il pretesto per un’ulteriore trivellazione della psiche umana, non è importante chi ha ucciso il padre dei tre fratelli Karamazov, il viscido usuraio Fedor Pavlovic, la questione fondante ruota sempre attorno alla riflessione sull’esistenza umana e soprattutto all’interrogativo angosciante: che cos’è l’amore? È possibile l’amore in un mondo condannato alla libertà?

Se il tuo amore come amore non produce una corrispondenza d’amore, se nella tua manifestazione vitale di uomo amante non fai di te stesso un uomo amato, il tuo amore è impotente, è un’infelicità.

Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844

Chi sono i personaggi di Dostoevskij? Azzardiamo una risposta: sono creature che sanno, e sanno troppo. E questo li carica di un fardello che impone loro una scelta. Sentono il sapore della vita e amano. Vogliono disperatamente essere amati da una donna, da un uomo ma, soprattutto, da Dio. Si sfidano come due rettili Mitja e il padre per l’amore di Gruseska; Smerdjakov, il figlio bastardo uccide il padre che non l’ama per ottenere in cambio almeno l’affetto del fratellastro Ivàn; Aleksej dopo la morte dello starec Zosima va per il mondo, cerca l’amore di Liza, vuole mettere in pratica la parola del Signore e trova la sua strada parlando a lungo e intensamente con i bambini. Ecco, il tema si focalizza, tra le pagine e pagine del libro è sempre costante la presenza dei bambini: proprio i bambini sono la chiave di volta per cercare di comprendere la grandezza di questa pietra miliare della letteratura mondiale. Troviamo il tema nelle parole di Ivan:

Io so soltanto che il dolore esiste: gli uomini stessi sono colpevoli: era stato dato loro il paradiso, hanno voluto la libertà. Ma se tutti devono soffrire per riconquistare con la sofferenza l’eterna armonia, che c’entrano i bambini?

 

Se Dio esiste come può permettere la sofferenza dei bambini? Proprio loro che a Lui sono più vicini, in loro che ancora splende l’innocenza che presto perderanno. Ivan non può accettare l’idea, la semplice idea di Dio in un mondo dove c’è spazio per la sofferenza dei bambini, questo può essere possibile solo in un mondo senza Dio. Solo se Dio non esiste, l’uomo è Dio e tutto è permesso.
È Ivan il personaggio più concreto, più profondo, simboleggia la filosofia che non riesce a digerire lo scontro con il reale. È duro il muro contro cui cozza di continuo la riflessione, Ivàn è l’unico dei tre fratelli a non smettere di indagare in sé, è in lui che si sentono tutte le tribolazioni dell’anima. Guarda nell’abisso e sa che l’abisso guarda dentro di lui ma continua a scendere, in un mondo di parole e teoremi, la fede o le pulsioni della carne appesantirebbero la sua discesa. Ivàn ricorda (sua è la priorità ontologica) Antonius Blok, il segaligno cavaliere del settimo sigillo di Bergman: sono entrambi uomini che non hanno paura degli specchi ma gli specchi gli regalano solo un riflesso vuoto, cercano entrambi Dio, incessantemente. Ed entrambi vorrebbero solo una cosa: la pace del cuore. Sanno anche come raggiungerla: uccidere l’idea di Dio, estirparla per sempre dalla loro testa con un ferro arroventato.

Aleksej ha sempre la fede e lo sa, tentenna solo una notte quando sta per lasciarsi andare alle calde e seriche promesse di Grusenka che gode nel prenderlo in giro per la sua insopportabile purezza; Mitja, di contro, ha scelto la passione, cerca di riflettere ma è sempre il suo lato più istintivo che ha la meglio. Né Aleksej né Dmitrji sono filosofi, hanno scelto due lenti per vedere il mondo che hanno i loro relativi vantaggi: la fede è un caldo abbraccio che impedisce di rompersi la testa in contorsioni mentali; la fisicità è una corazza debole ma è sempre una corazza, Dmtrij rinuncia alla theoria, rinuncia ad aprire gli occhi sul mistero sacro della realtà, vuole amare ma di un amore che la penna di Dostoevskji non descriverà mai, l’amore fatto di caldi sospiri e abbracci, corpi che si cercano e si trovano per scacciare la solitudine dei demoni del cuore (non c’è nemmeno una parola per la sfera sessuale, anche le mire del padre dei Karamazov sono avvolte in un cappotto di castità).
Scartata la fede e rifiutata la vita dei rettili che accomuna Fedor Pavlovic e Dmitrij, a Ivan resta solo la ragione, il pungolo della ragione che lo conduce presto a scontrarsi con i fantasmi della sua coscienza. Sceglie l’ateismo ma vuole disperatamente Dio (il dramma dell’ateo non è forse questo?), vuole essere amato da Dio e si rompe la testa nei suoi ghirigori di incidentali. Riesce a spiegare il mondo ma non riesce a capirlo. I bambini inchiodati sulla croce, i cani che divorano pezzi di pane imbottiti di chiodi scagliati da quegli stessi bambini che il freddo porterà alla tomba.
Prima di perdere la ragione e finire a dialogare con un simpaticissimo povero diavolo, Ivàn in una notte troppo lunga incontra Aleksej e gli narra un suo poema, la celeberrima leggenda del Grande Inquisitore, quella che è la summa di tutta l’opera di Dostoevskij e una delle pagine più importanti di tutta la storia dell’umanità (“una delle pagine più belle e più terribili della letteratura contemporanea” ). La leggenda offre molteplici interpretazioni, è un prisma in cui scomporci.
Cristo, tornato sulla terra nel XVI secolo, si incontra a Siviglia col grande inquisitore. Gesù è giunto nel mondo in silenzio, senza annunciarsi e il popolo infine lo riconosce, dai suoi occhi si sprigionano i raggi della Luce, del Sapere e della Forza. Compie il primo dei nuovi miracoli, ridona la vista a un vecchio, resuscita una bambina (il tema dei bambini, ripetiamo, è sempre costantemente presente). Il Grande Inquisitore ha visto tutto con i suoi occhi infossati in cui splende ancora una luce, come una scintilla di fuoco. Inizia la lotta di sguardi, le guardie conducono il Cristo davanti all’Inquisitore, gonfio come una sanguisuga delle grida degli eretici che bruciano a maggiore gloria del Signore.

Il processo è un monologo allucinato e nella sua lucida follia riecheggiano tutti gli incubi del controllo totale, la stessa filosofia tiene in piedi il Grande Fratello di 1984 e il Grande Inquisitore. L’uomo scarta il regalo di Dio, rifiuta un fardello insopportabile come la libertà, vuole solo sapere davanti a chi inginocchiarsi, vuole solo dissetarsi con mistero, autorità e miracolo.
La prima domanda sfavilla nella notte di Siviglia: “Perché sei venuto a disturbarci?”, l’incubo di Gesù si è realizzato ma scopriremo ben presto che la follia dell’Inquisitore si fonda su una solida base. Il grande merito di cui si fregia l’Inquisitore è la soppressione dell’insopportabile libertà. Gli uomini non hanno mai voluto essere liberi, non è conciliabile l’aspirazione alla felicità con la libertà. Gesù era stato avvisato in tempo, il signore del non essere, Satana, non gli aveva fatto mancare avvertimenti e consigli. Segue la profondissima analisi delle tre parole, le tre frasi che esprimono tutta la futura storia dell’umanità. Sono le tre tentazioni del deserto. Il Cristo le ha rifiutate, voleva che gli uomini lo amassero di un amore libero, non come schiavi riconoscenti, gli uomini dovevano scegliere tra i due abissi e scegliere liberamente. Gli uomini vogliono essere incatenati, non vogliono scegliere. E la Chiesa rinnovata scaccerà via i loro dubbi, offrirà loro pane e la coppa del mistero, saranno felici perché qualcun altro sceglierà per loro. L’inquisitore non riesce a reggere lo sguardo silente del Cristo, ecco il suo dramma: “Io non voglio il tuo amore perché nemmeno io Ti amo”. L’inquisitore sa bene che il suo piano deve realizzarsi e si realizzerà proprio per l’intima natura dell’uomo, Gesù è di ostacolo, deve morire e stavolta deve essere per sempre. Brucerà domani come tutti gli eretici, coloro che sono fuori dal tempo, quelli che non riescono a tenere il passo della storia. L’uomo schiavo è l’uomo felice, alienato ma felice. Il Cristo lo ha ascoltato, in silenzio, non l’ha interrotto mai.

L’inquisitore, dopo aver taciuto, aspetta per qualche tempo che il suo Prigioniero gli risponda. Il Suo silenzio gli pesa. Ha visto che il Prigioniero l’ha sempre ascoltato, fissandolo negli occhi col suo sguardo calmo e penetrante e non volendo evidentemente obiettar nulla. Il vecchio vorrebbe che dicesse qualcosa, sia pure di amaro, di terribile. Ma Egli tutt’a un tratto si avvicina al vecchio in silenzio e lo bacia piano sulle esangui labbra novantenni. Ed ecco tutta la Sua risposta. Il vecchio sussulta. Gli angoli delle labbra hanno avuto un fremito; egli va verso la porta, la spalanca e Gli dice: “Vattene e non venir piú… non venire mai piú… mai piú!”. Il bacio gli arde nel cuore, ma il vecchio persiste nella sua idea.

Ecco la grandezza di Dostoevskij, l’uomo si danna per il silenzio di Dio e Dio risponde in silenzio con l’unica risposta possibile: l’amore. Lo stesso amore che Ivàn cerca disperatamente.
La lettura di Dostoevskij lascia mutati, attiva una nuova vista sul mondo. Siamo partiti su una panchina di ferro nella Pietroburgo irreale delle notti bianche, seduti lì a cullare amori che forse durano solo un istante, quello che separa il dormiveglia dal sogno. Siamo finiti in fondo all’abisso, anelando il bacio muto di Dio. Non abbiamo gli strumenti per rispondere al dramma di Dio e dell’uomo, abbiamo solo dei semi per una futura riflessione:

Se Cristo fosse pur solo il soggetto di un grande racconto, il fatto che questo racconto abbia potuto essere immaginato e voluto da bipedi implumi che sanno solo di non sapere, sarebbe altrettanto miracoloso (miracolosamente misterioso) del fatto che il figlio di un Dio reale si sia veramente incarnato. Questo mistero naturale e terreno non cesserebbe di turbare e ingentilire il cuore di chi non crede. “

Umberto Eco (con Carlo M. Martini), In che cosa crede chi non crede?

[A.P.]

Il miracolo greco e la supremazia dell’inutile

in Letture

Ci sono libri potenti, saggi che si leggono come un romanzo in cui ha mano felice l’autore nel riallacciare sentieri interrotti tra le diverse branche dell’umano sapere che nacque grazie a un’inedita combinazione di fattori. George Steiner ha da sempre fede nella parola come produttrice di senso. Tra le sue ultime opere c’è il fondamentale “La poesia dello spirito” di cui riportiamo un estratto. Un libro da leggere da rileggere.

L’incandescenza della creatività intellettuale e poetica nella Grecia continentale, in Asia minore e in Sicilia durante il VI e il V secolo prima di Cristo, resta un caso unico nella storia dell’umanità. Per certi aspetti, la vita dello spirito dopo di allora è solo una doviziosa postilla. Per lungo tempo questo è stato dato per scontato. Tuttavia le cause di questo sprazzo di sole, i motivi che l’hanno determinato in quel momento e in quel luogo, rimangono poco chiari. La penitenziale political correctness ora prevalente, i rimorsi del postcolonialismo rendono imbarazzante perfino porre le domande che sarebbero pertinenti, chiedere per quale ragione quell’ardente prodigio che è il puro pensiero non si sia imposto quasi in nessun altro luogo (quale teorema è giunto dall’Africa?).
Molteplici e complessi devono essere stati i fattori interattivi, direi «implosivi», se vogliamo prendere in prestito un concetto essenziale derivato dalle dense collisioni della fisica degli atomi. Tra questi un clima abbastanza mite e la facilità delle comunicazioni marittime. L’argomentazione viaggiava veloce; era, nel senso antico e figurato, «mercuriale». La disponibilità di proteine, duramente preclusa a gran parte del mondo subsahariano, è stata forse un fattore di primaria importanza. I nutrizionisti parlano delle proteine come di «cibo del cervello». Fame e malnutrizione rendono zoppa la ginnastica dello spirito. Ci sono molte cose che non riusciamo ancora ad afferrare, benché Hegel percepisse il ruolo cardine di alcune di esse, come la contiguità quotidiana con gli schiavi, l’incidenza della schiavitù sulla sensibilità personale e sociale. È evidente comunque che per i privilegiati, ed essi erano relativamente numerosi, la proprietà di schiavi implicava tempo libero ed esenzione dai lavori manuali e domestici. Permetteva tempo e spazio per il libero gioco dell’intelletto. Questa è un’immensa libertà. Né Parmenide né Platone dovevano guadagnarsi da vivere. Un uomo ben nutrito, sotto cieli temperati, si può mettere a discutere o ad ascoltare nell’agorà, nei boschetti dell’Accademia. Il terzo elemento è il più difficile da valutare. A parte straordinarie eccezioni, le donne avevano un ruolo limitato alla casa, spesso sottomesso nelle faccende riguardanti la polis e certamente in quelle filosofico-retoriche. Alcune possono aver avuto accesso a un’istruzione superiore. Ma di questo ci sono pochi indizi prima di Plotino. E se questa loro (imposta, tradizionale?) astensione avesse contribuito al senso di lusso e perfino all’arroganza dello spirito speculativo? Non è che tutto questo si prolunghi, passando per il contributo sorprendentemente modesto dato dalle donne alla matematica e alla metafisica, fin dentro il nostro tempo ora così metamorfico? Proteine, schiavitù, prepotenza maschile: quanto il loro cumularsi è causa del miracolo greco?
Perché, sia chiaro, fu un miracolo.

Il miracolo consisté nello scoprire, anche se questo concetto resta inafferrabile, e nel coltivare il pensiero astratto. E con esso la pura riflessione e l’interrogarsi non inquinato da esigenze utilitaristiche di economia agraria, navigazione, controllo delle acque, predizioni astrologiche che erano prevalenti, spesso in maniera geniale, nelle civiltà del Mediterraneo, del vicino Oriente e dell’India. Abbiamo la tendenza a dare per scontata questa rivoluzione, essendone noi il prodotto. Invece è strana e scandalosa. L’equazione di Parmenide tra pensiero ed essere, il giudizio di Socrate che la vita irriflessa non sia degna di essere vissuta, sono provocazioni di dimensioni veramente enormi. Incarnano la supremazia dell’inutile, così come noi la presagiamo nella musica. Nell’orgoglioso linguaggio di Kant, esse aspirano all’ideale del disinteressato. Una cosa ancora più strana, forse eticamente più sospetta, della propensione a sacrificare la vita a un’ossessione astratta, inapplicabile, come fa Archimede quando riflette sulle sezioni coniche o come fa Socrate.

Il miracolo consisté nello scoprire, anche se questo concetto resta inafferrabile, e nel coltivare il pensiero astratto.

La fenomenologia del pensiero puro è quasi demoniaca nella sua estraneità. Pascal e Kierkegaard lo stanno a dimostrare. Ma le profonde correnti di fulgido «autismo» che collegano la matematica greca e il dibattito speculativo e teorico, che privilegiano la ricerca della verità alla sopravvivenza personale, inaugurano il grande viaggio dell’Occidente. Incitano a quel «viaggiare per strani mari del pensiero solitario» che Wordsworth attribuisce a Newton. Il nostro escogitare teorie, le nostre scienze, le nostre discordanze basate sulla ragione e le nostre funzioni di verità, così spesso astruse, derivano da quella lontana luce ionica. Noi siamo, come afferma Shelley «tutti greci». Ripeto: c’è miracolo, ma anche estraneità e, può darsi, un sentore di inumano.

George Steiner, La poesia del pensiero, Garzanti (traduzione di Fiorenza Conte e Renato Benvenuto=

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