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aprile 2017

Cani senza padrone, i soldati senza esercito della Stidda

in Letture

GAETANO SAVATTERI – “La stidda è un’invenzione di voi giornalisti. Erano i boss di Cosa Nostra che ci chiamavano stiddari. Noi eravamo solo delinquenti, cani senza padrone…”. Con queste parole di Giuseppe Croce Benvenuto, picciotto di Palma di Montechiaro, ora uomo adulto, si apre il racconto sanguinoso e appassionante di Carmelo Sardo.
Cani senza padrone pubblicato da Melampo, con la prefazione di Attilio Bolzoni, racconta – come spiega il sottotitolo del volume – La stidda. Storia vera di una guerra di mafia, uno scontro forse oggi dimenticato, perché periferico, perché ambientato nei paesi calcificati di sole e di miseria della costa meridionale della Sicilia, che a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta seminò decine di morti, vittime del conflitto tra Cosa Nostra e giovani stiddari, fuorilegge senza bandiera, delinquenti a corpo libero che la mafia siciliana più blasonata per molto tempo non riuscì a mettere completamente sotto controllo.

Sardo spiega bene l’evoluzione, l’ascesa e il tramonto di decine di picciutteddi, allevati nelle patrie galere per piccoli reati che a un certo punto sfidarono i vecchi padrini, si confederarono in un network di alleanze di mutua utilità (io vengo a uccidere i tuoi nemici al tuo paese, tu vieni a uccidere i miei nemici al mio paese), ma probabilmente finirono, più o meno inconsapevolmente, per cadere nelle sottile strategie dei capi di Cosa Nostra che usarono i ragazzi dalla pistola facile per regolare conti, eliminare avversari e, secondo l’ipotesi avanzata da Sardo, anche per uccidere Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” assassinato ad Agrigento il 21 settembre 1990.

Carmelo Sardo è un giornalista di lungo corso e quegli ex ragazzi che adesso è andato a sentire, nelle celle da ergastolani o nei loro covi da pentiti, li ha conosciuti, indirettamente, quando da cronista ad Agrigento raccontava delitti e stragi che segnavano la mappa della provincia, i paesi antichi delle miniere e dei latifondi, quei pugni di case che proprio a metà degli anni Ottanta cominciavano a conoscere una modernità disordinata e convulsa.

Ecco, proprio da questa modernità vorrei partire per fare due riflessioni su un libro che si legge con molta rabbia, ma anche con molta pena. Vorrei partire da quanto avvenne in questi paesi dimenticati proprio a cominciare dagli anni Ottanta. Prendiamo Palma di Montechiaro, ad esempio, il paese della famiglia Tomasi di Lampedusa, agglomerato di vecchie case raccolte attorno a un convento che a un certo punto si gonfiò di una metastasi di edifici abusivi e mai completati. Nel 1967, per una sua inchiesta sulla Sicilia, Pippo Fava si fermò a Palma di Montechiaro e scrisse così: “Le cose che colpiscono anzitutto sono i cani, le mosche e i bambini. (…) Metà della popolazione è formata da bambini sotto i dieci anni di età, molti sono maculati di terribili sporcizie, oppure hanno i piedi scalzi, oppure chiedono l’elemosina alla macchina del forestiero. Se ne vedono a volte a gruppi di trenta o quaranta in un vicolo o in una traversa. Giocano. In mezzo al vicolo o alla traversa c’è un fosso sul quale scorre il liquame, ed essi vi sguazzano dentro”.

Tra quei ragazzini c’erano anche Giuseppe Croce Benvenuto e i suoi amici. Cresciuti per le strade, nelle pozze di liquame, avvezzi a prendere tutto quello che si poteva prendere, con ogni mezzo e in ogni modo. Ma vent’anni dopo il passaggio di Fava da Palma di Montechiaro (in quel 1984 in cui Fava venne ucciso a Catania), Palma grazie alle rimesse degli emigrati aveva conosciuto un parziale miglioramento: slabbrato come la sua urbanistica, corroso come la sua edilizia. E quei ragazzini erano diventati uomini. Anche loro volevano godere del nuovo benessere, con ogni modo e con ogni mezzo.

La frattura tra Cosa Nostra e stidda (sempre che questa organizzazione sia mai esistita, incerta nell’origine del nome e nella sua disorganizzazione, come analizza Sardo nel libro), nasce innanzitutto da una divaricazione di esigenze e bisogni. Ho conosciuto quei ragazzi, ero un loro coetaneo, come lo era Carmelo Sardo: gli stiddari e le nuove leve di Cosa Nostra avevano la nostra età quando deflagrò la guerra di mafia. Li incontravamo per le strade e nei bar, ne conoscevamo storie e cattiva fama. Ricordo che quelli che crescevano all’ombra di Cosa Nostra mutuavano subito i modi dei vecchi padrini: profilo basso, poche parole, discrezione e forme del potere sottintese. Quelli che poi saranno chiamati stiddari, invece, vestivano alla moda, cavalcavano moto smarmittate, frequentavano le discoteche, bevevano forte e usavano droghe leggere e pesanti.

Qualcosa era successo anche nel sud del sud della Sicilia. Una ventata di modernità portata dalla televisione, dalla maggiore facilità di movimento, dai soldi che correvano nelle tasche aveva acceso inediti stili di vita, anche tra i giovani delinquenti, e non solo tra i ceti più abbienti o tra gli studenti universitari. Rapine e furti consentivano ai “bravi ragazzi” di avere tutto a portata di mano, con poca fatica. Era ancora possibile sottostare ai diktat di vecchi boss di campagna che giravano con le giacche stazzonate, i pantaloni cadenti e il passo da contadini?
Prima ancora che criminale, la frattura tra vecchi e giovani si appalesò come una spaccatura generazionale e sociale. Gli anni Ottanta, con la loro mitologia disco music della stagione da bere, spalancavano appetiti e desideri estranei a chi, come i boss di Cosa Nostra, aveva condotto il potere mafioso in una delle province più povere d’Italia sfruttando proprio i bisogni primari. Ma adesso i bisogni, risolte fame e miseria, cominciavano a diventare voluttuari, di lusso, griffati. Gli anni Ottanta, per molte vie, ora battevano anche sugli orologi dei campanili di Palma di Montechiaro, di Favara, di Racalmuto, di Porto Empedocle, in una Sicilia che disordinatamente si scrollava di dosso povertà ataviche e con esse arcaici comportamenti di vita.

Cos’era la stidda e cos’è stata, è questione che Carmelo Sardo esamina con passione e con molti interrogativi. Probabilmente, come spiegano i protagonisti nel libro, fu un’invenzione utile a Cosa Nostra, ai giornalisti e anche ai magistrati per dare forma, narrativa o giudiziaria, a un conglomerato di interessi diversi che, in quel momento, finirono per convergere e misero insieme traiettorie personali molto distanti. Per risolvere la questione, potremmo dire che la stidda, al di là di ogni etimologia, fu un’associazione temporanea di scopo, come si studia nei libri di diritto.

Un’associazione criminale, certo. Ma dalla durata determinata, a differenza di Cosa Nostra. Questo spiega, ad esempio, perché alcuni esponenti di questa incerta associazione a delinquere abbiano deciso di parlare con Carmelo Sardo, a prescindere dalla loro posizione giudiziaria. Collaboratori di giustizia o ergastolani con fine pena mai hanno raccontato nel libro la loro vita di criminali di allora e di detenuti di oggi. Alcuni di essi, come Giuseppe Grassonelli e Alfredo Sole, hanno studiato in carcere, si sono laureati e sono diventati autori di scritti, interpreti di documentari.

A differenza degli affiliati a Cosa Nostra, gli ex stiddari hanno deciso di dire a un giornalista cose che non hanno voluto dire nelle aule di giustizia. Questo si spiega proprio perché la stidda, se mai è esistita, oggi sicuramente non esiste più. I suoi ex affiliati, quindi, sanno che fuori dal carcere non c’è un’organizzazione capace di assistere le proprie famiglie o di intimidirle. Questo per certi versi li rende liberi. Li rende liberi, soprattutto, da un’ideologia, se così si può dire, che per la Cosa Nostra siciliana – sia pure indebolita – è ancora molto forte, al punto da dare un’identità soprattutto a chi è dentro un carcere. Far parte di Cosa Nostra fornisce a chi deve convivere con altri detenuti un profilo di difesa e di autodifesa non indifferente. Offre il senso di appartenenza a un’organizzazione radicata nel tempo e non del tutto scomparsa.

Gli stiddari non possono vantare questa appartenenza perché la loro associazione si è dissolta. Devono quindi dare di se stessi una testimonianza personale. Chi non lo ha fatto come collaboratore di giustizia, guadagnandone i benefici della legge, può darla solo come privato, come singolo. E deve argomentare le ragioni del suo passato, articolarne un senso, tentarne una spiegazione: innanzitutto per se stesso e per la sua comunità. Ecco perché i percorsi di alcuni di loro, come racconta Cani senza padroni passano attraverso la “testimonianza”. Come soldati senza più esercito, gli stiddari che non sapevano di esserlo, adesso cercano nei libri, nello studio, nelle battaglie civili contro gli ergastoli a vita, la cifra di lettura di un passato irrevocabile che, davanti allo specchio del tempo, appare folle, sanguinaria e insensata. Forse, in questo modo, i cani senza padrone stanno tracciando la possibile strada di una redenzione individuale.

 

Foto di Alessandro Jyoti Giudice

La fantasia gli si empí di tutto quello che leggeva nei libri

in Letture

«Don Chisciotte è la scommessa di un genio, con due personaggi cosí complessi e tuttavia cosí liberi da non sapere fino alla fine dove son diretti, dove li porterà il loro confuso itinerario e soprattutto il gioco dei loro rapporti».
Ripubblichiamo l’incipit del Don Chisciotte della Mancia nella limpida traduzione di Vittorio Bodini pubblicata da Einaudi

In un paese della Mancia, di cui non voglio fare il nome, viveva or non è molto uno di quei cavalieri che tengono la lancia nella rastrelliera, un vecchio scudo, un ossuto ronzino e il levriero da caccia. Tre quarti della sua rendita se ne andavano in un piatto piú di vacca che di castrato1, carne fredda per cena quasi ogni sera, uova e prosciutto il sabato, lenticchie il venerdí e qualche piccioncino di rinforzo alla domenica. A quello che restava davano fondo il tabarro di pettinato e i calzoni di velluto per i dí di festa, con soprascarpe dello stesso velluto, mentre negli altri giorni della settimana provvedeva al suo decoro con lana grezza della migliore. Aveva in casa una governante che passava i quarant’anni e una nipote che non arrivava ai venti, piú un garzone per lavorare i campi e far la spesa, che gli sellava il ronzino e maneggiava il potatoio. L’età del nostro cavaliere sfiorava i cinquant’anni; era di corporatura vigorosa, secco, col viso asciutto, amante d’alzarsi presto al mattino e appassionato alla caccia. Ritengono che il suo cognome fosse Quijada o Quesada, e in ciò discordano un poco gli autori che trattano questa vicenda; ma per congetture abbastanza verosimili si può supporre che si chiamasse Quijana. Ma questo, poco importa al nostro racconto: l’essenziale è che la sua narrazione non si scosti di un punto dalla verità.

Bisogna dunque sapere che il detto gentiluomo, nei momenti che stava senza far nulla (che erano i piú dell’anno), si dedicava a leggere i libri di cavalleria con tanta passione, con tanto gusto, che arrivò quasi a trascurare l’esercizio della caccia, nonché l’amministrazione della sua proprietà; e arrivò a tanto quella sua folle mania che vendette diverse staia di terra da semina per comprare romanzi cavallereschi da leggere, e in tal modo se ne portò in casa quanti piú riuscí a procurarsene, e fra tutti, non ce n’erano altri che gli piacessero quanto quelli composti dal famoso Feliciano de Silva, poiché il nitore della sua prosa e quei suoi ingarbugliati ragionamenti gli parevano una delizia, specie quando arrivava a leggere quelle dichiarazioni amorose o quelle lettere di sfida, dove in certi punti trovava scritto: «La ragione dell’irragionevole torto che alla mia ragione vien fatto, mortifica in tal modo la mia ragione, che con ragione mi dolgo della vostra bellezza». O quando leggeva: «… gli alti cieli che nella vostra divinità divinamente con le stelle vi fortificano e vi fanno meritare il merito che merita la grandezza vostra».
Con questi ragionamenti il povero cavaliere perdeva il giudizio, e stava sveglio la notte per capirli e cavarne fuori un senso, dove non avrebbe saputo cavarnelo e capirci nulla nemmeno Aristotele in persona, se fosse risuscitato apposta. Non lo persuadevano molto le ferite che Belianigi dava e riceveva, considerando che per quanto lo avessero curato grandi chirurghi, non poteva fare a meno di avere il viso e tutto quanto il corpo intieramente coperto di cicatrici e di ricordi. Ma con tutto ciò, ne lodava l’autore, perché chiudeva il libro promettendo il seguito di quell’interminabile avventura, e molte volte gli venne il desiderio di prendere la penna e scriver lui la fine, prendendo alla lettera l’invito dell’autore; e certamente lo avrebbe fatto, e vi sarebbe riuscito, se altri pensieri piú importanti e piú assidui non gliel’avessero impedito. Piú volte si trovò a discutere con il curato del paese (che era un uomo colto, laureato a Siguenza) su chi era stato il miglior cavaliere: se Palmerino d’Inghilterra o Amadigi di Gaula; ma maestro Nicola, barbiere della medesima località, diceva che non c’era nessuno che arrivasse al Cavaliere di Febo, e che se qualcuno gli si poteva paragonare era Galaor, fratello di Amadigi di Gaula, perché aveva eccellenti virtú in ogni cosa; non era un cavaliere svenevole, né lagrimoso come il fratello, e in quanto a valore non gli restava indietro.
Insomma, tanto s’immerse nelle sue letture, che passava le nottate a leggere da un crepuscolo all’altro, e le giornate dalla prima all’ultima luce; e cosí, dal poco dormire e il molto leggere gli s’inaridí il cervello in maniera che perdette il giudizio. La fantasia gli si empí di tutto quello che leggeva nei libri, sia d’incantamenti che di contese, battaglie, sfide, ferite, dichiarazioni, amori, tempeste ed altre impossibili assurdità; e gli si ficcò in testa a tal punto che tutta quella macchina d’immaginarie invenzioni che leggeva, fossero verità, che per lui non c’era al mondo altra storia piú certa.

Se le rose sono cadute qualcosa è successo

in Riscoperte

“Diario di bordo della rosa di Flavio Santi è un libro in cui, secondo Michele Mari, “la parola esplode per saturazione o implode per straniamento, la semantica si fa regressiva per nostalgia dei sensi perduti, ogni frase periclita fra lusso e suicidio, tutto l’impianto romanzesco collassa”. Collassa, perché non potrebbe essere altrimenti: vanno giustapponendosi frammenti e sketch, con una notevole forza visiva e performativa. Diciamo che il Diario di bordo della rosa è a metà strada tra un coraggioso, sfarzoso e lirico esercizio di scrittura e una morbosa (dis)educazione sentimentale, con tanto di epilogo grandguignolesco e impressionante”. Così Gianfranco Franchi su Lankelot.

Ho scritto sempre più spesso sul e del Friuli. In fondo, fin dal mio primo romanzo, Diario di bordo della rosa il Friuli era il mio cuore pulsante. Lì un cuore nero, marcio, fognario, ma perché ero un giovane irrisolto, che odiava il dialetto…

Flavio Santi scriveva questo su Nuovi Argomenti, presentando “La primavera tarda ad arrivare. La prima indagine dell’ispettore Furlan”, con il protagonista che “pensa e parla in friulano”. Di seguito un corposo estratto del suo primissimo romanzo, ripubblicato in ebook nella collana Laurana Reloaded diretta da Marco Drago

 

Il paese era un’esistenza agra da affrontare: i campi di patate pustolosi, tra il rubecchio di fuoco fatuo, scorbutico e scornato e un verde vaiolo, folti come un campo di spade seminate, vibranti alla tosse dell’aria, o gli alberi di noce come candele piantate in tante file, pieni e lunghi, a ceppo duro e mordente, definitivamente insediati fra le felci; la chiesa di pietra grigio tozzo, cavallino, bassotta e la campana slargata come una donna partoriente, che segnava le domeniche identiche alle prediche del parroco; la gente con i volti usurati, quasi che gli zigomi si deteriorassero tanto gli occhi altrui se li mangiano. Occhi di spine. Ma tutto questo creava la possibilità di un’intimità mascagna, e in gattabuia alla legge, quando oramai, piena, possedevate la certezza di esservi fatti tra un taglio del vino rosso emorragia, una brocca del tocai e una partita a tressette un calco di gesso da sovrapporre alla nudità della vostra natura. Comodo. Così la domenica prendevano posto nel bar di Nibbi Gjorgjùt, il locale della tranquillità, i contadini dopo messa, e pigliavano le sedie e un mazzo di carte umidiccio come una mano sudata.

A sinistra.
Una sedia.

E per una combinazione fortunata quanto anche, sembra, teatralmente necessaria si trovavano a giocarsi la domenica: loro che più che le zappe, o altro accessorio, avevano fatto scampanare delusione e testicoli durante i sei giorni, accompagnati da una musica mentale in falsetto, più che altro per l’incredulità dei fatti che giravano intorno. Il testicolo destro pensa, quello a sinistra si e inscemito con gli anni. Piagnucola. Loro appena riuscivano a centrare la loro personalissima anima e le lotte già quasi tutte cucite sopra, sopra quello che si sapeva e si voleva, si accorgevano allora di essere giovanissimi generalmente, come ancora sottili dentro, e per merito di vecchi uomini sfioriti, ormai passati, più da fossa che da posto vinario ormai, avevano svelato qualsiasi trucco, anche in pochi giorni, senza accorgersi di aver finito prestissimo.

A sinistra. La sedia.
Poteva diventare una dedizione intollerabile.

Fissarli negli occhi e cogliere un’innocenza da pupazzo. Vanni Nasaj occupa la prima sedia sulla sinistra. Lavora in latteria a cagliare latte e porta le gamelle, ma preferisce la stalla e i suoi odori: di escrementi a covaccio sulla pietra pavimento, con i residui di erba medica sbiancati lì, sulla cima. A caso: perché culo di vacca non possiede mente di logico, deposita alla suerte. L’odore di zoccolo, il profumo di mammelle, vicinissimo per intensità alla violacciocca ma più ondoso, dava l’impressione di immondizia nelle viscere, dalle narici penetrava nelle parti del corpo e vienigiù limaccioso. S’inarcava lungo il corpo e quasi gli toglieva la crosta. Odore di grappa, di mosto. Come se fitto nell’aria premesse i petali. Provasse a tagliarli, i petali che erano lì vicino. Anche perché poi si dice che le rose guardano e si ricordano di tutto. Alla fine restituiscono il giusto e l’ingiusto.

Attorno alle sette della sera il lattaro Nesto arrivava a casa passando per le rose, lasciava le chiavi a Giovanni.
“Tanto mi fidavo”: lui aveva bisogno di questa fiducia.

Tutto è sicuro quando la menzogna vivacchia succhiando energia, contenta delle frasi a mezza, delle affermazioni di proposito. Il fatto, poco dinamico in sé, che Giovanni riceveva le chiavi aveva soltanto bisogno di qualche sillaba piummeno incastrata, tirata dietro, un accordo di dogana, un sì sì no no.

Chiudeva la porta principale con il ringallo dell’uomo giusto, spegneva l’interruttore: accendeva la candela della tasca dietro, rapidamente ormai soltanto desideroso uiccoso, perché il Giovanni Nasaj delle cervella lente come uno specchio opaco era scomparso ormai. Ei, sbrindulecerviél…!

Sbrindulecerviel così ti chiamano la domenica e il sabato, al banco del bar e in strada: ora non ti accorgi che il senso del tempo ha fatto cortocircuito con l’interruttore. Mollando una bava che irrora la testa e dà il colore del rovo acceso. Ora una schiuma acidula lava i capillari temporali e i frontali, i tubi dell’occipite, le rifiniture dei lobi: e dentro c’era un’enorme quantità d’aria mista all’attesa.

Il buio era il migliore amante: era quel nero a togliergli il fiato, a invitarlo con la voce del suo solo colore: nero testardo, tremendamente inutile, tanto da risucchiare gli occhi, pronto a render aceto l’anima. Il buio era il migliore sfondo del paesaggio, la luna forse stava orbitando dietro le nuvole o gli era direttamente entrata in testa. L’aria cominciava a pesare.

Fu allora che il pavimento mi dé ragione, a, lo sentii venir sù tra i buchi delle piastrelle, e sù dal basso e sù e sù un’aria ciafoia, un soflòn stracaliente, entrato qua, lì, là, lò, su per i musculi, per le fibrie, per i chiavei, taccona taccona sento che lui me lo dice il pavimento di tacconare, ero io tutto in un bagno di caldo boiasso, bastardo, per il pavimento che m’ha fatto il malocchio, siorsì il voglàt.

Il voglàt strego, voglàt malocchio baiocchio.
Un sudore grosso. Il pavimento come una lava.

Allora: era il Dio del suo coso, un Dio di una trinità evanescente, rasata, Dio perché per esperienza immaturo, Dio perché selvaggio scuoiato, Dio perché spinoso, e la nicchia della bestia diventava una navata per il culto, alla destra e alla sinistra un ordine di candelieri sparso nel buio, giubilate, il cristo è tornato.

A pugni sulla schiena di sughero. Non bisogna ricordare certe cose: come non si ricorda l’aria del giorno prima, per non fare confronti e sentirsi indietro.
A pugni sulla schiena di sughero.

A pugni sulla schiena di sughero obbligava l’animalessa a stendersi su un fianco a terra e così la faccenda sembrava anche assumere un aspetto umano. Loro non mordono se vedono qualcosa sugli occhi e non glielo ficchi, bada, fra i denti, slèrpano e vonde, e basta. Sanno che quella lì non è maggiorana. È verdiccia; il bismark è pallido e si muove come una gallina famata vuole il granturco. Suggiù col chiàf, suggiù. Io lo facevo come Vanni, ora non lo faccio più perché volevo arrivare a tutto.

Tutto proprio. Anche se si ricomincia sempre di nuovo, e non si riesce a reggere che lo spazio di una mattina e di una notte. Guarda Ivana.
All’improvviso un imbarazzo irrigidì parte della faccia, imbarazzo nel dover riconoscere a tutto questo una perfezione quasi stellare, d’istinto. Tanto imbarazzo.

Per fortuna quei momenti bastavano e passavano, e tutto quel barocco tornava a essere solamente, nella sua bacheca più semplice, un ostacolo fisico, un impedimento alla sua trebbia, alle sue spiluccature: che il culo fosse grossolano, grommato oppure libero non gliene fregava proprio nulla. Collocare con l’equilibratura di una livella il bozzo tra le clapete e provvedere allo strofinìo, perforare lo strato settimanale di merda tal vergòt e offrirlo alla fogna della vacca approssimativamente duro, nel mufarone caldo, fienoso, inerpicarsi dentro i suoi muscoli salivosi, mantrugiarlo, col piacere così, unica forma di precisazione: tutto questo si faceva.

E il tutto trattato come si cura un raffreddore.

Te lo giuro. Ripassando non c’era neanche più un groppo nel roseto, era la stagione dello sviolinio dei petali. Dalla pienezza di un pugno a una fistola: i fiori all’improvviso si sono presi un lazzaretto, sono rimasti i gambi con in cima un passamontagna, un bitorzolo a campanello sull’estremità: e non si era visto nessun insetto assassino svolazzare intorno, il clima era stato sopportabile, la terra fertile, i passanti gentili, le signore premurose, l’annaffiatoio fresco, la potatura fedele. Generosi i cartomanti poi. Nessuno era andato a rivoltare le loro terre:… forse si rivoltano le radici se sono troppo dritte?

Ma se le rose sono cadute qualcosa è successo.

“Just one more thing”, Socrate in impermeabile

in Riscoperte

Tra gli eroi del piccolo schermo, il Tenente Colombo, l’indimenticabile poliziotto italoamericano interpretato da Peter “occhio di vetro” Falk, si è ritagliato un posto d’onore.

Scritti e interpretati magnificamente, gli anti-gialli con l’assassino che si palesa nei primi minuti d’ogni puntata sono diventati un classico della tv. Resistono a ogni ciclo di replica, mai sazi delle pieghe dell’impermeabile, del bassotto letargico, della macchina francese che smarmitta, della moglie mai vista, del piatto di chili che si rivela decisivo, così come il taccuino e il mozzicone di matita.

Malgrado le apparenze, il tenente Colombo è un genio. Cinque minuti dopo essere arrivato sulla scena, comprende chi è il colpevole. Parlare di istinto, o di abilità o di consuetudine poliziesca, è troppo poco. Egli possiede una specie di intuito medianico, che gli rivela l’ assassino. Non sappiamo come né perché, né su quali indizi si basi, ma una cosa si ripete sempre: egli non ha dubbi né esitazioni. Egli sa.

Così scriveva Pietro Citati sulle colonne di Repubblica nel 2008, in un pezzo dal titolo inconfondibile: Percé amo la tv del Tenente Colombo

Davanti al tenente Colombo, tutti i colpevoli, persino i più astuti e malvagi, sono indifesi; e qualche volta ci sentiamo inteneriti da un vago sentimento di pietà verso di loro. Se essi accettano il suo gioco teatrale, se credono che egli sia ingenuo come finge di essere, oppure si rivolgono alla autorità suprema (i sindaci, i governatori, i capi della polizia), allora sono perduti senza rimedio.

Negli anni la schiera degli estimatori è cresciuta, di generazione in generazione i figli sono stati attratti nel gorgo della colombo-mania da genitori felici di passare il testimone a nuovi proseliti. Il ribaltamento del giallo classico funziona e avvince. Perché nel Tenente rivive il più amato dei filosofi greci, quel Socrate che dal cielo sposto l’attenzione sull’uomo e sul suo destino.
Tim Madigan sulla prestigiosa Philosophy Now gli ha dedicato un editoriale:

Gli studenti furono perfettamente in grado di trovare le similitudini tra le tecniche investigative del Tenente Colombo e il metodo socratico della ricerca della verità attraverso domande mirate poste da un abile intervistatore. Peccato che Peter Falk non abbia mai interpretato Socrate, sarebbe stato perfetto per la parte!

Un genio nascosto nel più spiantato dei detective, vestito sempre con l’iconico impermeabile, sempre lo stesso dal primo episodio, cambiato solo una volta in un memorabile episodio della nuova serie.
Gli omaggi al Tenente abbondano anche nella cultura pop italiana. Ricordiamo l’omonima canzone dei Baustelle

Sino al recentissimo romanzo “Il giro del miele” di Sandro Campani in cui i due protagonisti bevono grappa nella notte del loro (ultimo) confronto con la frase tormentone “Fin qui e non oltre”. Proprio come il protagonista dell’ultimo episodio della serie classica “I cospiratori” con il ribelle dell’IRA che beve whisky facendo una tacca sulla bottiglia col suo anello, apertamente citato dall’autore tra i suoi punti di riferimento.

– Facciamo una cosa –. Mi sono girato sulla sedia senza alzarmi, e ho preso da un cassetto un pennarello, di quelli indelebili da restauro. Ho tirato a me la bottiglia: – Facciamo cosí: sai come in quella puntata di Colombo dove lui sta parlando con l’assassino, che è un poeta irlandese, e giocano alle rime mentre bevono il whisky, e Colombo vuole incastrarlo?
– Certo che me lo ricordo.
Lo sapevo che si ricordava; lo guardavamo tutti insieme: «Venite su che c’è Colombo», la Giuliana ci chiamava apposta.
– Bene. Io l’anello col diamante per fare una tacca sul vetro non ce l’ho. La faccio con questo pennarello.
Davide ha annuito. Io ho fatto un segno, con il pennarello frassino, partendo e tornando all’etichetta e poi passandoci sopra, circondando la bottiglia: – Fin qui, e non oltre, – ho detto, come l’irlandese.
– Fin qui, e non oltre.

Peter Falk è morto ma Colombo, non essendo mai stato veramente vivo, nemmeno come personaggio, resterà come metafora eterna dell’incancellabilità della macchia, e se si polemizza molto oggi sui rischi offerti dalle serie come Law & Order e CSI, perché sembrano indicare con precisione cosa fare e cosa non fare per ottenere il delitto perfetto, agli occhi di una figura come Colombo il delitto perfetto non può esistere, perché ogni atto compiuto diventa immediatamente e incancellabilmente evidente.

Concludiamo con la chiusa del bell’articolo del Manifesto: “Il tenente Colombo, la maieutica della colpa”

 

A.P.

Mitologia di Superman

in Riscoperte

“Crederete che un uomo può volare”. Questa la frase scelta nel 1978 per il lancio di Superman – The movie, fortunatissimo capitolo iniziale della saga cinematografica dedicata al primissimo supereroe della storia dei fumetti. Superman era nato 40 anni prima sulle pagine di Action Comics, guadagnandosi poi una testata tutta sua. L’Uomo d’Acciaio sbarcava così sul grande schermo con il volto dell’indimenticabile Christopher Reeve, per sempre identificato con il suo ruolo più celebre. Costato 55 milioni di dollari ne incassò solo in America 134 milioni e 218 mila, lanciando nell’empireo di Hollywood i film tratti dai fumetti, investimento ad altissima resa che ha contribuito a creare la mitologia a stelle e strisce.
Christopher Nolan, autore e regista della premiatissima trilogia dedicata a Batman, l’ha spiegato in un’intervista al Guardian del 2005: “I supereroi colmano una lacuna della cultura pop, svolgendo lo stesso ruolo della mitologia greca. Per me, Batman è l’unico che può essere preso seriamente. Non viene da un altro pianeta, non ha ottenuto i poteri da qualche esplosione radioattiva. Superman è essenzialmente una divinità, Batman è più simile ad Ercole: è un essere umano, pieno di difetti e colma il divario”.

SUPER-EROI E SUPER-FLOP
Batman è un uomo che con fatica e sudore ha forgiato il suo fisico per vendicare i suoi genitori, aiutato dal gigantesco patrimonio ereditato, come sottolinea il recentissimo trailer della Justice League.
Diverso il destino di Superman, ultimo discendente della gloriosa stirpe di Krypton, pianeta morente, atterrato a Smallville, tra le fattorie del Kansas, a bordo della sua navetta spaziale. Reporter di giorno per il Daily Planet, sempre pronto a far scintillare l’iconica S tra i bottoni della sua camicia bianca. Neanche le cattive sceneggiature possono ferirlo, anche se dopo i flop di Superman Returns del 2006, la prova riuscita a metà di Man of Steel e la debacle di Batman v. Superman, qualche dubbio c’è. Soprattutto perché i nipotini di Superman, gli oltreumani della Marvel al cinema fanno faville sia da soli che in squadra, come dimostrano gli incassi senza precedenti dei vari Iron Man, Avengers, Spiderman. Morto ancora una volta alla fine dell’ultimo kolossal, vedremo come risorgerà anche questa volta. Perché Superman è l’eroe positivo per eccellenza, l’extraterrestre che si sente umano dal ciuffo all’ultima piega del mantello. Pronto a sacrificare la vita per salvare gli abitanti del pianeta che l’ha accolto, come è successo tra le pagine di una delle saghe di maggior successo della storia, La morte di Superman. Resuscitato come pura energia, il capostipite dei supereroi di carta vive oggi una nuova giovinezza nei periodici reboot che la Dc avvia per fidelizzare nuove generazioni di possibili lettori. Oggi ha lasciato il lavoro al Daily Planet per diventare un blogger indipendente. Eroe positivo, capace di mettere d’accordo tutti, perfino il governo iraniano che dopo aver bandito Barbie e i Simpson, ha promosso a pieni voti Superman che “aiuta i popoli oppressi e rappresenta un esempio positivo”.

STORIA E GLORIA DELL’ULTIMO FIGLIO DI KRYPTON Com’è riuscito l’Uomo d’Acciaio a mettere tutto il mondo d’accordo? Arrivato in Italia con il nome autarchico di Nembo Kid, preferito al “Ciclone” degli esordi, la creatura di Siegel e Shuster ha saputo incarnare la stessa idea di bene. Tanto che il Generale Patton, l’eroe della Seconda Guerra Mondiale, arrivò a dire che “quando i miei soldati leggono Superman, vuol dire che le cose stanno andando bene”. Lì, nelle spiagge della Normandia gli albi di Superman riuscivano ad infondere coraggio e audacia alle truppe di liberazione. Con la sua apparente semplicità, l’eroe extraterrestre riesce sempre ad avere la meglio sui piani di conquista del mondo attuati dalla sua nemesi, il miliardario Lex Luthor. Il mondo ha ancora bisogno di Superman, dell’eroe senza macchia che non ha mai smesso di volare in aiuto di quegli stessi uomini che più volte lo hanno rinnegato.

È davvero un bel libro?

in Spilli

Una ben fornita libreria mi attrasse straordinariamente e mi venne voglia di dedicarle una visita fugace, sicché non esitai ad entrarvi con molto garbo, supponendo naturalmente di aver più l’aria di un severo revisore contabile, di un ispettore, di un collezionista di novità e fine intenditore, che non di un ricco, amato e ben accolto compratore o buon cliente.

Con voce cortese e sommamente riguardosa, usando – non occorre dirlo – le più elette espressioni, m’informai di tutto ciò che di nuovo e migliore offriva il campo delle belle lettere.

“Posso” chiesi timidamente “conoscere e apprezzare sul momento quanto v’è di più valido e di più serio e al tempo stesso (s’intende) di più letto e prontamente ammirato e acquistato? Ella mi obbligherebbe in modo eccezionale se mi volesse usare la compiacenza di esibirmi il libro che, come nessuno può sapere meglio di lei, ha ottenuto il maggior favore sia tra il pubblico che legge, sia presso la temuta e perciò vezzeggiata critica, e il cui successo continua a mantenersi vivo.

“In verità m’interessa sommamente apprendere quale sia, fra le opere della penna qui accumulate o messe in mostra, il fortunato libro in questione, la vista del quale farà di me, con ogni probabilità, un acquirente sollecito, lieto, entusiasta. Il desiderio di vedermi dinanzi lo scrittore prediletto dal mondo della cultura, nonché il suo ammirato e freneticamente applaudito capolavoro, per poi, come le dissi, comprarlo subito, mi pervade tutte le membra.

“Potrei cortesemente rivolgerle la più viva preghiera di mostrarmi questo libro d’impareggiabile successo, sicché l’ansia che si è impadronita di me si plachi e cessi alfine di agitarmi?”.

“Con piacere” disse il libraio.

Ratto come una freccia sparì alla mia vista, per ripresentarsi un attimo dopo all’avido amatore tenendo in mano il libro di non effimera validità, venduto e letto più d’ogni altro. Quel prezioso parto dell’intelletto era da lui recato con la stessa solenne compostezza di una reliquia santificante. Il suo volto era estatico; l’espressione irradiava sommo rispetto. Con le labbra atteggiate a quel sorriso che è proprio solo di chi sia intimamente compenetrato, egli depose innanzi a me, col fare più suadente, l’oggetto della sua pronta ricerca. Io gettai al libro uno sguardo severo e chiesi: “Può lei giurarmi che questo è il libro di maggior successo dell’anno?”.

“Senza dubbio”

“Può affermare che questo è il libro che bisogna assolutamente aver letto?”.

“Assolutamente”.

“È davvero un bel libro?”.

“La sua domanda è del tutto superflua e inopportuna!”.

“La ringrazio molto” dissi imperturbabile, lasciai dove si trovava il libro che aveva ottenuto il massimo successo di vendita perché bisognava assolutamente averlo letto, e uscii senz’altro aggiungere, ossia in perfetto silenzio.

“Uomo ignorante e incolto!”non mancò di gridarmi dietro il libraio, nel suo giustificato corruccio.

Robert Walser, La passeggiata, Adelphi, traduzione di Emilio Castellani

Un uomo attraversa a piedi le strade del suo paese, una semplice passeggiata che si trasforma in un viaggio fantastico, un nomadismo esistenziale tra personaggi ordinari e legati alla quotidianità di un qualsiasi villaggio: il direttore della banca, il libraio, il sarto, il professore, la cantante, il parroco. Per ognuna di queste figure il protagonista regala una osservazione, una riflessione a volte enfatica, a volte profonda a volte solo dettata dalla sua incomparabile solitudine. Una sfilata di personaggi comuni che agli occhi del protagonista assumono un aspetto mitologico: chiavistelli indispensabili per riflettere afferrare, forse, il senso stesso dell’esistenza. “Eppure ciò può avvenire e io credo che in realtà sia avvenuto”

Francesca De Meis, Mangialibri

La passeggiata, quella che traccia un percorso senza necessariamente risolversi in una meta, avvicina alla terra, dischiude il senso profondo delle creature viventi, una sensualità potente ed inerme che investe chi vi si abbandona per poi costruirsi da capo attraverso la scrittura. La passeggiata è un impegno formativo capovolto che non si affida ad una temporalità lineare e progressiva, come capita nei romanzi di formazione, ma scioglie il viandante in un istante d’estatica dimenticanza per mostrargli, percorrendo il sentiero della dissociazione, l’insensatezza di ogni progettualità esistenziale.

In Fabula

Per approfondimenti, in rete è disponibile la tesi di dottorato di Sara Ascolese, Scomparire dal mondo: la parabola artistica di Robert Walser:
In
Der Spaziergang di Robert Walser incontriamo per la prima volta lapasseggiata come caratteristica strutturale del racconto. Camminare è uguale a scrivere e il racconto è l’andatura. In questo racconto non ci sono né indicazioni temporali né geografiche ed esso segue lo schema dello svolgimento di una giornata. Il protagonista esce dalla sua stanza la mattina per poi rientrarvi lasera alla fine della passeggiata. Il flusso temporale viene fermato, passato efuturo si perdono a favore del presente

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