Il ’77 quarant’anni dopo

in Backstage

Paolo Grugni – Quaranta sono gli anni trascorsi da quei primi mesi del ’77. Mesi che segnarono la storia d’Italia in modo indelebile, marcando definitivamente la svolta autoritaria e repressiva della politica italiana, voluta da tutte le forze dell’arco parlamentare.
Perché scelsi di narrare il ’77? Quando inizio a scrivere un romanzo sono convinto che il soggetto sia in grado di attirare l’attenzione dei lettori e di avere pertanto successo, qualsiasi significato si voglia attribuire a questa parola. Pensai che quel preciso momento storico potesse avere le giuste caratteristiche. Ovviamente le vendite di un libro dipendono da troppi fattori estranei alla mia volontà per avere certezze riguardo all’effettivo risultato. Con “L’odore acido di quei giorni” (titolo ripreso con una minima variante da una canzone di Claudio Lolli) il successo è arrivato veramente. Così costante nel tempo da permettere questa quarta e nuova edizione a cinque anni dall’uscita.

Diversi i motivi che mi spinsero poi a occuparmente veramente. Il primo: avevo ‘vissuto’ il ’77 da lontano (ovvero da Milano e non a Bologna) e in giovane età (non avevo ancora 15 anni e la politica non rientrava tra i miei interessi). Di fatto lo avevo solo sfiorato senza alcuna partecipazione attiva, a meno si consideri tale il piacere di vedere il picchetto di Democrazia Proletaria davanti a scuola (l’istituto ‘Gino Zappa’ in viale Marche), che mi permetteva di saltare lezione e andare a bighellonare. Il secondo: se qualcuno mi avesse chiesto di spiegare cosa fosse stato realmente, avrei saputo al massimo balbettare qualche parola di circostanza. Stava a significare che ne sapevo poco o nulla. Il terzo: il desiderio che le nuove generazioni apprendessero, come io stesso mi accingevo a fare, cos’era accaduto quell’anno e che tutto non si riducesse a un oscuro episodio di cui si è sentito vagamente parlare. Il quarto: mi sentivo pronto a cimentarmi con il romanzo storico, che io preferisco definire romanzo di ricerca: una sfida di cui avevo timore, che alla fine ritengo però di aver vinto. Molti i militanti a Bologna in quei giorni che inalarono l’odore acido dei lacrimogeni e che mi hanno scritto confermando l’esattezza sin nei dettagli della mia ricostruzione.

Non riconoscendone più l’utilità, ho smesso da anni di fare presentazioni dei miei romanzi, ma ne ricordo una legata a questo con particolare piacere: presso il carcere di San Vittore a Milano. Presenti una trentina di detenuti (per la maggior parte stranieri, ma con ottime proprietà di linguaggio), che dimostrarono grande interesse per la Storia del nostro Paese. Ne nacque un vivace dibattito, la cosa che però mi colpì maggiormente fu quando mi chiesero se avessi mai commesso dei reati. Secondo loro, la mia conoscenza dell’animo criminale era così accurata e profonda da essere frutto di esperienze personali. Credo volessero farmi un complimento e per tale lo presi.

La scrittura di questo romanzo è stata fondamentale per la stesura di due testi successivi, “L’Antiesorcista” e “Darkland”, entrambi frutto di lunghi minuziosi studi rispettivamente sulle pratiche di liberazione ‘demoniaca’ e sul nazismo. Non so se ormai posso definirmi “storico”, ma di sicuro nel corso degli anni non solo ho imparato a leggere e a vivere la Storia, ma anche a interpretarla estrapolando tra le pieghe quella che io ritengo essere la verità. Se poi qualcosa ho sbagliato, è stato fatto in tutta onestà.

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