Non cercare l’uomo capra, un libro-jazz

in Letture

Pediatra e scrittore, Franco Foschi, dopo l’esordio con sceneggiature radiofoniche e racconti su varie riviste e antologie, ha pubblicato una quindicina di libri tra narrativa e saggistica. Ha condotto per cinque anni (e 120 incontri) la rubrica televisiva di interviste a scrittori Leggere negli occhi, consultabile sul portale video www.arcoiris.tv.

Franco Foschi – Continua la mia personale esplorazione dei titoli Laurana. Questa volta ho letto Non cercare l’uomo capra, che ho, in parte con mia stessa sorpresa, ingurgitato in due e due quattro. Dico con mia stessa sorpresa perché sulla carta, visto il tipo di lettore che sono, avrei potuto rimanere sconcertato: il romanzo appartiene, se proprio vogliamo categorizzare, a quelle formulazioni difficilmente catalogabili che qualche anno fa chiamammo romanzo post-moderno, dopo il fulgido esempio di City di Baricco, e qualche altro strambo titolo qua e là, romanzo post-moderno sparito dalle normali locuzioni dei critici.

La forma del romanzo lo è, postmoderna, per quel suo vagare senza alcuna apparente direzione, senza la cronologia sequenziale di un romanzo ‘classico’, con una (apparentemente) disordinata congerie di personaggi tenuti assieme dal più labile dei fili, e cioè la narratrice onnisciente. Da far sbuffare d’insofferenza il lector communis, se. E invece. Invece si viene subito catturati dal modo schietto e sbarazzino che la Chias ha di raccontare, da quella sua vivacità saporita nel descrivere gli stati d’animo, e dalla soffusa ma persistente ironia dei racconti che riguardano la narratrice, che chiamerei endogeni, da buon medico. Il fatto è che il romanzo, pur sembrando talvolta scombiccherato e cigolante, ha anche degli ingredienti esogeni, diciamo così, voluminosi, imponenti, mica da prendere con sola ironia: le mutilazioni femminili, l’Africa, il razzismo culturale strisciante dell’europeo anche più illuminato… E’ tutto questo che dà un gran spessore intellettuale a un libricino dalla scarso spessore fisico, che esce dal solo mainstream per approdare alle questioni ‘maggiori’ con serietà e solidità.

Ho girato l’Africa in lungo e in largo, amandola visceralmente, e soffrendola altrettanto. Ma una cosa difficile per me è leggere dell’Africa, soprattutto se a scriverne è un europeo (per non parlare degli americani…): in questi casi, anche combattendo contro il mio essere prevenuto, non posso fare a meno di sentir strisciare dei luoghi comuni, della retorica, delle ovvietà, o della filosofia politica o economica a buon mercato. Non tutti nascono Kapuscinski. Ebbene questa volta non è successo: certo, l’amico senegalese del Vynil che parla come un filosofo francese del ’68 può lasciare perplessi, certi inserti e riflessioni teoriche possono apparire qualche volta un po’ ingessate, appiccicate lì con un copia/incolla da qualche saggio. Ma alla fine non è così, non è così. E credo che la motivazione stia nello stile complessivo del libro, che è un libro jazz, fatto di assoli cupi e di refrain eccitanti, possiamo parlare dei morti nel canale di Sicilia e poi descrivere appassionatamente una scena di sesso senza irritare l’intellettuale engagé da una parte, o la lettrice ‘dalla parrucchiera’ dall’altra (che vuole solo le scene di sesso).
Credo che in una redazione sia il classico libro che fa discutere all’infinito prima di una pubblicazione, per il suo essere irregolare da una parte e paradossalmente del tutto comunicativo dall’altra: è stato così, forse? In ogni caso è un libro ‘musicale’, che col lettore non può che azzeccarci. Begli strumenti, per una jazz suite seria e divertente, e brava e simpatica e seria Chias.
E adesso, che arriva?

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