Dei cadaveri si aggirano per le università oggi

in Narrazioni

“Se in questo libro cercate un valore letterario potete richiuderlo subito. Se invece volete conoscere la storia di una straordinaria comunità di studenti universitari, nell’avvicendarsi di cinque o sei generazioni, e la volete sentire dalla viva voce del più atipico, incredibile, geniale dirigente mai apparso all’orizzonte del mondo accademico italiano, leggetelo fino in fondo”. Pubblichiamo l’ultimo capitolo di Via Bocconi 12. Amori e tragedie, utopie e conversioni, vita e politica, generazioni e storia nel Pensionato universitario più famoso d’Italia, pubblicato da Melampo Editore.

Salvatore Grillo – Molti anni fa io scrissi una lettera ai “miei” vecchi studenti del Pensionato per raccontare loro il mio rammarico, anzi il mio scandalo, nel vedere i loro “eredi” di oggi senza un minimo di coscienza sociale e collettiva: pensano solo a se stessi e a laurearsi. E ci mancherebbe che non ci pensassero, ovvio, ma io trovo drammatico che siano così, completamente disinteressati da tutto quel che sta attorno all’università. Io, almeno, sono assolutamente convinto che uno studente universitario non si forma soltanto studiando economia, statistica, matematica, contabilità e bilancio, ma deve anche interessarsi di poesia, di musica, di teatro, della vita. Anche della politica. Quantomeno quella interna al suo ateneo, perché non è possibile farsi passare tutto sopra la testa, come fanno i “cadaveri” – io li chiamo così – che si aggirano per le università oggi. Invece faccio fatica a far capire che quando c’è qualcuno che contesta – ma neanche, perché ormai nessuno contesta più niente – o che almeno fa rilevare delle cose, non devono esserne infastiditi (sì, a loro quelli che obiettano danno fastidio!) perché questo è il sale della vita in comune, è ciò che rende viva la nostra università. Io ci credo, profondamente.

A me questo ha colpito molto. Io mi sento legato anche a questi studenti, come a tutti quelli che ho incontrato in questi anni, e allora cerco di stimolarli a responsabilizzarsi, a prendere nelle loro mani sin da ora il contenitore della loro quotidianità. Quando mi lamento di questo, mi dicono «ma allora tu rimpiangi i comunisti degli anni Settanta?». Mah, innanzitutto, io tendo a distinguere, non li chiamo tutti “comunisti”, anche perché mi ricordo benissimo quelli del Pci che prendevano le botte da quelli di Lotta Continua. Poi, certo, si sentiva anche il peso di essere cattolico. Ma, in fondo, se guardiamo ai valori, il cristiano e il comunista hanno sostanzialmente gli stessi obiettivi. Però hanno in mente percorsi e tempi diversi per raggiungerli: il povero laico ha a disposizione solo l’effimero tempo della sua vita, e deve realizzare tutto subito; il cristiano, invece, può contare sulla dimensione dell’eternità: si semina nella certezza che il frutto arriverà. Io, almeno, la penso così.
Comunque, a parte quelle balle dello scontro culturale, a quei tempi là era proprio chiaro, per esempio, il concetto di “diritto allo studio, nel senso della parola “diritto”, riferito a quelli che si trovavano in condizioni più disagiate, ai più poveri che però avevano anche loro il diritto di studiare. Secondo me è nato realmente nel ’68. Sì, prima c’erano le opere universitarie, ma stavano lì a raccontarsela. E io anche allora me la prendevo con quelli che non si muovevano e contestavano il Movimento studentesco. «Amici, voi contestate il Movimento studentesco però poi usufruite dei benefici che vi ha portato».

Poi è stato cancellato tutto. E quello che trovo drammatico oggi è che di fatto tra i primi nelle graduatorie per l’accesso al Pensionato, alle borse di studio, ai sussidi secondo me compaiono molti figli di evasori fiscali. E a me questa cosa mi manda fuori dai gangheri, perché non è possibile che il poveraccio vero, con il padre operaio e la madre malata, non abbia diritto alla borsa di studio perché magari suo padre ha fatto qualche ora di straordinario e supera il limite prestabilito per diciotto euro. Proprio sono sorsate di veleno, per me, quando sappiamo tutti benissimo che ci sono rampolli di famiglie piene di soldi che facendo carte false riescono a risultare nullatenenti. E non c’è niente da fare, questa follia continua. Magari giocando sulle separazioni, i divorzi: padre ricco, madre senza niente, lui sta con mammà e allora si becca la borsa di studio. Ma allora certo che rimpiango i tempi in cui adottavamo la discrezionalità, insieme agli studenti del Comitato di gestione, perché con quel sistema lì certe cose “non succedevano mica, eh? Una volta, uno studente figlio di divorziati ha presentato ricorso al Tar contro l’ISU, perché avevamo sommato i redditi dei genitori. E il Tar disse: «bene ha fatto l’ISU Bocconi… eccetera eccetera… perché entrambi i genitori, anche divorziati, hanno il dovere di portare i propri figli ai più alti gradi di studi». L’università, per fortuna, continua come prima e se ne frega delle separazioni: chi ha i soldi li tiri fuori per far studiare suo figlio, accidenti. Ma qui, noi, non possiamo fare più molto: inseriamo i dati e viene fuori la graduatoria. Basta. Fatto. Non posso fare niente, neanche davanti a una madre vedova, malata, con qualche euro di troppo secondo i parametri e io non posso fare niente perché altrimenti commetto un illecito. È frustrante. Paga il poveraccio che tira la lima. E gli studenti se ne fregano, non dicono niente, neanche i figli delle famiglie povere. Allora, invece, con gli studenti facevamo queste cose insieme, decidevamo insieme. Ci prendevamo delle responsabilità autentiche.

D’altra parte di cose ne sono cambiate parecchie. Ecco, mi sembra di notare qualche differenza – ancora oggi – tra l’ambiente dell’università e quello del Pensionato. Nella facoltà domina lo spirito della concorrenza, della rivalità tutti contro tutti, magari per effetto delle mutate condizioni del mercato del lavoro che non sta più lì ad aspettare a braccia aperte ogni singolo bocconiano che si laurea. Le statistiche “dicono che, ancora oggi, chi si laurea qui, trova lavoro rapidamente, ma non è più una certezza come quella di qualche anno fa.
Nel Pensionato, invece, la convivenza favorisce atteggiamenti solidali, uno scambio maggiore, un certo grado di coinvolgimento reciproco tra i ragazzi nelle proprie vite. Quello che prima era diffuso generalmente ora è circoscritto a quelli che convivono giorno e notte. Per esempio, davvero, è bellissimo vedere cosa succede nella foresteria, dove alloggiano otto ragazzi, tra i quali una con problemi di deambulazione che gli altri aiutano con tanto affetto. Quest’anno è arrivata una ragazza non vedente e io l’ho sistemata nella stanza accanto alla foresteria ed è semplicemente stupendo osservare come questi qui l’accudiscano, la coinvolgano. Davvero straordinario, una cosa che riempie il cuore, perché vuol dire che davvero, cazzo, la natura umana è sempre quella e soprattutto nei giovani è sempre bella, è sana. D’altra parte io stesso lo dico senza peli sulla lingua anche ai carcerati, quando vado a visitarli, e magari ce n’è qualcuno che gioca ancora a fare il duro: «Ue’, nani, guarda che non è il caso di fare il duro, perché quando sei sotto le lenzuola piangi come tutti gli altri». E se non fossi convinto che la natura umana è buona non ci andrei mica. Sta a noi tirare fuori quella faccia dell’anima degli uomini, dobbiamo essere medici dell’anima, come lo è stato don Della Torre con me.
Comunque, detto questo, non mi nascondo certo che i ragazzi di oggi siano decisamente più “svaccati”, ma del resto sono cambiati anche quelli che facevano i comunisti allora, non frega più niente neanche a loro. E si va avanti così. Si fa fatica a mettere insieme cinquanta persone, cosa volete che si discuta? Basti pensare che gli eletti come rappresentanti degli studenti sono 105, quando il rettore li convoca e andiamo a cena se arriva la metà è tanto.

La cosa triste è la campagna elettorale fatta di feste in discoteca e quando sono eletti li vedi che pensano soprattutto a inserirsi in qualche istituto o a far fruttare i rapporti che sviluppano qui dentro e dei problemi dell’università e degli studenti non gliene frega un bell’accidenti di niente. Tutto va avanti sull’iniziativa esclusiva delle autorità accademiche, non c’è alcuna spinta da parte degli studenti. Ecco, dirò una cosa che può stupire, soprattutto detta da me che non sono mai stato amato molto dai ciellini: quelli di Comunione e Liberazione almeno, organizzano i corsi per i test di ammissione, per gli esami di matematica, si danno il turno per il servizio di consulenza alla Cusl, cioè la loro struttura universitaria. Tutto gratuito, ovviamente. E il bello è che anche loro perdono consensi ogni volta che si presentano a qualche elezione. E anche questa, secondo me, è una riprova che quelli con cui abbiamo a che fare non sono certo i figli dei poveracci. Una volta, qui, se chiedevi a qualcuno di dare ripetizioni di matematica a uno che ne aveva bisogno ne trovavi quanti ne volevi; due soldi in più in tasca non facevano certo schifo. Anzi. Oggi non è più così.

Oggi ti ritrovi: il ministro che ti fa telefonare da persone importanti e ti telefona lui stesso perché il figlio non ha il bidet in camera. Il padre che ti telefona incazzato perché suo figlio è tornato a casa con cinque golf bucherellati dalle tarme. La mamma che ti telefona perché sua figlia vuole cambiare la camera. La madre che chiede di fare il test per l’ammissione alla Bocconi al posto del figlio perché lui è all’estero. I genitori che vanno dai professori per reclamare per il voto troppo basso preso dal loro figliolo. Mamme e papà presenti agli esami orali dei propri figli e che li accompagnano al ricevimento dei professori. Nonni che attendono i nipoti alla fine delle lezioni e si arrabbiano se queste si protraggono oltre l’orario. Eccetera, eccetera, eccetera.
Comunque mica mi scandalizzo, ogni periodo ha la sua storia. Ma sono certo che, siccome ogni potere è anche un po’ stupido, va a finire che tireranno la corda fino al punto in cui si romperà. E allora prima o poi ritorneremo al punto in cui si ricomincerà da capo, qualcuno farà casino di nuovo. Perché il potere è stupido. Non è mai attento veramente alle esigenze delle persone – in questo caso degli studenti – e utilizza il potere in quanto potere e non come servizio. Quindi la contestazione avrà sempre una sua ragion d’essere. È questione di corsi e ricorsi storici, e basta.
Io queste cose le ripeto fino alla noia agli studenti di oggi, ma quelli sono proprio duri. L’ho già detto, io non riesco ancora a essere indifferente al fatto che un tempo, quando andavo in assemblea, mi sputavano addosso mentre se ci vado adesso mi battono le mani. Ma robb de matt. Comunque a loro racconto come erano le cose una volta, quali erano – per esempio – i criteri di merito per accedere a certi benefici del diritto allo studio.[…]

Comunque io non sono mica un nostalgico, eh? Non è che sto qui a cinquantarla su quanto erano belli i vecchi tempi e quanto sono peggiori quelli di adesso. No, però è un fatto che le cose sono cambiate. Negli anni Settanta la gente studiava, anche tanto, ma era un approccio più collettivo, studiavano anche per potersi confrontare con gli altri, con i docenti in primo luogo, si appropriavano degli strumenti a disposizione, li ritenevano un diritto comune; oggi l’atteggiamento prevalente è quello di ingraziarsi i professori, il che mi pare ben diverso. E anche nelle posizioni “politiche”, quando c’è da competere per farsi eleggere a qualche carica di rappresentanza domina un certo individualismo: si candidano, sì, ma con obiettivi personali. E ci investono pure dei soldi per le loro campagne elettorali in discoteca. Peccato, perché qui comunque c’è gente molto intelligente, preparata, in grado di fare grandi cose. Non dimentichiamolo mai questo.

Lo scandalo più grande è che in università e all’ISU, a chiedere informazioni non vengono più gli studenti, ma i papà, le mamme e gli zii. Per me è questo il vero scandalo. Con la scusa che hanno troppo da studiare, i ragazzi non si interessano più dei problemi che li riguardano, hanno sì i loro delegati ma non hanno più il senso di responsabilità personale. Stiamo crescendo una generazione di irresponsabili. Che tristezza. È incredibile, ma quando faccio presenti questi problemi ai genitori, loro non solo non se ne rendono conto, ma fanno anche gli offesi. “È anche per questo che alla sera, quando verso le 20 faccio il mio giro quotidiano in Pensionato, racconto ai ragazzi aneddoti e storie di altri tempi. Ho persino mostrato il video del raduno con i vecchi del Pensionato. Ci si diverte anche adesso con gli studenti, si stabilisce un rapporto: uno mi invita per offrirmi da bere, l’altro mi canta le sue cazzate con la chitarra, ma c’è differenza: non c’è più un àmbito collettivo, ma piuttosto la somma di tanti spazi individuali. Almeno fino a che non succederà qualcosa che li farà incazzare e magari scopriranno di nuovo un’identità collettiva. E a me dispiace l’idea di dover morire solo perché non vedrò come andrà avanti questo processo. E non potrò essere al loro fianco.

Per il momento sto qui a osservare come stanno le cose. Mi è molto chiaro che a me anche gli studenti del ’68 e degli anni immediatamente successivi hanno cambiato la vita. Ma credo anche di aver dato loro molto più di quel che sono riuscito a dare alla mia famiglia. E oggi vedo i loro figli, sì proprio i figli di alcuni degli ospiti del Pensionato di allora, che vengono qui e chiedono di alloggiare nella stessa stanza del padre o della madre perché hanno sentito tante volte i loro racconti di quei tempi là. Magari hanno sentito parlare molto di meno dell’università, ma del Pensionato no, hanno sentito mille storie, questo è un fatto.
Ma anche io, ripeto, qui dentro ho trascorso gli anni più belli della mia vita, quelli più vissuti, fino in fondo, intensamente, pienamente, belli, veri. Per questo quando mi chiedono «Grillo, quando te ne vai in pensione?», io sento sempre un brivido e rispondo che no, in pensione no: preferisco morire prima.

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