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febbraio 2017

Dieci cose da tenere presenti se si vuol far funzionare decentemente una storia

in Spilli

Giulio Mozzi – Premessa: tra “far funzionare decentemente una storia” e “scrivere una storia eccellente” c’è una bella differenza; così come tra “scrivere una storia eccellente” e “scrivere un capolavoro”. Lo scopo dei seguenti consigli è il raggiungimento del minimo sindacale. [Aggiungiamo, per tutto il resto c’è la Bottega di narrazione]

1. Una storia è costituita da una successione di eventi legati tra loro da cause ed effetti.

2. La relazione tra cause ed effetti non è mai automatica. Non è che se Tizio dà un pugno a Caio, Caio necessariamente gliene restituisca otto. Caio potrebbe cadere a terra tramortito; potrebbe porgere l’altra guancia; potrebbe fremere impotente; potrebbe chiamare aiuto; potrebbe ringraziare (esistono i masochisti); potrebbe declamare una poesia di Giovanni Pascoli (dai Canti di Castevecchio, preferibilmente). Ogni causa può generare molti effetti, e noi dobbiamo non solo stabilire quale effetto sarà generato, ma anche (direi: soprattutto) perché sarà generato quell’effetto lì e non tutti gli altri possibili.

3. La stessa cosa vale all’incontrario: un effetto può essere generato da diversissime cause. Se Tizio se ne va in giro con gli occhi bassi, potrebbe essere stato lasciato dalla fidanzata (la perfidissima Petronilla); potrebbe essergli morto il gatto; potrebbe avere qualche meditazione in corso (sul senso della vita, sull’opportunità di contrarre un mutuo, sul colore del divano da comperare, sulla sensatezza del suo amore per Petronilla, la perfida); potrebbe avere il torcicollo; potrebbe essere stanco; e così via. Nel momento in cui presentiamo una situazione, dobbiamo non solo aver presente quali cause l’hanno generata: ma anche (direi: soprattutto) perché quella situazione ha avute quelle cause lì, e non altre (tra le quasi infinite possibili).

4. Istintivamente ci rendiamo conto che certe connessioni causa-effetto sono più probabili di altre; o quantomeno sembrano più probabili al senso comune. Ora: non è che nella nostra storia a ogni evento-causa debba seguire il più probabile (o ritenuto tale) degli eventi-effetto; soprattutto, non è che sia più realistica la più probabile delle relazioni causa-effetto.

5. Il funzionamento delle relazioni causa-effetto dipende dalle circostanze in cui accade ciò che accade. Se vogliamo che accada una certa cosa (a es. che il ragionier Peressutti diventi improvvisamente ricchissimo; o che lo rapiscano gli alieni; o entrambe le cose; ec.), dobbiamo immaginare le circostanze che la rendano credibile, ovvero che rendano necessarie le connessioni tra cause ed effetti.

6. In realtà i diversi tipi di narrazione presentano, circa la connessione tra cause ed effetti, esigenze diverse. Per esempio:

Mercoledì 20 luglio 2016 il ragionier Peressutti, spinto da una vago presentimento, per la prima volta in vita sua comperò dal tabaccaio – investendo 5 euro – una tessera del SuperLotto. Il giorno dopo – sempre dal tabaccaio: il ragionier Peressutti era un fumatore incallito – la fece controllare e scoprì di aver vinto il jackpot: 72 milioni di euro. Chiese al tabaccaio una sedia. Il tabaccaio, oltre a fornire la sedia, provvedette a fargli vento con un giornale. Dopo venti minuti il ragionier Peressutti si sentì meglio, si alzò, ringraziò il tabaccaio e disse: “Vado in banca. Sapranno loro come fare”. Furono le sue ultime parole. La banca era difronte. Mentre il ragionier Peressutti attraversava la strada, un raggio azzurro piovve dal cielo e lo rapì. Solo dieci anni dopo la moglie, la geometra Tumminielli, riuscì a ottenere una dichiarazione di morte presunta e – grazie alla testimonianza del tabaccaio che aveva effettuato il controllo – a incassare la somma, nel frattempo sostanziosamente erosa dall’inflazione.

Qui abbiamo un evento casuale, senza cause precise: il ragioniere non aveva mai comperato un biglietto del SuperLotto (né, si può presumere di altri giochi). Ma la cosa è sopportabile, sopportabilissima, perché: (a) è evidentemente che il regime del racconto non è esattamente di tipo realistico; (b) è evidente che l’andatura del racconto è giocosa; (c) ma, soprattutto, la vincita è qui proposta come evento scatenante, e gli eventi scatenanti hanno tutto il diritto di non avere cause precise (altrimenti, dovremmo sempre risalire ad Adamo ed Eva). Il “vago presentimento” della prima riga può restare – appunto – nel vago. Se il ragionier Peressutti fosse un giocatore abituale, nulla cambierebbe nella storia successiva.
Quanto agli alieni, è noto che ogni tanto prendono su qualcuno per studiarselo.

7. Le domande che devono guidare la costruzione del racconto sono dunque:

** Che cosa bisogna che accada prima, perché possa ragionevolmente accadere dopo ciò che io fin dal principio desideravo che accadesse?

** Dato che è accaduto quel che è accaduto, quale contesto devo allestire perché ciò che accade dopo appaia come ragionevolmente (se non proprio necessariamente) conseguente da ciò che è accaduto prima?

(Si tratta, per certi aspetti, della medesima domanda: ma ci sono delle sfumature).

8. Nessuna storia è la storia di un personaggio solo: tutte le storie sono storie di personaggi che si incrociano. Ogni personaggio è portatore di un desiderio (magari nichilistico, ma pur sempre un desiderio): la storia risulta dal conflitto, dalla competizione, dall’associazione, dalla divergenza, eccetera, dei desideri dei personaggi. I promessi sposi non esisterebbero se un certo giorno don Rodrigo, mentre andava a spasso con suo cugino il conte Attilio, non avesse avuto un (lieve) moto di desiderio nei confronti di una certa bella ragazzotta; se il conte Attilio, per desiderio di primeggiare, non avesse sfidato don Rodrigo a farsela, quella ragazzotta; se don Rodrigo, per desiderio di non sfigurare davanti al cugino, non avesse accettato la sfida; se Lucia non fosse stata seriamente e serenamente innamorata di (cioè desiderosa di) Renzo; se Renzo a sua volta non fosse stato seriamente e serenamente innamorato di (cioè desideroso di) Lucia; e via dicendo.
Di cosa parlano dunque le storie?
Di desideri, ovviamente.

9. La differenza tra una serie di fatti e un racconto è l’ordinamento dei fatti stessi. In un racconto si può mettere alla fine ciò che cronologicamente è avvenuto all’inizio; si possono rimescolare le carte e i tempi; anzi: si devono rimescolare le carte e i tempi. Nessuno è più noioso di chi racconta una storia per filo e per segno. La sequenza di episodi che costituiscono la parte “meravigliosa” dell’Odissea sarebbe noiosissima, se il racconto non fosse costruito a incastro (la narrazione, vi ricordo, comincia – dopo quella sorta di prologo che sono i libri in cui il figlio Telemaco lo cerca presso tutti i reduci della grande guerra troiana – con Ulisse che se ne sta placidamente a godersi le grazie della ninfa Calipso sull’isola di Ogigia; riceve poi l’ordine divino di mettersi in viaggio per tornare alla sua Penelope; si fa uno zatterone e parte; fa naufragio; arriva a una spiaggia dell’isola dei Feaci; il re dei Feaci lo tratta con ogni rispetto, lo invita alla sua mensa, fa venire un cantore; il cantore comincia a cantare la grande guerra troiana; Ulisse – che aveva celata la sua identità – si commuove; lo interrogano; e finalmente lui racconta di Circe, dei Lestrigoni, del Gigante Monocolo, e così via. Dopodiché l’ordine cronologico viene ripreso fino alla sfida ai pretendenti e al ricongiungimento con Penelope).
O pensate alla potenza di un racconto brevissimo come: “Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì” (Augusto Monterroso).

10. Se non si possono fare grandi lavori di montaggio, si può lavorare sull’annuncio. L’esempio classico è quello dei Vangeli: che interesse (narrativo) avrebbe la storia di Gesù di Nazareth, se non sapessimo che egli è in un qualche modo misterioso il “figlio di Dio”, se non esistesse una “scrittura” precedente nel quale il suo destino è “già scritto”, se non sapessimo che c’è un “destino” che lo attende, se Gesù stesso non provvedesse, qua e là, a notificare ai suoi increduli sostenitori l’inevitabilità e l’imminenza di tale destino? E se non sapessimo, infine, che dall’accettazione o dal rifiuto di tale “destino” verrà la salvezza o la perdizione dell’intero genere umano?

Dei cadaveri si aggirano per le università oggi

in Narrazioni

“Se in questo libro cercate un valore letterario potete richiuderlo subito. Se invece volete conoscere la storia di una straordinaria comunità di studenti universitari, nell’avvicendarsi di cinque o sei generazioni, e la volete sentire dalla viva voce del più atipico, incredibile, geniale dirigente mai apparso all’orizzonte del mondo accademico italiano, leggetelo fino in fondo”. Pubblichiamo l’ultimo capitolo di Via Bocconi 12. Amori e tragedie, utopie e conversioni, vita e politica, generazioni e storia nel Pensionato universitario più famoso d’Italia, pubblicato da Melampo Editore.

Salvatore Grillo – Molti anni fa io scrissi una lettera ai “miei” vecchi studenti del Pensionato per raccontare loro il mio rammarico, anzi il mio scandalo, nel vedere i loro “eredi” di oggi senza un minimo di coscienza sociale e collettiva: pensano solo a se stessi e a laurearsi. E ci mancherebbe che non ci pensassero, ovvio, ma io trovo drammatico che siano così, completamente disinteressati da tutto quel che sta attorno all’università. Io, almeno, sono assolutamente convinto che uno studente universitario non si forma soltanto studiando economia, statistica, matematica, contabilità e bilancio, ma deve anche interessarsi di poesia, di musica, di teatro, della vita. Anche della politica. Quantomeno quella interna al suo ateneo, perché non è possibile farsi passare tutto sopra la testa, come fanno i “cadaveri” – io li chiamo così – che si aggirano per le università oggi. Invece faccio fatica a far capire che quando c’è qualcuno che contesta – ma neanche, perché ormai nessuno contesta più niente – o che almeno fa rilevare delle cose, non devono esserne infastiditi (sì, a loro quelli che obiettano danno fastidio!) perché questo è il sale della vita in comune, è ciò che rende viva la nostra università. Io ci credo, profondamente.

A me questo ha colpito molto. Io mi sento legato anche a questi studenti, come a tutti quelli che ho incontrato in questi anni, e allora cerco di stimolarli a responsabilizzarsi, a prendere nelle loro mani sin da ora il contenitore della loro quotidianità. Quando mi lamento di questo, mi dicono «ma allora tu rimpiangi i comunisti degli anni Settanta?». Mah, innanzitutto, io tendo a distinguere, non li chiamo tutti “comunisti”, anche perché mi ricordo benissimo quelli del Pci che prendevano le botte da quelli di Lotta Continua. Poi, certo, si sentiva anche il peso di essere cattolico. Ma, in fondo, se guardiamo ai valori, il cristiano e il comunista hanno sostanzialmente gli stessi obiettivi. Però hanno in mente percorsi e tempi diversi per raggiungerli: il povero laico ha a disposizione solo l’effimero tempo della sua vita, e deve realizzare tutto subito; il cristiano, invece, può contare sulla dimensione dell’eternità: si semina nella certezza che il frutto arriverà. Io, almeno, la penso così.
Comunque, a parte quelle balle dello scontro culturale, a quei tempi là era proprio chiaro, per esempio, il concetto di “diritto allo studio, nel senso della parola “diritto”, riferito a quelli che si trovavano in condizioni più disagiate, ai più poveri che però avevano anche loro il diritto di studiare. Secondo me è nato realmente nel ’68. Sì, prima c’erano le opere universitarie, ma stavano lì a raccontarsela. E io anche allora me la prendevo con quelli che non si muovevano e contestavano il Movimento studentesco. «Amici, voi contestate il Movimento studentesco però poi usufruite dei benefici che vi ha portato».

Poi è stato cancellato tutto. E quello che trovo drammatico oggi è che di fatto tra i primi nelle graduatorie per l’accesso al Pensionato, alle borse di studio, ai sussidi secondo me compaiono molti figli di evasori fiscali. E a me questa cosa mi manda fuori dai gangheri, perché non è possibile che il poveraccio vero, con il padre operaio e la madre malata, non abbia diritto alla borsa di studio perché magari suo padre ha fatto qualche ora di straordinario e supera il limite prestabilito per diciotto euro. Proprio sono sorsate di veleno, per me, quando sappiamo tutti benissimo che ci sono rampolli di famiglie piene di soldi che facendo carte false riescono a risultare nullatenenti. E non c’è niente da fare, questa follia continua. Magari giocando sulle separazioni, i divorzi: padre ricco, madre senza niente, lui sta con mammà e allora si becca la borsa di studio. Ma allora certo che rimpiango i tempi in cui adottavamo la discrezionalità, insieme agli studenti del Comitato di gestione, perché con quel sistema lì certe cose “non succedevano mica, eh? Una volta, uno studente figlio di divorziati ha presentato ricorso al Tar contro l’ISU, perché avevamo sommato i redditi dei genitori. E il Tar disse: «bene ha fatto l’ISU Bocconi… eccetera eccetera… perché entrambi i genitori, anche divorziati, hanno il dovere di portare i propri figli ai più alti gradi di studi». L’università, per fortuna, continua come prima e se ne frega delle separazioni: chi ha i soldi li tiri fuori per far studiare suo figlio, accidenti. Ma qui, noi, non possiamo fare più molto: inseriamo i dati e viene fuori la graduatoria. Basta. Fatto. Non posso fare niente, neanche davanti a una madre vedova, malata, con qualche euro di troppo secondo i parametri e io non posso fare niente perché altrimenti commetto un illecito. È frustrante. Paga il poveraccio che tira la lima. E gli studenti se ne fregano, non dicono niente, neanche i figli delle famiglie povere. Allora, invece, con gli studenti facevamo queste cose insieme, decidevamo insieme. Ci prendevamo delle responsabilità autentiche.

D’altra parte di cose ne sono cambiate parecchie. Ecco, mi sembra di notare qualche differenza – ancora oggi – tra l’ambiente dell’università e quello del Pensionato. Nella facoltà domina lo spirito della concorrenza, della rivalità tutti contro tutti, magari per effetto delle mutate condizioni del mercato del lavoro che non sta più lì ad aspettare a braccia aperte ogni singolo bocconiano che si laurea. Le statistiche “dicono che, ancora oggi, chi si laurea qui, trova lavoro rapidamente, ma non è più una certezza come quella di qualche anno fa.
Nel Pensionato, invece, la convivenza favorisce atteggiamenti solidali, uno scambio maggiore, un certo grado di coinvolgimento reciproco tra i ragazzi nelle proprie vite. Quello che prima era diffuso generalmente ora è circoscritto a quelli che convivono giorno e notte. Per esempio, davvero, è bellissimo vedere cosa succede nella foresteria, dove alloggiano otto ragazzi, tra i quali una con problemi di deambulazione che gli altri aiutano con tanto affetto. Quest’anno è arrivata una ragazza non vedente e io l’ho sistemata nella stanza accanto alla foresteria ed è semplicemente stupendo osservare come questi qui l’accudiscano, la coinvolgano. Davvero straordinario, una cosa che riempie il cuore, perché vuol dire che davvero, cazzo, la natura umana è sempre quella e soprattutto nei giovani è sempre bella, è sana. D’altra parte io stesso lo dico senza peli sulla lingua anche ai carcerati, quando vado a visitarli, e magari ce n’è qualcuno che gioca ancora a fare il duro: «Ue’, nani, guarda che non è il caso di fare il duro, perché quando sei sotto le lenzuola piangi come tutti gli altri». E se non fossi convinto che la natura umana è buona non ci andrei mica. Sta a noi tirare fuori quella faccia dell’anima degli uomini, dobbiamo essere medici dell’anima, come lo è stato don Della Torre con me.
Comunque, detto questo, non mi nascondo certo che i ragazzi di oggi siano decisamente più “svaccati”, ma del resto sono cambiati anche quelli che facevano i comunisti allora, non frega più niente neanche a loro. E si va avanti così. Si fa fatica a mettere insieme cinquanta persone, cosa volete che si discuta? Basti pensare che gli eletti come rappresentanti degli studenti sono 105, quando il rettore li convoca e andiamo a cena se arriva la metà è tanto.

La cosa triste è la campagna elettorale fatta di feste in discoteca e quando sono eletti li vedi che pensano soprattutto a inserirsi in qualche istituto o a far fruttare i rapporti che sviluppano qui dentro e dei problemi dell’università e degli studenti non gliene frega un bell’accidenti di niente. Tutto va avanti sull’iniziativa esclusiva delle autorità accademiche, non c’è alcuna spinta da parte degli studenti. Ecco, dirò una cosa che può stupire, soprattutto detta da me che non sono mai stato amato molto dai ciellini: quelli di Comunione e Liberazione almeno, organizzano i corsi per i test di ammissione, per gli esami di matematica, si danno il turno per il servizio di consulenza alla Cusl, cioè la loro struttura universitaria. Tutto gratuito, ovviamente. E il bello è che anche loro perdono consensi ogni volta che si presentano a qualche elezione. E anche questa, secondo me, è una riprova che quelli con cui abbiamo a che fare non sono certo i figli dei poveracci. Una volta, qui, se chiedevi a qualcuno di dare ripetizioni di matematica a uno che ne aveva bisogno ne trovavi quanti ne volevi; due soldi in più in tasca non facevano certo schifo. Anzi. Oggi non è più così.

Oggi ti ritrovi: il ministro che ti fa telefonare da persone importanti e ti telefona lui stesso perché il figlio non ha il bidet in camera. Il padre che ti telefona incazzato perché suo figlio è tornato a casa con cinque golf bucherellati dalle tarme. La mamma che ti telefona perché sua figlia vuole cambiare la camera. La madre che chiede di fare il test per l’ammissione alla Bocconi al posto del figlio perché lui è all’estero. I genitori che vanno dai professori per reclamare per il voto troppo basso preso dal loro figliolo. Mamme e papà presenti agli esami orali dei propri figli e che li accompagnano al ricevimento dei professori. Nonni che attendono i nipoti alla fine delle lezioni e si arrabbiano se queste si protraggono oltre l’orario. Eccetera, eccetera, eccetera.
Comunque mica mi scandalizzo, ogni periodo ha la sua storia. Ma sono certo che, siccome ogni potere è anche un po’ stupido, va a finire che tireranno la corda fino al punto in cui si romperà. E allora prima o poi ritorneremo al punto in cui si ricomincerà da capo, qualcuno farà casino di nuovo. Perché il potere è stupido. Non è mai attento veramente alle esigenze delle persone – in questo caso degli studenti – e utilizza il potere in quanto potere e non come servizio. Quindi la contestazione avrà sempre una sua ragion d’essere. È questione di corsi e ricorsi storici, e basta.
Io queste cose le ripeto fino alla noia agli studenti di oggi, ma quelli sono proprio duri. L’ho già detto, io non riesco ancora a essere indifferente al fatto che un tempo, quando andavo in assemblea, mi sputavano addosso mentre se ci vado adesso mi battono le mani. Ma robb de matt. Comunque a loro racconto come erano le cose una volta, quali erano – per esempio – i criteri di merito per accedere a certi benefici del diritto allo studio.[…]

Comunque io non sono mica un nostalgico, eh? Non è che sto qui a cinquantarla su quanto erano belli i vecchi tempi e quanto sono peggiori quelli di adesso. No, però è un fatto che le cose sono cambiate. Negli anni Settanta la gente studiava, anche tanto, ma era un approccio più collettivo, studiavano anche per potersi confrontare con gli altri, con i docenti in primo luogo, si appropriavano degli strumenti a disposizione, li ritenevano un diritto comune; oggi l’atteggiamento prevalente è quello di ingraziarsi i professori, il che mi pare ben diverso. E anche nelle posizioni “politiche”, quando c’è da competere per farsi eleggere a qualche carica di rappresentanza domina un certo individualismo: si candidano, sì, ma con obiettivi personali. E ci investono pure dei soldi per le loro campagne elettorali in discoteca. Peccato, perché qui comunque c’è gente molto intelligente, preparata, in grado di fare grandi cose. Non dimentichiamolo mai questo.

Lo scandalo più grande è che in università e all’ISU, a chiedere informazioni non vengono più gli studenti, ma i papà, le mamme e gli zii. Per me è questo il vero scandalo. Con la scusa che hanno troppo da studiare, i ragazzi non si interessano più dei problemi che li riguardano, hanno sì i loro delegati ma non hanno più il senso di responsabilità personale. Stiamo crescendo una generazione di irresponsabili. Che tristezza. È incredibile, ma quando faccio presenti questi problemi ai genitori, loro non solo non se ne rendono conto, ma fanno anche gli offesi. “È anche per questo che alla sera, quando verso le 20 faccio il mio giro quotidiano in Pensionato, racconto ai ragazzi aneddoti e storie di altri tempi. Ho persino mostrato il video del raduno con i vecchi del Pensionato. Ci si diverte anche adesso con gli studenti, si stabilisce un rapporto: uno mi invita per offrirmi da bere, l’altro mi canta le sue cazzate con la chitarra, ma c’è differenza: non c’è più un àmbito collettivo, ma piuttosto la somma di tanti spazi individuali. Almeno fino a che non succederà qualcosa che li farà incazzare e magari scopriranno di nuovo un’identità collettiva. E a me dispiace l’idea di dover morire solo perché non vedrò come andrà avanti questo processo. E non potrò essere al loro fianco.

Per il momento sto qui a osservare come stanno le cose. Mi è molto chiaro che a me anche gli studenti del ’68 e degli anni immediatamente successivi hanno cambiato la vita. Ma credo anche di aver dato loro molto più di quel che sono riuscito a dare alla mia famiglia. E oggi vedo i loro figli, sì proprio i figli di alcuni degli ospiti del Pensionato di allora, che vengono qui e chiedono di alloggiare nella stessa stanza del padre o della madre perché hanno sentito tante volte i loro racconti di quei tempi là. Magari hanno sentito parlare molto di meno dell’università, ma del Pensionato no, hanno sentito mille storie, questo è un fatto.
Ma anche io, ripeto, qui dentro ho trascorso gli anni più belli della mia vita, quelli più vissuti, fino in fondo, intensamente, pienamente, belli, veri. Per questo quando mi chiedono «Grillo, quando te ne vai in pensione?», io sento sempre un brivido e rispondo che no, in pensione no: preferisco morire prima.

Carosello: i vent’anni che hanno cambiato la tv e la pubblicità

in Backstage

Pubblichiamo la prefazione di Umberto Broccoli al libro di Marco Melegaro “Carosello. Genio e pubblicità all’italiana”, Novecento editore. Un libro che è un atto d’amore e un debito di riconoscenza proprio nell’anno in cui si celebrano i 60 anni dalla prima puntata e i 40 dall’ultimissimo “codino” di Carosello.

Giovedì 3 gennaio 1957, 17.30. Nasce il Mago Zurlì da allora, il mago del giovedì. In ripresa dal teatro del Convegno di Milano va in onda uno spettacolo per ragazzi ideato da Cino Tortorella e Zabì. Chi è Zabì? È lo pseudonimo di Billa Zanuso (o Billa Billa). Da allora Zurlì diventa uno degli idoli di tutti i bambini italiani. Nei suoi esordi è accompagnato da un plotone di personaggi: Pippotto e Pippetto (rispettivamente Gian Carlo Cobelli e Angelo Corti), in scena insieme a Renata Padovani, Graziella Galvani, Marisa Robecchi e Nino Castelnuovo.

Un po’ come per Rin Tin Tin, tutti i bambini aspettano le 17.30 per vedere i prodigi di Zurlì, le magie della sua bacchetta capace di animare ogni cosa, il suo mantello azzurro sul costume bianco e azzurro, i lustrini sui suoi capelli. È Cino Tortorella, nella vita quotidiana. Vestito da mago, popola la fantasia di generazioni di ragazzi. Sarebbe fin troppo facile far ironia sul suo costume e su tutto il bagaglio al seguito di Mago Zurlì, lustrini compresi. Invece Tortorella vestito da Zurlì riassume perfettamente le atmosfere di quell’ Italia del dopo-dopoguerra. Un’ Italia nella quale l’educazione dei bambini era ancora largamente affidata ai doveri della scuola e Zurlì con bacchetta e lustrini, rampognava Peppino Mazzullo-Richetto studente asino, invitando direttamente (o indirettamente) tutti gli scolari italiani a fare bene i compiti “perché altrimenti la signora maestra si arrabbia”. Dalle esperienze di Tortorella (oggi senza più lustrini, ma sempre impegnato con i bambini) sono nate canzoni per ragazzi proposte allo Zecchino d’ Oro e entrate nell’epica della televisione: nel clima di guerra fredda, i bambini potevano cantare che Popoff “non si lascia scoraggiar” alla faccia della CIA e del Piano Demagnetize. Potranno dare dignità a tutti gli insetti possibili. Nel mondo incantato di Zurlì anche il moscerino può ballare il valzer (ne Il valzer del moscerino), mentre la zanzara può mettersi l’ abito da sera (“l’ aveva messo per far bella figura”). Nel mondo incantato di Zurlì anche i topi hanno un’ anima e parlano rispondendo “ma cosa mi dici mai?”: è Topo Gigio con cui siamo cresciuti tutti. Alla faccia della classe dei pensatori sullo stile “io-non-ascolto-la-radio-e- non-guardo-la-televisione-perché-sono-totalmente-inutili-non- ché-diseducative”.
Ma i bambini di quel 1957 non stanno dietro solo al mago del giovedì. Un mese dopo, in un orario completamente diverso dall’ appuntamento tradizionale della TV dei Ragazzi prende forma un altro momento epico, strettamente legato alle abitudini di bambini e adolescenti. Il 3 febbraio 1957 alle 20.50 va in onda il primo numero di Carosello.

È quasi inutile aggiungere parole a parole su Carosello. Rileggiamo quelle di Marco Giusti, autore di un libro fondamentale sull’argomento.
“Non voglio ricominciare da dove cominciano tutti, cioè ‘Chi ha inventato Carosello?’, come non voglio finire con l’ altra solita domanda ‘Chi ha ucciso Carosello?’. Non so esattamente chi l’abbia inventato e non so esattamente chi l’abbia per sempre ucciso […]. Chiunque avesse inventato Carosello, aveva visto bene. Non era solo pubblicità, era un programma assolutamente anomalo che si nutriva di ogni tipo di spettacolo. E dove era possibile, pur passando sotto i rigidi controlli della censura e della Sacis, far di tutto, dal cartone animato sperimentale a quello più classico, dal varietà al filmetto industriale artistico. E dove tutto poteva convivere. Così Carosello andò avanti per vent’ anni, fino all’ inizio del 1977 nel suo imperturbabile bianco e nero con variazioni minime, unendo banalità e genialità, le scelte facili dei comici di successo e le piccole rivoluzioni linguistiche. Fermandosi rarissime volte. La sua idea era talmente forte che il suo modello vive perfino in tanti spot attuali e noi non ce ne siamo ancora realmente liberati.

È mito. E come ogni mito che si rispetti, se ne perdono le origini nella tradizione orale, da sempre caratterizzata dai “si dice”. “Si dice” sia nato da un idea di Vittorio Cravetto dirigente RAI del settore varietà, su incarico di Sergio Pugliese. Ma “si dice” anche il nome di Roberto Ricas su incarico del direttore generale Salvino Sernesi. Ma “si dice” anche il nome di Giovanni Fiore, nonché quello di Gino Sinopoli. Del resto – “si dice e si sa” – il successo ha sempre molti padri, tutti incerti (e per contro, l’ insuccesso ne ha sempre molti pochi e tutti certi).
È mito per certi personaggi. In ordine sparso, ripescando dalla memoria così come vengono: “Come mai non siamo in otto?/ Perché manca Lancillotto!/ Po po po po poffare!/ Presto andatelo a cercare!/ Lancillotto, buon re Artù/te lo vai a cercare tu!”. In versi, come un poema epico, parlavano così i cavalieri della Tavola Rotonda in una pubblicità della Pavesi. Mentre Virna Pieralisi, in arte Virna Lisi “Con quella bocca può dire ciò che vuole”, mentre esibiva sorridendo un dentifricio arricchito con Vitazim. Mitici anche quegli additivi chimici, nati nei laboratori di Carosello, piuttosto che nei laboratori chimici. Chi ha dimenticato il Perboratex? Nella lunga era di Carosello, è stato il festival degli additivi: se non esistevano nei laboratori, si inventavano nelle agenzie pubblicitarie.
Dall’era di Carosello in poi il brandy “crea un’atmosfera”, mentre “Oggigiorno tutto è una lusinga/ dura minga dura no/ Vive solo chi non se la prende/e cantare sempre può: fino dai tempi dei garibaldini/ China Martini, China Martini/, e il Bitter Campari è l’aperitivo/ che piace a tutti chi non lo sa/ Bitter Campari ti rende giulivo/ ti dona un pizzico di buon umor/ Bitter Campari perché/ quando la vita sorride/ sorride anche a te”.

Certamente risentiva della cultura del kolossal il Carosello Rhodiatoce: “Aho! So’ Caio Gregorio/er guardiano der pretorio/ fa’ la guardia nun me piace/ c’ho dù metri de torace” urlava l’antico pupazzetto romano stilizzato uscendo dalla sua corazza. Mentre tutti i quarantenni di oggi invidiavano profondamente la popolarità di Giusva Fioravanti mentre faceva pubblicità ad un formaggino: Ramek, per la cronaca. Mito ed epopea del West si incrociano nelle pubblicità di Paulista e della Carne Montana. Il Caballero Misterioso ripropone la saga della conquista della donna (“dov’è, dov’è, dov’è la donna?”), nonché le caratteristiche dell’eroe (“è forte, è bruno, e ha il baffo che conquista”) e della rivelazione dell’ eroe (amore! Quell’uom son mi!). Mentre Gringo dà vita ad uno spaghetti-western in rima, talvolta zoppicante (lo vedo, mi armo, lo agguanto e lo stingo/sarebbe lo stango, ma è per far rima con Gringo!). E poi ancora Unca Dunca, Pippo e i suoi pannolini, Angelino, Calimero. Calimero, poi, è entrato nei libri di storia e ha un suo albero genealogico: nasce a Ovate, come sedicesimo uovo della chioccia Cesira (il padre si chiama “Gallettoni”). Non è nero, ma è solo sporco.
Dal mito alla vita quotidiana il passo è brevissimo. Ha ragione Giusti nel sostenere che di Carosello non ci siamo ancora liberati. Non ce ne siamo liberati e non ce ne libereremo tanto facilmente: modi di dire, slogan, ricordi hanno segnato quei tempi e sono stati travasati direttamente fino ai nostri giorni. Con una sola eccezione: i bambini non vanno più a letto dopo Carosello.
E così Marco Melegaro riannoda i fili di tutto. Lo fa con la curiosità colta con la quale vive il suo mestiere di giornalista. Ci fa viaggiare in quel ventennio in cui l’Italia è cambiata radicalmente: dal boom allo sboom, dalla voglia di domani ai domani complessi della crisi dei Settanta, sempre meglio del domani scappato via dall’orizzonte dei ragazzi contemporanei, stupiti dalla consuetudini strane dei loro coetanei, tali nella seconda metà del XX secolo. Per i giovani del XXI secolo è inimmaginabile pensare a migliaia di adolescenti incollati di fronte ad uno spettacolo di pubblicità e – ancor più incredibile – pronti ad andare a dormire non appena calava la tela virtuale di Carosello. Uno sciame di ragazzini e di ragazzi ognuno a letto per conto suo, ma più o meno contemporaneamente. Marco racconta e in quel racconto ho rivisto le serate invernali di pioggia e freddo, con la paura dell’interrogazione il giorno dopo, perché non era programmata e la professoressa era una sacerdotessa della cultura: andar male con lei, significava darle una delusione. E lei lo diceva, chiaramente: “No, così non va. Oggi mi hai dato una delusione”.

Ho rivisto la televisione in bianco e nero, celebrata, ricordata, rimpianta, ma soprattutto più colorata di quella a colori. Ho rivisto la curiosità stupita di quando si scoprivano i prodotti reclamizzati a Carosello: sembravano diversi, proprio perché erano a colori. Ho rivisto i banchi di scuola, i pantaloni corti al ginocchio e “a casa per la cena alle 20.30, all’ora del telegiornale”, le partite di calcio alla villa comunale con le porte fatte dai libri di scuola “di cinque passi e non barare”, delle feste al sabato pomeriggio (poi slittate al sabato sera, una volta compiuti quattordici anni), le file al negozio di dischi per ascoltare l’ ultimo successo dei Rokes senza poterlo comperare perché i soldi del settimanale non bastavano, i collettivi, le assemblee, l’ora di ginnastica e di religione, la prima comunione e la cresima, il catechismo, la parrocchia, il biliardino (in realtà calcio balilla), le tre palline colorate di gomma americana a dieci lire e la felicità stupita quando – per sbaglio – dalla bolla di vetro ne scendevano quattro, la dichiarazione, l’attesa della risposta, il “ci devo pensare”, la buca e “ma perché le piace Claudio?”, l’inadeguatezza di fronte ai ragazzi più grandi quando dicevano “Tu? tu sei ancora un ragazzino che va a letto dopo Carosello!”
Ho rivisto la mia infanzia e la mia adolescenza, caro Marco. Inevitabilmente, ma orgogliosamente segnata da Carosello.

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