giulio mozzi

La pàgina en blanco es la posibilidad del proyecto: la formazione di Giulio Mozzi

in Letture/Narrazioni

D. Allora, Mozzi, è pronto?

R. Sì, sono pronto.

D. Cominciamo?

R. Cominciamo.

D. Lei, Mozzi, in che modo è entrato nel campo letterario?

R. Be’, sostanzialmente per caso.

D. Guardi, non ci credo nemmeno se mi paga.

R. Eppure è così.

D. Può essere più preciso? Mi può raccontare?

R. Certo. Si può cominciare dall’oratorio. Da ragazzo, diciamo tra i dieci e i diciotto anni, ho molto frequentato l’oratorio. Naturalmente si era formato tutto un giro di amicizie. Tra gli altri, questo oratorio era frequentato da Stefano Dal Bianco.

D. Il poeta?

R. Sì, quello che oggi è pubblicato nello Specchio di Mondadori, ossia la collana di poesia più istituzionale che ci sia in Italia.

D. E lei divenne amico di Dal Bianco?

R. Sì. Ma non, sia chiaro, per ragioni letterarie. Eravamo dei ragazzini. Semplicemente, con Stefano e con un paio di altri coetanei mi trovavo meglio. Si può dire, probabilmente, che avevamo in comune una serie di tratti socioculturali: buone famiglie, disponibilità delle famiglie a investire nello studio, livello culturale di partenza abbastanza alto, eccetera. Eravamo dei perfetti bravi ragazzi borghesi, credo. Forse la famiglia di uno era un po’ più ricca, quella dell’altro un po’ più colta, dico a caso, ma tutto sommato stavamo nella stessa fascia sociale. Qualcuno di noi era più tranquillo, qualcuno più bizzarro: ma poco cambiava.

D. La sua famiglia è ricca o colta?

R. Benestante, e molto colta. I miei genitori sono biologi. Ho zii e nonni medici, ingegneri, chimici, insegnanti, dirigenti di banca o d’azienda. Da parte di madre, credo che ci siano almeno quattro generazioni di laureati e – sottolineo – di laureate. Da parte di mio padre forse le generazioni sono solo un paio. Non credo che fossero molti, all’epoca, i miei coetanei con un retroterra simile.

D. Cosa intende per «benestante»?

R. Mio padre, dopo diversi anni di precariato universitario, diventò professore associato. Mia madre insegnò per tutta la vita alle scuole medie. Un paio di appartamenti di proprietà.

D. Lei fu educato alla lettura?

R. La scena primaria è questa: i due genitori nelle poltrone, con tra le mani il «Corriere della sera» o «Il Gazzettino» o «Epoca» o «Grazia». Noi tre stesi a pancia in giù sul tappeto: mio fratello maggiore con il «Corrierino dei piccoli», mia sorella con «Michelino», e io – il più piccolo, finché non arrivò il quarto – con «Mio Mao». «Mio Mao» si colorava e ritagliava, in «Michelino» c’era anche da leggere, il «Corrierino» era il «Corrierino». E io, mentre coloravo e ritagliavo, non desideravo altro che passare di grado: da «Mo Mao» a «Michelino», da «Michelino» al «Corrierino», eccetera. Sono stato educato a leggere, soprattutto sono stato educato a studiare.

D. Però poi non si è neanche laureato.

R. Vero.

D. Perché?

R. Per vanità. E proprio a causa di tanta ricchezza. Che cosa me ne viene a frequentare l’università, mi dicevo, se già sono capace di studiare da solo? Frequentai per qualche mese Lingue e letterature straniere, diedi qualche esame in attesa della chiamata per la leva, e decisi che l’università non faceva per me. Decisione presuntuosa, anche perché quei pochi mesi di lezioni mi diedero indicazioni importanti. Cominciai a leggere Alberto Savinio e Francis Ponge, ad esempio, perché appunto me ne parlarono a lezione: e sono autori rimasti importanti per me.

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