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gennaio 2017

Dove si è nascosta la mafia?

in Politica & Società

Attilio Bolzoni ha lanciato al principio dell’anno il suo blog Mafie, uno spazio dedicato all’analisi sulla criminalità organizzata non solo siciliana, ma anche sulla camorra e sulla ‘ndrangheta. Uno spazio di riflessione nell’anno del venticinquesimo anniversario dell’estate siciliana del 1992.

Dove è? Dove si è nascosta? Dove la dobbiamo cercare? «Io non so più come fotografarla perché non la vedo», dice Letizia Battaglia che con i suoi scatti l’ha fatta conoscere al mondo. Nel mezzo delle “guerre“, quando c’erano i morti a terra che diffondevano paura e allarme sociale. Durante i processi, quando i boss dietro le sbarre ne certificavano l’esistenza. E adesso, che non spara più e che qualcuno la dà perfino in via d’estinzione, dov’è la mafia? E’ destinata inesorabilmente a scomparire? Si è tramutata in un’élite che punta ad accorciare sempre di più le distanze fra mondo illegale e legale? Ogni epoca ha avuto la sua mafia, quella di oggi sembra una mafia senza più mafiosi. In questo 2017 cade il venticinquesimo anniversario di Capaci e di via D’Amelio. Il 1992, l’anno che ha cambiato tutto.
Dopo le uccisioni di Falcone e Borsellino la reazione dello Stato è stata, come mai prima, decisa e persistente. Ma alla repressione giudiziaria e poliziesca non è seguita un’analisi profonda capace di cogliere i grandi mutamenti delle organizzazioni criminali, in grado d’intuire per tempo quali sono state le loro scelte e i loro riposizionamenti nella politica, nell’economia, nella finanza.
Più ci si è allontanati dalle stragi e più le mafie hanno abbandonato la strategia della violenza e apparentemente perduto il loro potere, così di mafie in Italia se ne parla e se ne scrive sempre meno. E quando vengono raccontate sono le banalità a prevalere, i conformismi culturali, le pigrizie investigative. La faccia di Totò Riina non può più spiegare cosa sono diventate.

Hanno preso altre forme, si presentano con volti difficilmente collegabili ai vecchi padrini, hanno infranto definitivamente anche il tabù delle loro sovranità territoriali. Le mafie non hanno più un solo luogo. E se le inseguiamo con le categorie e gli schemi ai quali eravamo abituati – pensando che siano ancora quelle del 1992 – fra qualche anno non le troveremo più. Non sapremo più riconoscerle.

© Attilio Bolzoni – La Repubblica

Attilio Bolzoni, giornalista di “Repubblica”, scrive di mafie dalla fine degli anni Settanta.
Con Melampo editore ha pubblicato Uomini soli

(l’immagine è un particolare della copertina del catalogo Letizia Battaglia Anthology)

Tanto tu torni sempre. Ines Figini, la vita oltre il lager

in Narrazioni

Il tempo ha decimato i sopravvissuti alle deportazioni nei lager costruiti prima e durante la seconda guerra mondiale. Le testimonianze di chi ha vissuto quella tragedia, però, sono numerose e restano incancellabili. Ogni racconto fa storia a sé, per le emozioni personali e intime che si porta dietro. Ma il contesto generale è inevitabilmente comune. Alla lunga, le esperienze rischiano di somigliarsi. Perché quella di Ines, allora, sarebbe diversa dalle altre?
Innanzitutto lei può raccontare di essere stata imprigionata in tre luoghi di detenzione tra i più infami: prima Mauthausen (per pochi giorni), poi Auschwitz-Birkenau e infine Ravensbrück. Ma questo potrebbe essere solo un dato statistico. Allora va aggiunto che Ines non è ebrea, e non era partigiana o dichiaratamente antifascista. In quei tre lager ci finì per un atto di coraggio e per la solidarietà verso alcuni compagni di lavoro. «Se non avessi seguito il mio istinto, se mi fossi fermata un attimo a ragionare, probabilmente non l’avrei fatto…», riflette oggi. Nel disegno criminale del Terzo Reich, la deportazione di un’ebrea, di una partigiana o di un’antifascista aveva una “logica”, sia pure aberrante. Quella di Ines fu del tutto casuale.
Ecco l’originalità della sua storia. Ines è stata sottoposta a una delle prove più atroci che possano capitare. Eppure la serenità con cui ne parla contrasta con l’orrore delle vicende vissute. Da anni gira per le scuole di Lombardia a portare la sua testimonianza. Lo considera un dovere, una missione. Desidera che nulla venga dimenticato, rimosso o, peggio ancora, negato oltre l’evidenza.

Il viaggio da Mauthausen dura tutto il giorno. Lento. Tremendo. Siamo chiuse nello scompartimento. Non possiamo scendere. Possiamo solo dormicchiare e bisbigliare tra noi, facendoci mille domande senza alcuna risposta. Dalle chiacchiere delle SS che passano ogni tanto, cogliamo una parola: Cecoslovacchia. La stiamo attraversando. Dai finestrini vediamo alberi carichi di neve, prati gelati, candelotti di ghiaccio dappertutto… Dove ci stanno portando?
È ormai sera quando ci accorgiamo che il treno sta rallentando. Poi le carrozze si fermano. Sento un fragore infernale. Sembrano spranghe arrugginite o ferri vecchi che stridono cozzando tra loro. Stanno aprendo i vagoni. Nevischia. Una luce al neon, fredda, rischiara un paesaggio lunare. Vediamo ufficiali delle SS, medici e altre persone che trascinano carrelli… Ancora quegli ordini secchi, duri, come a Mauthausen. Ci fanno scendere. Noi siamo giovani, agili e svelte: con un balzo siamo giù. Ma ci sono anche anziani, donne incinte e invalidi, che faticano a muoversi. Allora i soldati salgono sul vagone e li buttano a terra a pedate e frustate. Chi cade inizia a piangere e a urlare. Ci stringiamo le une contro le altre. Tremiamo per il freddo, ma anche per la paura. Il gelo ci penetra nelle ossa e nella mente, nel cervello. Non riesco a connettere. Cos’è questa, l’Apocalisse?

Quando tutti sono scesi dal treno, le SS prendono pacchi e valigie e li mettono sui carrelli che vengono spinti via.4 Con me io ho solo quello che porto addosso. Poi comincia la selezione. Gli uomini di qua, le donne di là. I giovani a destra, i vecchi a sinistra. Chi può lavorare da una parte, chi non ce la fa dall’altra. Basta un cenno dei medici. Così i mariti vengono separati dalle mogli. I figli allontanati dalle madri. Persone abbracciate divise a strattoni. Bambini gridano chiamando le loro mamme. Vecchi e infermi sono fatti salire a forza su alcuni camion. Per calmare i loro familiari, i soldati spiegano che li mandano subito nei reparti: così, quando arriveranno anche loro, li troveranno là ad aspettarli. È pazzesco, incredibile. Inimmaginabile. In tutti i libri che ho letto non ho mai trovato nulla di simile o di lontanamente paragonabile. Continuo a chiedermi dove sono capitata. Questa non è una fabbrica. Altro che lavorare e guadagnare tanti soldi!

Ci avviamo in colonna. Passiamo sotto una torretta: c’è un soldato di guardia. Ci portano in un padiglione, in fila, davanti a una soldatessa che usa strani aggeggi. Guardo meglio. Mi accorgo che tatua numeri sull’avambraccio delle persone davanti a me. Ma i tatuaggi li usano i marinai, oppure i galeotti…
«Allora sono proprio prigioniera!», crollano così anche le mie residue illusioni.
Quand’è il mio turno, provo a protestare.
«Io non ho fatto niente… Perché mi mettete questo numero?».
Nessuna risposta. La soldatessa è velocissima. Sono tutti puntini minuscoli, ma in un attimo finisce: 76150. Guardo quel numero poco sopra il mio polso sinistro. Cerco di cancellarlo, sfregandoci sopra. Ma è impossibile. Poi mi accorgo che la soldatessa sta fissando i miei occhi e i miei capelli scuri.
«Tu, molto nera… Tu Juden!», sbraita.
«No, non sono ebrea… Sono cristiana», ribatto.
«Tu Juden!», insiste.
«Macché Juden… Sono cristiana, ti ho detto!», ribadisco.
Alla fine si convince e mi lascia in pace.
Ci portano alle docce. Più della vergogna già provata a Mauthausen, mi preoccupano una catenina e un anellino d’oro. Ci sono affezionata e non li voglio perdere. Mi ricordo del dentifricio che Anna mi aveva dato. Allora decido di nascondere i due gioiellini dentro il tubetto. Sono sicura che me lo restituiranno. Mentre ci laviamo, però, ci portano via tutto. Quando usciamo dalle docce non troviamo più nulla. Anche il dentifricio è sparito. È come se mi avessero rubato i ricordi e una parte di me. Scoppio a piangere. Ad altre va anche peggio: vengono perquisite nelle parti intime, per controllare che non nascondano qualcosa… Un’ulteriore umiliazione: ci depilano, una per una. Ci danno una divisa in cotone grezzo a righe grigie e blu, una maglia mezza rotta, un paio di mutandoni lunghi fino al ginocchio da allacciare in vita e due calzettoni: me ne capitano uno rosso e uno giallo. Poi un foulard da mettere in testa e un paio di zoccoli.
Alla fine una soldatessa ci conduce al Block, come dice lei. È uno stanzone lungo: allineate al muro ci sono enormi cuccette ricoperte di paglia. In ogni cuccetta almeno cinque donne, già addormentate. Tutte hanno i capelli rasati a zero. Noi, forse perché siamo arrivate in poche, l’abbiamo evitato. C’è un silenzio pesante, rotto solo quando una si gira o si alza. Allora le altre si svegliano e imprecano.
«Ruhe!»,10 è il grido soffocato che risuona nello stanzone.
La soldatessa dà a tutte una coperta e se ne va. Io, Ada e le altre ci sentiamo come pecorelle smarrite.
«Che facciamo?».
«Dove ci mettiamo?».
Dopo un po’ troviamo due cuccette e ci sistemiamo: cinque tutte insieme nella prima, due nella seconda, in parte già occupata. Sono stravolta. Malgrado tutto, mi addormento in pochi minuti.
Mi sveglio di colpo al suono di una sirena: saranno le cinque. Una deportata si comporta come un capo. Passa per le cuccette con uno staffile in mano e grida parole incomprensibili.
«Aufstehen!», mi pare di cogliere.
Non so cosa vuol dire, ma devo alzarmi e sbrigarmi, altrimenti sono guai. Anche Ada e le altre obbediscono, disorientate. Proviamo a fare qualche domanda.
«Dove ci si lava?».
«Dove sono i servizi?».
Tra le prigioniere, nessuna ci dà retta o ci fornisce indicazioni. Alcune fanno cenno di non capire, altre nemmeno quello… Il bisogno aguzza l’ingegno, no? Allora seguiamo il gruppo ed entriamo in una stanza. C’è una specie di mangiatoia: ogni mezzo metro un rubinetto di zinco, con sotto una vasca. È un vero e proprio assalto. Le donne recluse da tempo sono le più prepotenti. Riesco a toccare l’acqua quel tanto che basta a bagnarmi a malapena gli occhi. Più in là c’è uno stanzone con alcune scritte sui muri. In mezzo c’è un blocco di cemento alto circa mezzo metro, dove si aprono dei buchi disposti a scacchiera. Non ci vuole molta fantasia per capire a cosa servano: ci sono già diverse donne accovacciate sopra, tra una sporcizia e una puzza indicibili… Alla vista rigetto anche quello che non ho mangiato.
Quando usciamo c’è un vento gelido. Vestite come siamo, l’unica difesa è stare più vicine possibile, cercando di farci scudo. Seguiamo sempre quello che fanno le altre e ci schieriamo davanti al nostro Block, in fila per cinque. Arriva una soldatessa per l’appello e ci chiama per numero. In tedesco. È difficile capire quando è il proprio turno. Ma sarà meglio imparare in fretta perché, se si esita a rispondere, sono botte. Finito l’appello, ci consegnano un cucchiaio e una ciotola di metallo con un buco e una corda attaccata. In qualche modo ci spiegano: se li perdiamo o ce li lasciamo rubare, non ce ne daranno altri. Lego così la ciotola in vita e infilo il cucchiaio in un’asola della divisa. Ci danno uno strano intruglio, a metà tra il tè e il caffè. Poi due strisce di stoffa, con un numero stampato, uguale a quello tatuato sul braccio. Vanno applicate sulla divisa. Ecco fatto: ora non siamo più esseri umani, ma solo numeri.

Poi ci portano a lavorare. Tutto il lager è circondato da una cinta in filo spinato sotto tensione. A distanze regolari, torrette presidiate da due soldati armati di mitra. All’interno il campo è diviso da reticolati e fossati: lo domina un grande edificio in mattoni rossi. Noi dobbiamo trasportare il contenuto delle latrine, che gli uomini hanno caricato su alcuni carri con un lungo timone. Di solito a quel timone si legano i buoi; qui, però, al timone siamo attaccate noi… Per portarli sui terreni da concimare dobbiamo trascinarli, mentre altre prigioniere li spingono da dietro. Facciamo una gran fatica. Il terreno, molto argilloso, è tutto un pantano e le ruote sprofondano.
Lavoriamo fino all’una. Poi altre prigioniere portano dei bidoni che chiamano ghible. Dentro c’è una zuppa di cavoli bolliti: emana un insopportabile odore di finocchietto selvatico. Versano le razioni nelle nostre gavette. Mangiamo, o almeno ci sforziamo di mandar giù: la zuppa è davvero fetida. Almeno per noi, nuove del campo e non abituate a certe “prelibatezze”: le altre, infatti, ingurgitano senza troppi complimenti. Finita quella sbobba, puliamo la ciotola con erba e terra, perché non c’è acqua. Riprendiamo a lavorare fino alle quattro, o forse le quattro e mezza: a parte la luce del sole e il buio, che in questa stagione cala presto, non abbiamo nulla per capire che ora è. Prima di rientrare nel Block ci tocca un altro appello. Infine, dopo un’ulteriore attesa estenuante, distribuiscono una fetta di pane nero e un quadratino di margarina. Sono sfinita: all’ultimo boccone sto già dormendo.

I primi giorni sono una scuola di sopravvivenza. L’appello è una tortura: che piova o nevichi, anche se stai male o ti senti svenire, devi aspettare il tuo turno senza muoverti. Dato che non capisco quando pronunciano il mio numero in tedesco, memorizzo la posizione nello schieramento. Sempre la stessa, tutte le mattine. Quando sento quella davanti a me rispondere «Presente!», deduco che il prossimo numero sarà il mio. Così mi preparo a rispondere anch’io.
Finito l’appello, prendo l’abitudine di bere solo la metà dell’acqua sporca che ci danno. Uso quella che resta per lavarmi la faccia meglio di quanto non riesca a fare ai bagni, dove siamo davvero tante. Vinco il ribrezzo delle latrine e pian piano metto da parte anche il pudore: siamo obbligate a condividere tutto, senza alcun momento di intimità personale. Durante il lavoro, se devi andare di corpo, chiedi il permesso al soldato, che rimane lì a controllarti. Per una, due, tre volte è una pena infinita: poi mi rassegno.
«Non posso scoppiare… Se vogliono guardare, è un problema loro!».
A mezzogiorno, quando portano la zuppa di cavoli o rape, noi italiane ci lamentiamo.
«Che schifo!».
«Guarda cosa ci tocca mangiare!».
«Ma non è possibile!».

Ripenso ai minestroni di mamma. «La minestra di verdura è la biada dell’uomo…», diceva. A me, però, non piaceva e la lasciavo nel piatto. Lei mi sgridava: «Se non la mangi, non prendi più niente!». Così mi sforzavo di finirla. Quella disciplina, adesso, mi torna utile. Guardo la zuppa. Ha il solo pregio di essere calda. Allora uso la fantasia: ci immagino dentro del formaggio, un po’ di burro, un certo condimento. Mi vengono in mente l’arrosto fatto in casa, il profumo del rosmarino… Mi pare quasi di gustare quei sapori. A volte, con le altre, ci scambiamo a mente qualche ricetta. Così, un cucchiaio alla volta, mando giù tutto.
Il nostro Block contiene alcune centinaia di donne. Per lo più sono russe, che si soffiano il naso tenendo le narici, come fanno i soldati. Poi polacche, slave, montenegrine… È difficile stabilire contatti. Un po’ per l’età: sono quasi tutte più anziane di noi. Un po’ per la lingua: solo con alcune si riesce a scambiare qualche parola in italiano o in francese. In genere, però, ognuna si chiude nel proprio dolore. Quindi noi sette finiamo per stare sempre per conto nostro. Non cambiamo mai neanche le cuccette.
Conosco però una triestina, Valeria. È una bellissima donna. Ha occhi come non ne ho mai visti. Fa la prostituta e mi incuriosisce. Mi faccio raccontare la sua storia. Ha cominciato a fare il “mestiere” per caso. Si trovava a Venezia, seduta a un bar. È stata avvicinata da un uomo, molto gentile, che le ha chiesto se voleva “andare” con lui: in cambio le prometteva molti soldi. L’uomo aveva la gobba: lei pensava che portasse fortuna e quindi ha accettato… Da lì il passo alle case chiuse è stato breve. Finché, in un’osteria, ha mandato al diavolo un tedesco che le faceva pesanti avances ed è così finita a Birkenau. Ci descrive le sue avventure, le richieste più o meno strane dei suoi clienti… Noi, giovani e ignare della vita, la ascoltiamo a bocca aperta. Anche questo aiuta a passare il tempo e ad allontanare l’angoscia.
Alcune, però, pensano alle loro famiglie e sono prese dalla tristezza. Gina, la ragazza-madre, continua a parlare del suo bambino.
«Come sarà cresciuto? Chissà cosa penserà…», si chiede.
Io rimango la più ottimista. Non mi perdo d’animo.
«Un giorno la guerra finirà e tornerò a casa…», mi dico.
Un motivo di preoccupazione, in realtà, ce l’ho: le mestruazioni. Come potrò pulirmi senza un fazzoletto o un pezzo di carta? Ma subito dopo il primo mese si bloccano. Non posso saperlo, ma nella zuppa i tedeschi sciolgono sostanze che arrestano il ciclo. La mancanza di questo sfogo, però, a molte internate provoca infezioni all’intestino e alle ovaie. Io, fortunatamente, me la cavo solo con ascessi alle gambe. Allora al mattino mi faccio visitare dal medico. Mi incide questi bubboni e fa uscire il pus. Poi sputo sopra il taglio: quando mi curava le ferite, mamma mi ha insegnato che la saliva disinfetta. Oppure ci appiccico sopra la pellicola degli spicchi d’aglio. Me li portano dalla cucina alcune polacche, e io li scambio con la mia fetta di pane serale. La pellicola non si stacca finché la ferita non si cicatrizza e non guarisce. Così, grazie a Dio, non contraggo infezioni.
Poi, una notte, nel dormiveglia, sento forte il rumore di un motore e voci femminili concitate. Ci alziamo, andiamo alle finestre e guardiamo fuori. Il campo è illuminato a giorno. Vedo ragazze che corrono disperatamente tra le baracche cercando di fuggire. Ma le SS le prendono e le caricano su un camion. Una scena infernale. Alle altre prigioniere strappo solo poche parole: scopro così che quelle sono ebree destinate alle camere a gas.
Mi spiegano cosa avviene lì dentro e anche cosa succede dopo. Quando si aprono le porte delle camere, entrano in azione i Sonderkommando. Sono reparti composti da prigionieri che vivono in alloggi speciali. A loro spetta il compito di tagliare i capelli ai cadaveri, asportare i denti d’oro, ammucchiare i corpi sopra una carretta e trasportarli ai forni crematori. Non servono altre domande. La risposta è in quell’odore acre che prende alla gola e si diffonde nel campo a determinate ore del giorno, e in quel filo di fumo grigio che si innalza nel cielo. Il momento peggiore è qualche giorno dopo. Vedo alcuni bambini camminare in fila: ognuno di loro ha un giocattolo in mano. Però non vanno a giocare: anche loro stanno per essere gassati e cremati.

Ecco la realtà. Birkenau non è solo un campo di concentramento. È un vero e proprio luogo di sterminio. Per le ebree è la “Soluzione Finale”. Prefissata e inevitabile. Per noi – io, Ada, Valeria, le donne di Lecco, le altre del Block – è la sorte che ci attende, se prima o poi non ce la faremo più. Siamo schiave, sfruttate oltre la nostra resistenza. Un giorno, quando non so ancora guidare il timone del carro per il trasporto degli scarichi, sbando e finisco bloccata nel fango. Subito arriva una soldatessa. Mi investe con un mucchio di parole che non capisco.
«Sprichst du Deutsch?», grida.
La guardo con aria interrogativa. Lei mi dà una sberla. Rimango a bocca aperta. D’istinto vorrei reagire, ma un attimo prima dell’irreparabile mi blocco.
«Calmati, Ines – mi dico –, o questa ti ammazza…».
Lavoriamo anche a 20 sotto zero. Le mani e le braccia sono intorpidite dal gelo. Il vento ci ghiaccia perfino le lacrime. Rimpiango il mio impermeabile, che mi proteggeva così bene dall’acqua e dal vento! Anche noi faremo la fine di anziane ridotte pelle e ossa, che si trascinano sfinite e cadono sotto le bastonate e le frustate? Oppure di tante donne del mio Block, sparite senza che di loro si sia saputo più nulla? In quel caso saremo subito rimpiazzate da altre deportate, che arrivano ogni giorno a bordo di lunghi convogli. Se invece resisteremo, vivremo.

Da questo momento il mio assillo è uno solo: sopravvivere. Lavoro sodo per non essere punita. Sento parlare di bunker sotterranei, dove vengono castigate le prigioniere che non lavorano o non obbediscono agli ordini. Raccontano di pene tremende: donne messe in ginocchio, con pesi sopra le mani, e costrette a rimanere ferme finché non perdono i sensi. Cerco di non contrariare i soldati. Non è facile, perché sono imprevedibili. Se li saluti, ti sputano addosso; se non lo fai, ti picchiano; per una qualunque sciocchezza, rischi una bastonata. Io li guardo sempre in faccia per capire cosa vogliono dalle loro espressioni, visto che non comprendo le loro parole. Allo stesso tempo, però, cerco di starne alla larga. Come alla distribuzione del cibo, per esempio. Per strappare un secondo cucchiaio di zuppa, le russe si precipitano a contendersi gli avanzi, mettendo anche le mani dentro la ghibla. Per dividerle e allontanarle i soldati le picchiano. Io preferisco farmi da parte.
«È inutile rischiare le botte per un po’ di zuppa. Un cucchiaio in più o in meno non mi cambierà la vita…», penso.
Le mie forze sono concentrate su quell’unico obiettivo: restare viva. Ripenso alle parole di mamma, quando uscivo di casa e lei non mi aspettava.
«Tant tì ta turnat sémpar, tanto tu torni sempre…», ripeteva.
«Hai ragione, mamma – vorrei dirle –. Io torno sempre! Ce la farò anche stavolta…».

 

tratto da
Giovanna Caldara, Mauro Colombo,
Tanto tu torni sempre. Ines Figini, la vita oltre il lager,
Melampo Editore.

In occasione della Giornata della memoria la versione ebook del libro è a prezzo speciale sulle principali piattaforme, per non dimenticare.

Il sorriso oscuro e felice di Liz Taylor

in Narrazioni

Il 20 gennaio del 1942 durante la conferenza di Wansee fu decisa la soluzione finale. L’ordine fu impartito dai gerarchi nazisti: gli ebrei dovevano essere annientati. Il Parlamento italiano con la legge 211 del 20 luglio 2000 ha istituito il giorno della memoria: la data scelta è il 27 gennaio. Per ricordare i sei milioni di ebrei che furono trucidati dietro il folle progetto di Adolf Hitler.

Leggiamo nel primo articolo della legge 211/2000: “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, Giorno della Memoria“ al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

Più importante la conclusione dell’articolo 2 che sottolinea l’importanza della testimonianza al fine di “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, affinché simili eventi non possano mai più accadere”.
Non si deve dimenticare “quello che è stato”. Con questa espressione il poeta rumeno Paul Celan, sopravvissuto anche lui al campo di sterminio si riferiva alla Shoah.

Ancora più duro è il critico letterario George Steiner che dice che si dovrebbe bandire la parola Olocausto, d’uso corrente per la soluzione finale, perché Olocausto è “parola nobile che indica sacrificio”. Non c’è nobiltà e non c’è sacrificio nella lucida follia dei nazisti.
Paul Celan non sopravvisse al fardello del ricordo, nel 1970 si gettò nella Senna, a Parigi. Si diede la morte per acqua per dar pace ai fantasmi che lo portarono nelle spire di una cieca depressione. Anche Primo Levi nel 1987 decise di morire gettandosi nella tromba per le scale. E l’elenco di sopravissuti che scelsero il suicidio potrebbe continuare. La spiegazione è lampante: non si può continuare a vivere dopo aver visto l’abisso della malignità umana.

Si sono tentati vari approcci per cercare di rendere testimonianza dell’evento disumanizzante che ha lacerato il tempo e l’inviolabilità dell’uomo. Tra questi, quello del regista Jean-Luc Godard e dei suoi documentari Histoire(s) du cinéma è particolarmente significativo.

Godard s’è confrontato con l’esigenza di ripensare interamente, dopo Auschwitz, il nostro rapporto anche con l’immagine; l’ha fatto sottolineando come tutte le immagini, ormai, non ci «parlano» che di questo. Tutto, in un tipo di montaggio che fa turbinare i documenti, le citazioni, gli estratti di film verso una distesa mai coperta: montaggio centrifugo, elogio della velocità, parla di Auschwitz: nella composita architettura fatta di parole che si sovrappongono, di spezzoni, di commenti fuori campo e di musica, emerge un brandello di Storia che è spiazzante e fortemente significativo.

È la scena in cui i volti dei deportati sfumano nel sorriso di Liz Taylor, l’attrice è bella per sempre nella spiaggia di “Un posto al sole” (A Place in the Sun), non c’è nessuno stravolgimento o finzione, Godard ha semplicemente mostrato nel montaggio quello che è veramente accaduto. Lo spiega lui stesso in un’intervista:

C’è una cosa che mi ha sempre molto toccato in un cineasta che amo così così, George Stevens. In Un posto al sole trovavo un sentimento di profonda felicità che ho ritrovato solo in piccola parte in altri film, anche molto più belli. Un sentimento di felicità laico, semplice, in Elizabeth Taylor, in un certo momento. E quando ho saputo che Stevens aveva filmato i campi e che in quell’occasione la Kodak gli aveva affidato i primi rulli in 16 mm a colori, non ho saputo spiegarmi altrimenti il fatto che abbia potuto fare in seguito quel primo piano di Elizabeth Taylor che irradiava una specie di felicità oscura.

Lo sterminio si è conficcato nel tempo e nella vita che ha ripreso i suoi cicli, fatti anche di sorrisi hollywoodiani e, pure che una buona metà di quella pellicola era “rigata a morte”, ciò non ha impedito a Stevens di usarla per eternizzare quel sorriso oscuramente felice.

Antonino Pintacuda

Scrivere per riempire vuoti

in Riscoperte

Cargo è il secondo libro di Matteo Galiazzo, uno scrittore a suo modo leggendario perché in pochissimi anni è passato dall’essere uno dei più promettenti e anche potenzialmente prolifici scrittori italiani (aveva già scritto quattro romanzi ancora prima di esordire) all’essere un ex scrittore. Nel senso che ha smesso di scrivere. Lavora, guarda la tv, si addormenta sul divano. Ma non scrive più. Così Marco Drago presenta la riedizione per Laurana reloaded di Cargo di Mattia Galiazzo che quando uscì per Einaudi si presentava nel risvolto come “un’onesta truffa affabulatoria”, etichetta più che valida e confermata dalle recensioni su Goodreads, dove si dice senza lambiccarsi che libri di questa schiera o si amano o egualmente si detestano, perdendosi lungo rivoli e frattali, in una mappa che fa volontariamente acqua. Ai nostri lettori un corposo assaggio di un testo che segna una tappa importante nel processo di svecchiamento che si compì nella letteratura italiana alla fine dello scorso millennio.

Tutte le parole del mondo possono entrare in un racconto scritto in prima persona. Un racconto in terza persona sono due punti. E da tutte le rette si passa a una sola retta. Una sola serie ben precisa di parole. È faticoso doversi mantenere sempre lì sopra, vedete. È anche scomodo. Io faccio fatica. È come doversi mettere d’accordo col calimero biondo per andare al cineclub, e il calimero biondo non può venire al telefono perché è sotto la doccia, allora sono lì al telefono con la madre del calimero che va in bagno a ripeterle tutto quello che dico, poi torna alla cornetta e mi riferisce quello che ha detto il calimero biondo, insomma, io non so se vi siate mai messi d’accordo col calimero biondo in questo modo, ma di solito poi non ci si vede mai e tutti e due pensiamo che l’altro ci ha tirato il pacco e poi si sta senza parlare per intere settimane e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla cornetta.
Sia ben chiaro che non credo minimamente a tutte la fregnacce che ho appena scritto qua sopra. Cioè delle rette e di tutto il resto. Io penso “capace di scrivere veramente oppure no. Mi voglio proprio mettere alla prova. Probabilmente risulterà che non sono capace. In questo caso sarò contento di ritirarmi dal mercato.
Naturalmente anche queste qui sopra sono tutte palle. Voglio imparare a scrivere in terza persona perché il mio sogno è sempre stato quello di diventare un romanziere di quelli che scrivono quei romanzi che ne escono uno alla settimana e gli autori hanno tutti dei nomi stranieri e le donne comprano questi romanzi nelle edicole delle stazioni, quelli con tutte quelle storie d’amore, quelle proprio, quelle proprio più, non so come dire, ecco, pornografia sentimentale. Io voglio fare quello da grande. Per questo devo imparare la terza persona. Quelle donne lì mica le frego con le mie menate ambigue, quelle mica hanno tanti fronzoli per la testa, non ci pensano due volte a chiuderti e lasciarti là nello scompartimento vuoto, ecco.
“Be’, ma ora la devo smettere di parlare di me, non vorrei fare come quei registi famosi che a un certo punto della loro vita si accorgono di non avere più uno straccio di idea per il prossimo film e allora fanno un film su di un regista famoso che a un certo punto della sua vita si accorge di non avere più uno straccio di idea per il prossimo film. Oppure, tanto per restare tra noi, quegli scrittori col blocco dello scrittore che scrivono libri il cui protagonista è uno scrittore col blocco dello scrittore, capite, così ci sarebbero infiniti altri infiniti da riempire di nuovo.

D’altra parte fare film o scrivere libri sulla propria incapacità di fare film e scrivere libri non è assolutamente peggio di quello che sto facendo io adesso con voi.
Io, signore e signori, ve lo confesserò perché questo mi renderà ai vostri occhi molto elegante, sto perdendo tempo. Vedete, ci sarà un punto a partire dal quale io dovrò cominciare il racconto e allora inizierà la terza persona. Io sto semplicemente cercando di ritardare il più possibile quel momento. Ecco. Perché di quel momento ho paura, ecco. Ora che l’ho detto però mi tocca cominciare. Ora che ho confessato, ogni ulteriore ritardo penso lo trovereste insopportabile.

Magari non è vero, probabilmente sottovaluto il vostro buon carattere. È che io devo fare l’abitudine alle casalinghe, quelle non perdonano. Intendiamoci, dico queste cose senza che debbano essere interpretate come un’offesa nei confronti delle casalinghe, o una qualche presa in giro dei loro atteggiamenti. Il loro atteggiamento nei confronti dei libri è legittimissimo. Probabilmente io ho un atteggiamento simile nei confronti del detersivo per piatti o della bresaola, e non me ne vergogno. Non c’è ragione, credo. È proprio il rispetto che nutro per loro a far sì che il mio desiderio di scrittura a loro si indirizzi.

Voglio dire, non penso che le casalinghe siano un pubblico facile. Penso sia molto più facile fare contento un critico. Andare a letto con una casalinga e sentirti dire che sei bravo da lei non è paragonabile al non andarci e sentirti dire che sei bravo dal prete.

Matteo Galiazzo, Cargo, Laurana Reloaded

Un moto perpetuo da un’elezione all’altra

in Politica & Società

Michele Monte – C’è una fase dell’infanzia nella quale i bambini, agli occhi degli adulti, diventano degli implacabili aguzzini rompiscatole; è quella fase in cui viene ossessivamente ripetuta la domanda “perché?”.
Per l’infante molesto il “perché?” è uno strumento di conoscenza del mondo, un modo per entrarne nelle pieghe; ne evidenzia un naturale moto di curiosità e la necessità di stabilire un contatto con il piano di realtà delle cose (che vede, che sente, che percepisce).
È anche però un implacabile strumento di relazione e di misurazione dell’interlocutore e delle sue risposte. Stai tergiversando, mi racconti delle fantasie, non ti credo… oppure mi tratti alla pari e quindi mi fido di te, ben presto sarai per me un riferimento.

A un certo punto questa fase viene superata e sostituita con qualcosa d’altro ma quel bagaglio di riposte ricevute, buone o cattive che siano state, costituirà da quel momento in poi gran parte dei riferimenti (o dei pregiudizi, sicurezze o insicurezze) che accompagneranno le esperienze future.
Ecco, se questa fase ci accompagnasse in modo costante, magari in modo meno ossessivo, nelle successive attività da adulti probabilmente la qualità del nostro rapporto con il piano della realtà sarebbe più intelligente e proficuo. Soprattutto in una delle attività principali che esprime in modo più accentuato le componenti sociali delle nostre attitudini come la politica, praticata a qualsiasi livello. Da ascoltatore o osservatore interessato, da partecipante attivo e, soprattutto, da chi la vive come impegno quotidiano, derivandone magari un reddito o il proprio riconoscimento e status sociale.

In effetti osservando le dinamiche, i comportamenti individuali e gli scenari che la politica ci propone oggi, si riscontra un pericolosa deriva verso la perdita di senso; l’affievolirsi di quella dote indispensabile della lettura e interpretazione della realtà che potremmo definire “intelligenza politica”.

Qui non c’entra il crollo delle ideologie ma troppo tempo è trascorso dal momento in cui la pratica politica ha abbandonato la costante riflessione sulle proprie radici di senso, trasformandosi in un moto perpetuo da un’elezione all’altra. Incoraggiando il piccolo cabotaggio e lo scambio (e non la sintesi, si badi bene) come principale fulcro della propria azione.

Gli effetti di questa deriva sono molteplici. Da un lato assistiamo allo sfarinamento dei tradizionali meccanismi di selezione del ceto politico con relative mutazioni genetiche che hanno portato ad un aumento della presenza sul proscenio di quella quota, un tempo confinata a una dimensione tollerabile fisiologicamente, di parolai arrivisti motivati da esigenze di carriera e affermazione personale.
Dall’altro, un progressivo distacco dal reale con riti, linguaggi, uno scellerato uso del tempo, infinite guerre puniche dal tenore eminentemente autoreferenziale.

Di tanto in tanto, per contrastare (ma sarà vero?) questa deriva, si levano voci che richiamano la necessità di tornare a parlare di contenuti. Ennesimo tentativo di depistaggio o, se si vuole, un modo per prendere tempo.
I cosiddetti “contenuti” se non inscritti in una cornice di senso hanno più o meno la funzione di marketing di un prodotto qualsiasi.
Nel frattempo, in un mondo che quotidianamente stravolge riferimenti e regole, aumenta la distanza e la capacità di comprensione; figuriamoci poi quella di immaginazione e di produrre innovazione.
A questo proposito sarebbe opportuno a volte soffermarsi a riflettere su alcune aberrazioni del linguaggio e al costante rifugiarsi nel conio di inquietanti neologismi. Una delle peggiori espressioni in questo senso è la definizione di “offerta politica”.

Che ci faccio qui? Chi e quali interessi rappresento? A quale progetto politico e idea di cultura e società faccio riferimento?

Poche e semplici domande che però servono a riposizionarci contemporaneamente sia nel mondo reale che nella dimensione etica della nostra azione. Per quanto tempo riusciremo ancora a farne a meno?

Perché il Polo ha perso le elezioni. Vent’anni dopo

in Riscoperte

Gian Paolo Parenti, Channel manager di Mediaset Premium Crime e di Joy, ricostruisce la storia di un libro cacciato a forza nell’oblio, il saggio di Gianni Pilo “Perché il Polo ha perso le elezioni (dati alla mano)”. Più di vent’anni dopo, Todomodo.club propone un inedito dietro le quinte di quegli anni che hanno cambiato forse per sempre il modo di intendere e di fare politica.
Il libro è annoverato tra i “Libri scomparsi nel nulla” dal cacciatore di libri proibiti Simone Berni. Perché oggi la censura si applica in maniera più sottile. Non si fanno roghi di pile di libri sulla pubblica piazza. Si preferisce agire alla radice del problema, bloccandone la distribuzione, impedendone agli editori di giornali di parlarne sulle loro colonne, bloccando sul nascere ogni passaparola.

1.Un grafico sbagliato e molti pregiudizi

Nel luglio del 1996, a tre mesi esatti dalle elezioni politiche vinte dall’Ulivo di Prodi e trenta mesi dopo il discorso televisivo con cui Berlusconi aveva annunciato agli italiani il proprio ingresso in politica contro il PDS di Achille Occhetto, per i tipi di Newton&Compton esce Perché il Polo ha perso le elezioni (dati alla mano).
In copertina, sotto il titolo, c’è una didascalia: Controstoria di una sconfitta annunciata. La copertina è bicolore, metà azzurra e metà rossa, a richiamare l’idea del confronto tra centrodestra e centrosinistra in un sistema politico divenuto bipolare.
L’autore di Perché il Polo è Gianni Pilo, presente anche in fotografia, in un elegante completo scuro e con stampato sul viso un sorriso accattivante. A completare il tutto, il nome del curatore: Stefano Romita, e la rappresentazione di un grafico “a linea”, di quelli solitamente usati per descrivere l’andamento di un fenomeno nel tempo.
Il grafico riportato sulla copertina, però, è sbagliato, e l’errore grossolano che contiene è potuto sfuggire solo a causa degli strettissimi tempi di pubblicazione di questo instant book.
È presumibile che, nelle intenzioni dell’ideatore della copertina, il grafico dovesse rappresentare l’andamento della propensione al voto per Forza Italia o per il Polo per le Libertà, la coalizione composta da Forza Italia, Alleanza Nazionale e Centro Cristiano Democratico che aveva concorso alle politiche ’96. La linea del grafico sale, si stabilizza per un po’, poi sale ancora, audacemente, fino ad un apice estremo, quindi si abbassa, di poco ma con decisione, quel tanto che basta a far perdere le elezioni al Polo. Il problema, però, è che gli anni di riferimento del grafico, dal 1994 al 1996, sono collocati sull’asse delle ordinate, e in questo modo la caduta della linea suggerisce un arretramento temporale, un effetto “macchina del tempo” che – dopo la sconfitta – era negli slogan del Polo, forse anche nelle possibilità aperte dalla Teoria della Relatività, ma certamente non nelle corde di Gianni Pilo, scettico tanto verso i proclami di facciata quanto verso i passatismi, e ben più portato all’analisi del presente e alla febbrile prefigurazione degli scenari futuri.
Ecco, i detrattori di Pilo e della Diakron (il suo Istituto di ricerche socio demografiche), chi ha sempre pensato che i mali della politica italiana siano iniziati con l’applicazione sistematica delle tecniche di marketing alla comunicazione e all’agenda dei partiti e dei loro leader, chi nella storia del Paese distingue tra un prima e un dopo Berlusconi, considerando il suo movimento e la sua “scesa in campo” alla stregua di una catastrofe culturale, sociale e morale, può fermarsi qui, alla descrizione di questa copertina “sbagliata”, che -involontariamente- riassume tutti i luoghi comuni dell’antiberlusconismo di allora: la testimonianza di un affascinante quarantenne con un inequivocabile sorriso da venditore, la minacciosa promessa di sommergerci tutti sotto un diluvio di dati, il rischio che quei dati siano falsi o comunque manipolati e ridotti a mera propaganda.
A tutti gli altri, invece, propongo di riavvolgere il film fino ai titoli di testa e poi un avanti veloce a identificare tre scene, in cui compaiono Pilo e, più modestamente, il sottoscritto.

1.1 “Vorrei vedere lei!”

La prima scena si svolge nella direzione marketing di RTI, la società televisiva del Gruppo Fininvest. Siamo nel Dicembre del 1993, all’indomani della puntata di Milano, Italia in cui Gianni Riotta ha presentato alcuni membri di un movimento spontaneo, che si dichiara vicino a Berlusconi e alle idee politiche da lui espresse di recente, mentre inaugurava un centro commerciale a Casalecchio di Reno. Tra loro, seduto in prima fila, c’era il direttore marketing di RTI: appunto Gianni Pilo, alla sua prima apparizione pubblica in veste di spin doctor.
Davanti alla bacheca dove, al mio primo incarico di stagista, con l’aiuto di una collega ho affisso una volenterosa rassegna stampa fatta di ritagli di giornale, Pilo fissa un articolo in cui Michele Serra, che la sera prima ha visto Milano, Italia, lo descrive come “il prototipo del venditore berlusconiano”, come un “cyborg pelato” (il riferimento è a Yul Brinner nel Mondo dei robot) che pensa e parla come Berlusconi.
Pilo è avvilito e contrariato, e lo dice a mezza voce.
Non lo dice necessariamente a me, che lo sto affiancando con molta discrezione, ma io prendo le sue parole come una confidenza, un’apertura di credito di cui approfittare, e gli dico: “La veda in positivo: hanno notato praticamente solo lei! Vedrà che diventerà un personaggio pubblico di grande rilievo!”. Lui mi guarda con la scarsissima considerazione giustamente dovuta ad un giovane leccaculo, e poi mi sibila: “Ma vorrei proprio vedere lei, se adesso fosse al posto mio!”

1.2 “Basta politica! Adesso balliaaamooo!”

La seconda scena si svolge alla fine del Febbraio 1994, circa un mese prima della vittoria elettorale del Polo della Libertà e del Buongoverno e della nomina di Berlusconi alla Presidenza del Consiglio.
Pilo è appena rientrato da Arcore e mi convoca nel suo ufficio, nella sede della Diakron, l’istituto di ricerca che ha avviato da pochi mesi e dove mi ha assunto (nonostante i miei primi non indimenticabili approcci).
“Sa che ad Arcore oggi abbiamo visionato una serie di interviste fatte a Roma, ai militanti?” (Il 6 Febbraio 1994, Berlusconi aveva presentato il movimento Forza Italia al Palafiera di Roma, gremito di giornalisti, simpatizzanti e iscritti ai Club di Forza Italia e del Buongoverno)
“Ah, davvero?!”
“Sì. Sa che c’era anche lei, tra gli intervistati?”
“Eh… sì, mi pare di ricordare di essere stato avvicinato da una troupe…”
“Io però l’avevo mandata là a farsi un’idea della comunicazione del Dottore, ricorda? Non a rilasciare dichiarazioni sul risveglio della piccola borghesia e sulla rivoluzione liberale prossima ventura, Gian Paolo…”
“Vero…”
“Adesso lei prende il cappotto, la sua borsa, la stampa degli ultimi sondaggi, la sintesi delle nostre ricerche di Dicembre e viene con me!”
Lo seguo senza fiatare. Mi porta in un Club Forza Italia di Milano, domiciliato presso un locale da ballo, dove deve tenere un discorso ai militanti. Inizia a parlare mentre la gente, un’ottantina di persone in tutto, si accalca sotto al palchetto con i salatini e i calici di prosecco.
Le ricerche fatte dalla Diakron direttamente e quelle da noi affidate a due autorevoli istituti di ricerca, tra il novembre e il dicembre dell’anno prima, concordano nel segnalare il crollo della fiducia nelle istituzioni (salvo l’Unione Europea), nei partiti e nel sindacato, il bisogno di leader politici nuovi, che vengano dal mondo delle imprese ma che possano amministrare il Paese come dei “buoni padri di famiglia”, infondendo il proprio entusiasmo ai “figli”. In quel momento, il movimento di Berlusconi potrebbe essere votato da oltre un elettore su tre, mentre lui come leader ispira più fiducia dei politici tradizionali per la proverbiale fattività (una fattività che gli elettori, anche quelli politicamente molto lontani, tendono a riconoscergli per pura induzione, a partire dalla visibilità delle sue aziende) e per aver fama di uomo ambizioso e di parola (una fama che molte star di Canale 5 hanno già iniziato a consolidare attraverso il proprio endorsement).
Al termine dell’intervento, si alza una mano tra gli astanti; si fa avanti un giovane maschio alpha che prende Pilo di petto e gli fa: “Siamo sommersi dai numeri! La faccia breve, Pilo, e ci dica una ragione una per votare Berlusconi!”
Pilo torna ai dati: i temi che stanno più a cuore all’elettorato italiano di ogni orientamento politico sono la pressione fiscale e il lavoro; chi prometterà di creare nuova occupazione, soprattutto giovanile, e di ridurre le tasse, dando però rassicurazioni sui servizi sociali, rischia di vincere le elezioni. E il PDS, al momento, non sembra la forza politica più accreditata per rassicurare il Paese né per garantire la riduzione del peso fiscale. Gli anni Ottanta, demonizzati e rimossi, hanno lasciato nei più un forte senso di vuoto ed un profondo quanto insoddisfatto (ma inesprimibile) desiderio di modernizzazione sociale, sviluppo economico, ampliamento del benessere individuale e familiare. Funzionerà non la promessa del PDS di una ricetta collettiva a base di lacrime e sangue, ma una “chiamata alle armi” delle forze produttive del Paese, capace di generare benessere a pioggia. Berlusconi, in quanto indiscusso protagonista del “miracolo economico” del decennio precedente, ha le carte in regola per vincere le elezioni alle porte.
Di nuovo il maschio alpha, sempre più acidulo e arrembante: “No, Pilo, no! Io non le ho chiesto altri numeri, abbia pazienza! Io le ho chiesto un motivo! Ci dia un solo motivo valido per votare Berlusconi!”
Pilo, sardo e permaloso, lo manda al diavolo brutalmente ma, prima che nasca una rissa, una prosperosa signora sulla sessantina, inguainata dentro un improbabile abitino di lamé argentato, dalla consolle fa partire un twist indiavolato e si lancia sulla pista da ballo al grido di: “Abbiamo capitooo! Basta politica! Adesso balliaaamooo!”.
L’intervento della signora argentata placa subito gli animi: tutti, tranne Pilo che è rimasto irrigidito sul palco, si mettono a danzare.
Facciamo più di metà del viaggio di ritorno in silenzio, poi Pilo mi dice: “Allora, adesso ha compreso il mio messaggio? Non si entusiasmi più. Io le chiedo spassionatamente di restare lucido, distaccato e critico, perché a me non serve un militante o un ammiratore di Berlusconi in più, a me servono ricercatori seri, ha capito?”

1.3 Finale triste

La terza scena si svolge nel novembre del 1997, un sabato mattina, ancora nell’ufficio di Pilo.
Le politiche del 1996 hanno segnato non solo la sconfitta del Polo, ma anche molte tensioni tra Pilo e il partito, e quel che è peggio -a quanto mi è dato capire- anche un raffreddamento nei rapporti fino ad allora molto affettuosi e cordiali tra lui e il Dottore.
Dopo la sconfitta di aprile c’era stato un pubblico j’accuse non troppo simpatico di Berlusconi che aveva rinfacciato alla Diakron di non avergli dato notizia della crescita dei consensi per l’Ulivo nell’imminenza del voto. C’era poi stata la pubblicazione di Perché il Polo, ostentatamente ignorata dal partito, e -a seguire- una nostra massiccia produzione di studi e ricerche che, nel segnalare il calo d’immagine di Berlusconi e l’appannamento della fiducia nel Polo, registravano come una duplice criticità sia la diffusione sul territorio di quadri selezionati frettolosamente e dotati di scarsa cultura politica e capacità d’ascolto verso i cittadini, sia l’asse con i cattolici conservatori, deciso nel 1995.
Forza Italia non era più percepita come un fenomeno “nuovo alla politica”, il tratto che fino ad allora era stato il suo punto di forza.
Tra l’estate del 1996 e l’estate del 1997 avevamo anche prodotto un grande sforzo per commercializzare alcuni prodotti dell’Istituto, onde ridurre la sua dipendenza economica dalle commesse di Forza Italia, riuscendoci solo in parte.
Io ho da poco iniziato a lavorare per il marketing di Mediaset e nella mia assunzione lo stesso Pilo ha avuto un merito significativo. Quel sabato mattina di Novembre sono passato a salutarlo e a ringraziarlo. Lo trovo davanti a cinque mappe che descrivono il posizionamento dell’elettorato italiano in relazione ad una serie di questioni sociali e di valori politici ritenuti significativi.
L’asse “destra-sinistra”, quello dell’autoposizionamento politico, è ancora rilevante, ma rispetto al 1994 ha già perso peso nella costruzione dell’identità dell’elettore medio. È invece relativamente aumentata la forza della dimensione “cattolicesimo-laicismo”.
Pilo osserva una vasta area della mappa dell’elettorato, connotata dall’esigenza di riforme istituzionali che rendano più diretto, agile e “umano” il rapporto con la Pubblica Amministrazione, ma anche dal bisogno di grandi opere infrastrutturali e dal desiderio di maggiori investimenti nella ricerca, nell’istruzione, nella tutela ambientale e nel rilancio del turismo. Aspetti che il Polo recupererà nella campagna elettorale del 2001, ma che già erano contenuti nel Contratto con gli italiani: un’idea mutuata da Pilo direttamente dai repubblicani americani e da noi adattata al caso italiano attraverso un lavoro di analisi e ricerca durato mesi e culminato, a Marzo, nella stampa di centinaia di migliaia di copie del Contratto: dieci battaglie, dieci leggi, dieci impegni che Berlusconi avrebbe dovuto assumersi e garantire entro i primi cento giorni di governo. Per opposizioni interne al partito, che Berlusconi non aveva voluto o potuto superare, all’ultimo momento il documento non era stato distribuito, con nostro vivo dispiacere.
In quel Novembre 1997, a una decina di giorni dal mio ventinovesimo compleanno, sono fisicamente e psicologicamente a terra. Per me e per tutti i colleghi dell’Istituto i tre anni che abbiamo alle spalle sono stati sfibranti: mesi di sondaggi intensivi, focus group e interviste di profondità fatte ovunque, in continuazione, e poi presentazioni ai candidati locali e nazionali, report inviati ad Arcore alle più svariate ore del giorno e della notte, vacanze cancellate, festivi dimenticati. Da un lato tutto questo già mi manca, perché non c’è niente di più appagante che vivere ogni giorno sulle barricate, insieme ai propri compagni d’avventura, con le frustrazioni personali, le paure, le inadeguatezze lasciate libere solo per il tempo di un panino in piedi al bar, per poi tornare subito a lavorare e a combattere contro mille nemici, interni ed esterni, veri o presunti, temporanei o irriducibili. Senza contare la dolce ma imperdonabile illusione di sentirsi parte attiva all’interno di un processo di cambiamento che, se pure non epocale, se pure non aperto all’intera collettività, avrebbe comunque potuto sparigliare i giochi esistenti e ridistribuire le carte, facendo accomodare al tavolo qualche uomo nuovo, magari anche qualche riformatore sincero. Dall’altro lato, però, mi è stato offerto di realizzare il sogno di lavorare per la Tv: il mio desiderio più grande.
Pilo, dunque, fissa il vuoto di quell’area politico-valoriale che nessun partito in quel momento riesce a coprire con autorevolezza, poi mi rivolge un sorriso tirato, malinconico, e -parlandomi per la prima volta senza alcuna convinzione- mi fa: “Qui bisognerebbe proprio scrivere un altro libro, sa?”
Sono triste per lui, ma soprattutto mi sento in colpa verso chi resta, poiché solo a me è stata data l’opportunità di una ricollocazione. Provo a convincermi di essermela meritata con l’impegno, la fedeltà, il talento. Vent’anni dopo, conoscendo non solo le difficoltà umane e lavorative incontrate nei mesi e negli anni successivi da molti amici e colleghi, ma anche come tutti abbiano saputo resistere, reinventarsi, reinserirsi con successo, capisco che il bonus allora affidatomi non fosse il premio dovuto al migliore, ma l’atto di protezione verso il più fragile e il meno adatto a proseguire su quel cammino.

2. “Bisogna scrivere un libro”

Perché il Polo ha avuto una gestazione frenetica e complessa.
La decisione di scrivere il libro l’ha presa Pilo subito ai primi di maggio, sull’onda dell’emozione suscitata in tutti noi dal j’accuse di Berlusconi. Pilo ha reagito con la stessa impulsiva ruvidezza con cui, all’indomani delle amministrative del 1995, aveva pubblicamente attaccato i consiglieri e gli assessori regionali e provinciali di Forza Italia chiedendo loro di rendersi degni della fiducia degli elettori rinunciando alle auto blu.
“Bisogna scrivere un libro” – ci aveva detto – e dovevamo pubblicarlo tassativamente entro l’estate: non potevamo rimanere zitti mentre i giornali parlavano male di noi e rinvangavano vecchie e sgradevoli questioni.
Infatti era tornato d’attualità il presunto errore di stima del ’94, quando la Diakron aveva diffuso un dato di propensione al voto per il partito di Berlusconi pari al 30%: dieci punti superiore al risultato elettorale poi effettivamente conseguito. In realtà quel dato rappresentava l’ampiezza di un bacino potenziale, esprimeva un “perché no?” un “quasi quasi lo voto!”, tecnicamente era una propensione pura, non ritarata attraverso variabili quali l’autoposizionamento sull’asse “destra-sinistra” o il ricordo dell’ultimo voto espresso dagli intervistati, come si usa fare (e come anche noi facevamo) nella rielaborazione dei dati ricavati dai sondaggi elettorali. Il dato “ponderato” che la Diakron stimava realmente per le politiche ’94 era contenuto in una forbice tra il 15 e il 20%.
Poi sui giornali era comparsa la ricostruzione delle polemiche avvenute tra 1994 e 1995 tra molti noti e stimati sondaggisti dell’epoca e lo stesso Pilo, con i primi che, a mezzo stampa, lo avevano accusato di non avere alcuna etica professionale, essendo al tempo stesso ricercatore, deputato e membro del direttivo del partito per cui faceva le ricerche, fino a chiedere e ottenere l’espulsione della Diakron dall’Esomar, l’associazione internazionale degli istituti demoscopici. Naturalmente nessuno poteva sapere, tranne i diretti interessati, che alcuni dei nostri indignati accusatori, tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994, avevano fatto svariati quanto infruttuosi tentativi di convincere Pilo a “spartire” con i loro istituti le ricche commesse del partito di Berlusconi.
Ben altro atteggiamento aveva dimostrato nei nostri confronti il gruppo fondatore della società Il Mulino, il milieu di scienziati sociali che avrebbe poi in larga misura supportato Prodi nell’esperienza dell’Ulivo. Avevano voluto incontrarci nell’autunno del 1995, per conoscere da vicino le nostre tecniche di ricerca e gli strumenti di marketing che avevamo sviluppato per Forza Italia l’anno prima. Di quella esperienza conservo il piacere di un confronto franco e il ricordo dello sforzo con cui Pilo tentava di annacquare con l’ironia e l’autoironia il proprio legittimo orgoglio.
Peraltro, già all’inizio del 1994, incuranti della tempesta mediatica che si era scatenata sulla Diakron, altri sondaggisti che non temevano di definirsi “impuri”, supportando e sostenendo apertamente altri partiti, avevano invece chiesto di condividere con noi i propri risultati di ricerca, stringendo rapporti di collaborazione e anche belle amicizie.
In vista del libro, per una settimana vengo esentato da alcune corvée e con l’aiuto dei colleghi recupero, rielaboro, sintetizzo centinaia di sondaggi e ricerche.
Poi voliamo a Roma per incontrare Stefano Romita, cronista parlamentare di lungo corso e grande finezza, che avrebbe non solo condiviso la scrittura con Pilo, ma anche progettato la struttura del libro, stimolando l’autore a raccontare un po’ più di sé e dei dietro le quinte politici di due anni affollati di avvenimenti.
Romita in quel momento era in forze al Mondo; aveva (e ha) una cultura politica straordinaria, l’aria sorniona e un modo di fare avvolgente, di quelli che inducono l’interlocutore alla confidenza. Le sue battute taglienti, a volte buttate lì in romanesco, irretivano gli intervistati, che finivano col sentirsi come sgravati dalla responsabilità istituzionale e dai vincoli di riserbo e prudenza. Con Pilo questa tecnica non sempre funzionava; allora, davanti alle proteste del suo interlocutore (“Dai, Stefano! Siamo seri: questo non lo possiamo pubblicare!”) Romita ricorreva ad un altro stratagemma: spegneva l’ennesimo mozzicone di sigaretta, esplodeva in una risata fragorosa e rispondeva che “purtroppo” era già tutto nero su bianco e lui non avrebbe levato nemmeno una virgola, anche perché, con i tempi di pubblicazione che gli erano stati dati, il libro avrebbe già dovuto ragionevolmente trovarsi in tipografia.
L’ultima settimana di scrittura intensiva avviene a Giugno, a poche settimane dalla pubblicazione. Passo le giornate a Roma, tra via del Corso e l’ufficio di Pilo alla Camera, lavorando come un matto ovunque riesca a piazzare il mio computer. Recupero dati, compongo grafici, scrivo le note al testo, trascrivo le pagine che Pilo scrive di notte, a penna, e mi passa a colazione. Soprattutto, sfrondo e sintetizzo, perché Pilo ha un sacro orrore per i testi prolissi ed è ovvio che non porrà fine alle revisioni prima di aver ritrovato sulla pagina il proprio stile comunicativo icastico e provocatorio. La sera lo raggiungo al ristorante, poi passeggiamo fino a piazza del Popolo, tanto per tirare il fiato. Nemmeno lui ha idea di come il libro verrà accolto.
Una cosa ci appare evidente: Perché il Polo, basandosi su quasi tre anni di ricerche, ridimensiona di molto la rilevanza dell’anticomunismo degli elettori di centrodestra, fattore che continua invece a pesare nella comunicazione di Berlusconi. La dimensione fondamentale per l’elettorato, secondo i nostri studi, è invece l’asse “vecchio-nuovo”, vale a dire la differenza, nel percepito dei cittadini, tra chi frena e chi accelera sul pedale delle riforme, tra chi adduce come scusante per la propria mancanza di progettualità valori quali la prudenza, la collegialità delle scelte o il rispetto degli equilibri istituzionali, e chi invece sembra voler azzardare il cambiamento “mettendoci la faccia” e rischiando il tutto per tutto secondo la logica del “dentro o fuori”. Inoltre viene esplicitata una critica a buona parte dei candidati e degli stessi dirigenti del Polo (Fini in testa), a molti dei quali i delusi tra gli elettori di Forza Italia imputano di essere “il vecchio riconvertito a nuovo” e rinfacciano atteggiamenti ondivaghi, furbeschi e non sufficientemente leali nei confronti di Berlusconi e, ancora di più, verso gli “ideali del ‘94”.

3. L’esergo misterioso

Perché il Polo esce a metà Luglio, senza clamori né recensioni.
Per alcuni giorni, tra la fine di Giugno e i primi di Luglio, Pilo è praticamente sparito. Nemmeno Romita sembra in grado di rintracciarlo. Lo immaginiamo comprensibilmente inquieto per come possa reagire il Dottore: in fondo sappiamo tutti come, da che mondo è mondo, nessuno spin doctor, nessun “consigliere del principe” abbia mai potuto imporre ad un leader politico carismatico il proprio punto di vista, riuscendo al massimo a fornirgli spunti con cui rendere più efficace la propria comunicazione e strumenti per monitorare le reazioni dell’opinione pubblica. Il libro potrebbe essere considerato un’uscita dai ranghi carica di orgoglioso risentimento (e di fatto un po’ lo è), e forse anche un modo per affermarsi come un’alternativa politica, una specie di “corrente della Diakron”, ma questo non è mai stato nelle intenzioni. Pilo non chiede a Berlusconi di cambiare, semmai il contrario: di non cambiare, di non tradire se stesso infilandosi, al seguito degli alleati, in quelle pratiche di politica politicante che tanto sfibrano gli elettori, minandone la fiducia.
Di sicuro Perché il Polo pecca di un eccesso di intransigenza e di un eccesso di pessimismo nel guardare al futuro della coalizione: alla fine, ad Arcore e a Roma, prevarrà un’analisi della sconfitta decisamente più comoda e pragmatica. A mancare sono stati i voti della Lega Nord, si dirà, quindi in futuro basterà ricomporre l’alleanza con Bossi e fare opposizione dura fino alle nuove politiche.
Scopriremo solo qualche settimana più tardi che Pilo, in quella pausa di riflessione, ha riletto il libro da capo e ha cercato un esergo che fungesse da chiave di lettura. Soltanto a libro pubblicato leggerò la duplice citazione tratta da Montesquieu, scelta da Pilo.
Il primo frammento viene dalla Dissertazione sulla politica dei Romani nella religione e parla del ruolo degli auguri e degli aruspici che attraverso i propri vaticini potevano infondere coraggio nei soldati e lanciarli in battaglia con maggiore furore, ma anche evitare guerre assurde e inutili spargimenti di sangue. Gli aruspici, però, potevano essere reinterpretati e “corretti” dai generali più abili ed astuti, i quali – com’era giusto – sapevano prendersi l’ultima parola e piegare anche gli dei alla propria volontà.
Il secondo frammento proviene dal Saggio sulle cause che possono agire sugli spiriti e sui caratteri e parla dell’importanza dell’educazione nel moltiplicare le idee e diffonderle presso la popolazione, ma rivendica agli individui, al loro “carattere”, la capacità di mettere in relazione idee diverse, anche apparentemente inconciliabili, per rompere le convenzioni interpretative e generare nuovi, potenti punti di vista.
Credo di avere compreso appieno queste citazioni solo vent’anni dopo.
Sono probabilmente il contributo più bello e intimo dato da Pilo al libro: il riconoscimento della non convenzionalità del proprio modo di interpretare il mestiere di “sondaggista”, quantomeno rispetto ai canoni italiani; vale a dire: non come mera registrazione e analisi dei fenomeni politici e sociali, ma come alimento tanto della comunicazione quanto dell’agenda del leader, facendo di queste stesse analisi -se necessario- lo scudo con cui respingere gli attacchi politici degli avversari e le imboscate degli stessi alleati. Al tempo stesso, però, pur riconoscendo al suo abile generale il diritto di capovolgere il vaticinio, di stravolgerne il senso, addirittura di negarlo dopo la sconfitta, Pilo non gli permette di ignorare la sconfitta stessa e tantomeno di ricacciare l’aruspice nel gruppo dei mille consiglieri, pretendendo che si adegui all’innocuo luogo comune, al pensiero senza nerbo della maggioranza, quando non addirittura al volgare cicaleccio dei cortigiani.
Otto anni dopo, in occasione del nostro ultimo incontro (prima che ci perdessimo di vista essenzialmente per mia insipienza), avrei scoperto che, più o meno nello stesso periodo, Pilo e io, l’uno all’insaputa dell’altro, avevamo preso l’abitudine di ingannare il tempo e certe amarezze immergendoci nei romanzi che Le Carré ha ambientato sul finire della Guerra Fredda, con le vecchie spie ridotte allo sbando come antichi ronin giapponesi.
Se nel frattempo avrà avuto modo di leggere Anatomia di un istante, di Javier Cercas, o il capitolo finale dell’autobiografia dello stesso Le Carré, forse anche Pilo sarà rimasto colpito da un’immagine singolare, che ricorre nelle due opere: quella di una cassaforte chiusa ermeticamente e di cui nessuno sembra avere la chiave o la combinazione; una cassaforte trasmessa da leader a leader insieme al suo contenuto di segreti che nessuno ha mai visto, ma che ciascuno immagina in cuor suo e – ovviamente – teme moltissimo. Un giorno la cassaforte viene forzata e aperta, e al suo interno non vi è alcun dossier: soltanto il biglietto con la combinazione per aprirla.

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