Il granaio nell’urna

in Eresie

Nel giugno del 1991 si tenne il referendum sulla riduzione delle preferenze nelle elezioni per la Camera dei Deputati. L’abolizione della preferenza multipla fu un passaggio decisivo per la fine della Prima Repubblica. E decisivo fu quella volta il voto del Sud, considerato – non senza motivi – la patria del voto di scambio, del voto clientelare.
Alcune considerazioni che si facevano allora sul voto nelle regioni meridionali, ha senso rileggerle oggi?

Lillo Garlisi –  «No, non c’è niente da fare: il posto già se lo presero. Si sa già chi vincerà il concorso». La voce dell’amico siciliano al telefono non tradisce né indignazione né particolari emozioni. Che alla vigilia di un concorso circoli già il nome del vincitore nel sentire comune isolano è oramai cosa del tutto normale. O comunque non è evento che desti scandalo. Nessuno si meraviglia. In Sicilia, da tempo, le lucciole sono scomparse.
Domenica 9 (e lunedì 10) giugno si è combattuta una partita probabilmente non decisiva ma sicuramente significativa nel processo di affrancamento dei cittadini residenti nel sud (e in particolare in Sicilia, Calabria e Campania, regioni maggiormente dominate dall’oscena commistione tra potere politico e potere mafioso).
«Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più».
Così scriveva Pasolini nel 1975. E negli stessi anni in cui scomparivano le lucciole si dava avvio a un massacro senza precedenti nella storia civile dell’Italia moderna: un sistema di valori veniva smantellato; al suo posto solo terra bruciata. Non più il vecchio, non ancora il nuovo.

Al sud il processo assume intensità e specificità devastanti. Un sud che non è mai stato veramente fascista e che ha solo orecchiato l’antifascismo, si trova a dover vivere il trauma di una democrazia incompiuta e caratterizzata da troppi elementi di continuità con il passato regime. E a dover subire uno sviluppo economico e un benessere filtrati da un potere politico locale saldamente impegnato a costruire fortune e leader nazionali. L’obiettivo è il potere. Lo strumento è il controllo delle risorse, del territorio, dell’elettorato, del voto, delle preferenze.
Comincia da lì quella che possiamo definire una corruzione di massa. Inquinata la vita politica, drogato il modello di sviluppo economico, imputridita la palude in cui trovano alleanze e convergenze potentati politico-economici e padrinati mafiosi, comincia la corruzione delle coscienze. Lì muoiono le lucciole. Se mai un giorno si celebrasse il pasoliniano processo al Palazzo con un occhio puntato alla gente del sud bisognerebbe inserire tra i capi d’accusa il più terribile: genocidio. Che la violenza del termine non sembri eccessiva. Genocidio, senza alcuno svuotamento semantico. Come altrimenti definire la distruzione scientifica, sistematica, di una cultura arcaica con la contemporanea proposizione, di fatto, di una cultura formata da soli valori negativi?
In pochi decenni in parti rilevanti della popolazione meridionale è passata (è stata fatta passare) una cultura che, per sole ragioni di sintesi, possiamo definire impregnata di assistenzialismo e clientelismo. Non è certo un frutto obbligato della modernità. Tutto questo è stato funzionale alla creazione del mercato elettorale.
Il sud, da millenni granaio d’Italia, diventa, in un mercato in cui la risorsa che conta è il voto, il granaio elettorale dei partiti di governo. Il meccanismo instaurato a semplice, diabolico e tutt’ora funzionante.
Proviamo a schematizzare: 1. Chi è al potere gestisce fiumi di denaro pubblico. 2. Per rimanere al potere bisogna ottenere il consenso elettorale. 3. Il denaro pubblico viene usato per “comprare” il consenso elettorale. Ovviamente non c’è bisogno di comprare tutto il consenso elettorale: i partiti di governo, istintivamente “capitalistici” nel loro agire, comprano il fattore produttivo (il voto) dove costa meno (al sud) e nelle quantità al momento possibili (o necessarie).

Ulteriore presupposto di tale ciclo del consenso a la ripetibilità dell’acquisto: in questa poco nobile dialettica servo-padrone, il servo deve rimanere tale. Il servo-elettore che, ricevuta la mercede pattuita in cambio del suffragio, si affrancasse dal meccanismo della dipendenza rappresenterebbe un colpo mortale per la sopravvivenza del sistema. Nasce il rapporto di scambio: voti e preferenze in cambio di finanziamenti a pioggia, pensioni facili, creazione e distribuzione di “posti” (da non confondersi, se non in casi estremamente rari, con la creazione di “lavoro”), e di quant’altro serva a perpetuare i rapporti tra chi ha bisogno “continuativo” del voto e chi “continuativamente” è chiamato alle urne.

E in questo pericoloso groviglio affonda le sue radici la Nuova questione meridionale: se storicamente la Questione meridionale era un problema di sottosviluppo tout court, attualmente il problema si presenta con specificità del tutto nuove caratterizzate da un alto grado di contraddittorietà apparente: consumi senza produzione, risparmio senza investimenti, pervasività del potere politico e della mano pubblica, schizofrenica scissione tra “posto” e “lavoro”, perverso intreccio tra esponenti dei partiti e sistema di potere mafioso. In un recente articolo su “Il Sole-24 Ore”, acutamente Marco Vitale individua le «male bestie» che soffocano il possibile sviluppo della Sicilia (e possiamo sciascianamente assumere la Sicilia a metafora certa del meridione e a metafora probabile del resto penisola). Tre male bestie dunque, criminalità organizzata, assistenzialismo e dominio partitocratico, imperano scenario dello sviluppo mancato della Sicilia (e del meridione). E, continua Vitale, «la sconfitta delle tre male bestie e la rinascita civile, sociale ed economica sono due facce della stessa medaglia, indivisibili». Ma come intaccare l’inossidabile sistema? Solo con un deciso attacco a quello che è contemporaneamente e paradossalmente il punto di maggiore forza e di maggiore debolezza: il mercato del voto. Bene, proprio questo attacco è avvenuto il 9 e 10 giugno. È stato detto e stradetto che oltre all’abrogazione (importante) di una norma che regola l’utilizzo del voto di preferenza, il popolo (ebbene sì) sovrano ha mandato un messaggio chiaro, unico e incontrovertibile: voglia di pulizia, voglia di trasparenza, voglia di cambiamento. È stato un segno importantissimo. Tanto più che nei giorni immediatamente precedenti il referendum si era avuta sensazione che la partita si giocasse proprio sul fronte meridionale. Si era capito che l’elettorato del nord solo in minima parte si sarebbe fatto abbindolare dalle argomentazioni degli astensionisti capitanati da giocatori di poker troppo a lungo considerati statisti e da guitti forse a torto considerati autonomisti; e che però se sul fronte sud il partito dell’astensione rinunciava ai von Clausewitz della Lega esso poteva par sempre contare su alleati del calibro di Gava e Sbardella (e non stupisca la contemporanea presenza su ambedue gli schieramenti degli esponenti andreottiani).

Al sud inoltre vi erano tre alleati oggettivi del fronte astensionista: 1. Il livello di partecipazione strutturalmente basso (frutto combinato di disinformazione, disinteresse e emigrazione). 2. La mancanza di oggetto di scambio e la conseguente mancata mobilitazione delle capillari macchine dei partiti. 3. Il possibile controllo del voto da parte di boss e potentati locali (e non a sufficienza si è riflettuto sulla non segretezza del voto correlata all’astensione). Con queste premesse, si intuiva, il referendum si sarebbe vinto o perso al sud.
E il sud, contrariamente alle previsioni, il 10 giugno risponde: in tutte le regioni meridionali (unica eccezione la Calabria) viene raggiunto il quorum. In Sicilia vota il 54 per cento degli aventi diritto. In alcune province (Trapani, Siracusa, Catania) si sfiora il 60 per cento. In Campania vota il 52,6 per cento, in Puglia il 56,9…
Un dato interessante: la percentuale dei votanti e più alta rispetto ai referendum dell’87 (nucleare, inquirente, responsabilità civile del giudice). L’abolizione della preferenza multipla (e di alcuni suoi corollari: controllo del voto, brogli e corruzione) sfonda il muro di gomma dell’ignavia e dell’indifferenza interessata. Non indulgiamo comunque a facili ottimismi. Il cammino è ancora lungo. E della posta in gioco fa pensare che chi ha l’obiettivo dell’autoconservazione (giacché sono impensabili scontri di tale portata sconfitte “parziali”) si schiererà sul campo con tutti i mezzi e le armi a disposizione. Leciti e illeciti. Il processo è avviato. II percorso si preannuncia non lineare e irto di paradossi. Come non pensare con divertimento e amarezza al fatto che in Sicilia lo stesso elettorato assisteva e partecipava all’ignobile mercato dei “santini” con le combinazioni di preferenze per le regionali del 16 giugno e il 9 a maggioranza nelle urne bocciava la logica dell cordate, dei clan, del voto controllato o inquinato? La settimana successiva un milione di siciliani non si recava alle urne. Circa duecentomila votavano scheda bianca o nulla. La Rete, che aveva posto la questione morale come questione centrale della vita politica isolana e nazionale, raccoglieva più del 7 per cento dei consensi. Contemporaneamente le urne premiavano la vecchia Dc. Ma perché stupirsi? C’e da stupirsi semmai se in una realtà in cui è sottoposta alla mediazione dei clan e dei gruppi di potere anche l’aria che si respira, i partiti di governo non raggiungono il 100 per cento dei consensi. Segnali contraddittori forse, di una realtà comunque in movimento, con il gattopardismo di sempre perennemente in agguato. Il 9 (e 10) di giugno i cittadini del sud più di tanto non potevano fare. Gli interessati corifei dell’ineluttabilità del cambiamento meridionale sono stati smentiti. Il sud non soltanto ha dato una mano decisiva per la vittoria del referendum, ma ha anche lanciato un disperato grido d’allarme al resto del paese: il cambiamento è possibile, aiutateci a cambiare.

tratto da Società Civile Giugno 1991 –
ripubblicato in Nando dalla Chiesa, Gianni Barbacetto, L’assalto al cielo, Melampo Editore

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