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dicembre 2016

Viaggio nella terra di porpora

in Narrazioni/Riscoperte

Vi sono tre capitoli nella storia della mia vita, tre periodi distinti e ben definiti, sebbene consecutivi – incominciati quando ancora non avevo venticinque anni e finiti prima dei trenta -, che probabilmente risulteranno più vivi di tutti gli altri anni della mia esistenza…

Inizia così The Purple Land, il romanzo d’esordio di William Henry Hudson, il primo testo dedicato all’Uruguay. Secondo Jorge Luis BorgesLa Terra Rossa è uno dei pochissimi libri felici che ci siano al mondo”. Fa eco al creatore della Biblioteca di Babele e dell’Aleph, Joseph Conrad: “Non è possibile dire come quest’uomo raggiunga i suoi effetti. Scrive come l’erba cresce”.

Sempre Borges scriveva: «Libro più nostro di una pena, separato da noi soltanto dalla lingua inglese, dalla quale un giorno bisognerà restituirlo al purissimo criollo in cui fu pensato: criollo della costa, criollo in bontà e in flemma, criollo del tempo amplissimo mai incalzato dall’orologio e scandito lentamente dal mate».

L’ultima edizione disponibile in italiano è la raffinata edizione Adelphi.

“Questo romanzo possiede la felicità, nell’unico modo, quasi inconsapevole, con cui si può possedere la più volatile dea: una felicità contagiosa, anche per il lettore, che incontra questo libro come uno di quegli amori immediati, rapidissimi e crudeli che balenano nelle sue pagine.

A Montevideo, verso il 1870, in un periodo di aspre contese civili, il giovane inglese Stephen Lamb abbandona la sua sposa-bambina, Paquita, per trovare lavoro all’interno del Paese. Quando egli parte con questo proposito, e una certa boria britannica, non sa che la sua mente segue un pretesto labilissimo, che servirà solo ad adescarlo all’avventura, nella incantata esplorazione della immensa Terra Rossa, illusoriamente monotona come il mare, punteggiata dalle isole delle estancias, che celano vicende imprevedibili.

Stephen Lamb, come ogni ulisside, ha quell’accortezza che gli permette di indovinare sempre i gesti giusti – o per lo meno i gesti che salvano la vita – in un mondo dove vigono regole tutte da scoprire; per il resto è un giovane “oppresso dalle armi e dalla corazza della civiltà”, ma che non osa confessare a se stesso la noia che quest’ultima gli ispira: carico di vitalità, è pronto a trovare qualsiasi scusa per rimandare il ritorno a quella sua ‘adorata moglie’. E ogni scusa è un incontro, ogni incontro la scoperta di un intreccio sorprendente di vite, e ogni scoperta porta presto le sue conseguenze, che talora si dissolvono nel fumo di una pistola o nella luce dei coltelli”.

E ogni luogo lascia nella memoria del lettore un grappolo di immagini animate da quella portentosa vividezza nel particolare che è il segreto dell’arte di Hudson. Molte e disparate cose incontriamo insieme a Stephen Lamb: gauchos taciturni e temibili, inglesi eccentrici e miserabili che affogano nel rum le loro nostalgie, un enigmatico capo rivoluzionario, bestie, piante e paesi che vivono come personaggi, donne dal fascino più diverso, fra le quali una splendida pasionaria che l’ulisside non potrà fare a meno di trattare meschinamente, un vecchio di diabolica prolissità, un guerriero cieco e pazzo, assassini e giudici – e tutti gli oscuri destini, le battaglie e i fantasmi della Terra Rossa. Alla fine, come vuole la regola del genere letterario nomade e rischioso cui appartiene il libro, il protagonista torna al suo punto di partenza.

Ma ormai del tutto “acriollado”, beatamente corrotto dalla semibarbara Terra Rossa, alla quale non augura più, come all’inizio delle sue avventure, i benefici civilizzatori del dominio inglese: anzi, egli ora vede che qualsiasi intervento europeo in quel meraviglioso e precario equilibrio non potrebbe che essere distruttivo, e le sue riflessioni anticipano ciò che poi è successo, sicché giustamente Martínez Estrada ha scritto che «nelle ultime pagine della Terra Rossa è contenuta la massima filosofia e la suprema giustificazione dell’America di fronte alla civiltà occidentale e ai valori della cultura cattedratica». Con questi lucidi pensieri, che potrebbero spingersi molto lontano, Hudson ci abbandona, eppure il suo gesto di congedo non è più nella riflessione ma ancora una volta nella vita, poiché, come egli ci dice, adattando una frase famosa, “ogni volta che tentavo di essere un filosofo ne ero impedito perché irrompeva sempre la felicità”».

Ed ecco il protagonista che parla del maestoso Rio de la Plata:

Profondamente scoraggiato e con le suole che si staccavano dalle scarpe, sedetti su di una panca in riva al mare, o fiume che fosse, poiché chi lo chiama in un modo o chi nell’altro, e il colore fangoso e la freschezza dell’acqua, insieme all’incertezza dei geografi, lasciano in dubbio se Montevideo sia situata sulle rive dell’Atlantico o soltanto in prossimità di questo e sulle rive di un fiume largo, alla foce, centocinqanta miglia.

Il lato rosso di Mario Gomboli, lo ‘zio’ di Diabolik

in Interviste

Mario Gomboli è il direttore editoriale dell’Astorina, la casa editrice che pubblica da più di 50 anni Diabolik:  architetto, grafico, professore, autore di fumetti e libri per l’infanzia e soprattutto è il papà di Luporosso.
Le sorelle Giussani hanno scelto bene il loro erede, non poteva essere che Gomboli a portare avanti il loro re del terrore.
Con Gomboli abbiamo chiacchierato a lungo del passato, del presente e del futuro del ladro col pugnale ma abbiamo voluto indagare anche sul suo personaggio per bambini: Luporosso. Il lupo buono creato per dispensare buoni consigli ai lettori più piccoli e spingerli ad amare tutti i giochi con la carta. Luporosso disegna, colora, ritaglia, piega, legge e scrive. Proprio come il suo papà.

Lei ha raccolto l’eredità delle sorelle Giussani. Oltre Diabolik c’è però anche un trascorso che i lettori del ladro con il pugnale forse non conoscono…
Ho iniziato esattamente 50 anni fa a muovermi in questo mondo grazie ad Alfredo Castelli che mi ha presentato le sorelle Giussani. Ho iniziato disegnando un marzianetto per una fan-zine, ho scritto oroscopi che spacciavamo per realizzati al computer, ho scritto testi per Tacabanda, uno dei caroselli della Rai. Si guadagnava bene, ma era difficile farsi approvare le strofe, me ne approvavano una su cinque presentate. Con Castelli e Silverio Pisu realizzammo alcuni pupazzi per Maria Perego: Lupo Lupone e Cappuccetto a Pois per la televisione svizzera.

Il lupo è uno dei suoi animali totemici…
Sì, il lupo è un animale che mi è sempre piaciuto. Luporosso è arrivato nel 1997. Mi avevano chiesto di fare un lupo per un’agenda del WWF edita dalla Mondadori. Dell’agenda non si fece più niente. Il Lupo prima era in bianco e nero: quando Cristina Sperandeo, direttore editoriale della Fabbri Ragazzi mi chiese una serie di educational, colorai quel Lupo di rosso perché i bambini devono stare attenti al lupo e anche al rosso. Ho scritto e illustrato davvero tanti libri per bambini – ben 160 titoli! -, per Mondadori, La Coccinella, Fabbri, edizioni Paoline; ma Luporosso è di fatto il mio personaggio più famoso. È tradotto in tutto il mondo, persino in cinese e coreano!

Come fa a conciliare le sceneggiature e i soggetti di Diabolik con la scrittura di storie per bambini?
Un po’ sono come Dottor Jekill e Mister Hyde, lo ammetto. Ma in fondo si tratta sempre di raccontare delle cose. Raccontare è un’abilità, una capacità che elabori nel tempo, ma è lo stesso raccontare una barzelletta agli amici, l’ecologia ai bambini o come fa Diabolik a sfuggire all’Ispettore Ginko. Diversificare così tanto le attività mi evita di annoiarmi.

La sua professione di architetto l’è servita per raccontare tante storie così diverse?
Ho fatto l’architetto per dieci anni e mi serve anche oggi per spiegare ai disegnatori un trucco particolare di Diabolik. La mia laurea con 110 e lode mi è stata utile solo nel 1982 per vincere un concorso come professore di composizione ad Algeri. Diabolik è stato il mio primo lavoro ben pagato. Adesso, dopo 850 numeri, inventare nuovi trucchi è una fatica di Sisifo: niente a che vedere col primo che mi pagarono, nel 1966. Avveniva in una cabina telefonica in cui un uomo veniva ucciso dal cianuro di potassio attivato dal batacchio del telefono. Angela Giussani me la pagò 2500 lire, 20 euro di oggi… e non è mai stato usato.
Per parecchio tempo ho venduto idee. Quando mi sono laureato nel 1972 sono rimasto sempre in contatto con le Giussani. A quei tempi un soggetto veniva pagato 100mila lire, ci facevo un mese di campeggio in Grecia. Guadagnavo bene, più di mio padre che faceva l’impiegato e che, senza mai capire come facessi a pagarmi l’università e portare tanti soldi a casa, forse pensava che fossi invischiato in loschi traffici. Nel 1997 proposi alla casa di animazione francese Saban alcuni miei personaggi. Li rifiutarono, ma si dimostrarono interessati a Diabolik e Martin Mystère: con la prospettiva di una serie di cartoni animati di Diabolik all’orizzonte, Luciana Giussani decise di farmi curare l’operazione. Quando i diritti passarono agli americani snaturarono il progetto ma Diabolik resiste a tutto perché il brand è più forte, resiste a tutte le speronate. Il pericolo è che Diabolik diventi un oggetto vintage ma almeno questo problema è scongiurato: la sua visibilità è la più alta di qualsiasi altro personaggio di fumetti in Italia perché il personaggio è trasversale, funziona come fenomeno inter-generazionale. Lo vediamo alla fiere dove arrivano nuovi lettori che vengono a cercare i nuovi numeri, dopo che hanno ereditato la collezione del papà.

Cosa c’è nel futuro di Diabolik?
Oltre all’inedito, continuano le due ristampe e lo speciale il “Grande Diabolik” anche ristampato a colori. Con Palumbo per i 40 anni abbiamo fatto il remake del numero 1, un’idea di Alfredo Castelli che in passato aveva cercato più volte di proporre alle Giussani. Fu proprio Castelli a presentarmi Giuseppe Palumbo. L’albo fu un successo: tappare i buchi della storia di Diabolik è diventato un filone che poco alla volta stiamo riempendo. Quest’anno uscirà un’altra puntata. In un episodio abbiamo anche ripercosso il passato di Ginko che ci ha permesso di smentire l’ipotesi che Ginko e Diabolik fossero fratelli.

E poi arriviamo all’altro Diabolik: DK. Chi è DK?
Allora ho provato a immaginare come sarebbe stato Diabolik se le Giussani invece di ispirarsi al feuilleton francese si fossero ispirate al fumetto americano. Da lì l’operazione DK ha preso forma e la risposta del pubblico e dei critici è stata buona. Abbiamo fatto un nuovo formato, con la stessa foliazione e il formato degli albi Marvel e DC Comics. DK è un altro Diabolik, gli somiglia ma ha una cicatrice. Eva c’è, ma è la sua acerrima nemica. L’ispettore si chiama semplicemente così e non Ginko. Vuole essere altro da Diabolik. Palumbo è già al lavoro sulla seconda stagione che avrà un esordio shock perché tutto il progetto DK vuole essere scioccante.

Qual è la storia che vorrebbe scrivere e che ancora non ha realizzato?
Una è già a buon punto: inizia con il solito controllo dei volti, Ginko scopre Diabolik con una maschera… ma stavolta lo lascia passare. Perché? Non posso dirvelo. Poi ho scritto una storia senza Diabolik che le Giussani mi fecero modificare per eccesso di originalità. Ecco, una storia di Diabolik senza Diabolik resta un mio vecchio pallino.

Antonino Pintacuda

La foto è di Roberto Caccuri – Contrasto

Il granaio nell’urna

in Eresie

Nel giugno del 1991 si tenne il referendum sulla riduzione delle preferenze nelle elezioni per la Camera dei Deputati. L’abolizione della preferenza multipla fu un passaggio decisivo per la fine della Prima Repubblica. E decisivo fu quella volta il voto del Sud, considerato – non senza motivi – la patria del voto di scambio, del voto clientelare.
Alcune considerazioni che si facevano allora sul voto nelle regioni meridionali, ha senso rileggerle oggi?

Lillo Garlisi –  «No, non c’è niente da fare: il posto già se lo presero. Si sa già chi vincerà il concorso». La voce dell’amico siciliano al telefono non tradisce né indignazione né particolari emozioni. Che alla vigilia di un concorso circoli già il nome del vincitore nel sentire comune isolano è oramai cosa del tutto normale. O comunque non è evento che desti scandalo. Nessuno si meraviglia. In Sicilia, da tempo, le lucciole sono scomparse.
Domenica 9 (e lunedì 10) giugno si è combattuta una partita probabilmente non decisiva ma sicuramente significativa nel processo di affrancamento dei cittadini residenti nel sud (e in particolare in Sicilia, Calabria e Campania, regioni maggiormente dominate dall’oscena commistione tra potere politico e potere mafioso).
«Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più».
Così scriveva Pasolini nel 1975. E negli stessi anni in cui scomparivano le lucciole si dava avvio a un massacro senza precedenti nella storia civile dell’Italia moderna: un sistema di valori veniva smantellato; al suo posto solo terra bruciata. Non più il vecchio, non ancora il nuovo.

Al sud il processo assume intensità e specificità devastanti. Un sud che non è mai stato veramente fascista e che ha solo orecchiato l’antifascismo, si trova a dover vivere il trauma di una democrazia incompiuta e caratterizzata da troppi elementi di continuità con il passato regime. E a dover subire uno sviluppo economico e un benessere filtrati da un potere politico locale saldamente impegnato a costruire fortune e leader nazionali. L’obiettivo è il potere. Lo strumento è il controllo delle risorse, del territorio, dell’elettorato, del voto, delle preferenze.
Comincia da lì quella che possiamo definire una corruzione di massa. Inquinata la vita politica, drogato il modello di sviluppo economico, imputridita la palude in cui trovano alleanze e convergenze potentati politico-economici e padrinati mafiosi, comincia la corruzione delle coscienze. Lì muoiono le lucciole. Se mai un giorno si celebrasse il pasoliniano processo al Palazzo con un occhio puntato alla gente del sud bisognerebbe inserire tra i capi d’accusa il più terribile: genocidio. Che la violenza del termine non sembri eccessiva. Genocidio, senza alcuno svuotamento semantico. Come altrimenti definire la distruzione scientifica, sistematica, di una cultura arcaica con la contemporanea proposizione, di fatto, di una cultura formata da soli valori negativi?
In pochi decenni in parti rilevanti della popolazione meridionale è passata (è stata fatta passare) una cultura che, per sole ragioni di sintesi, possiamo definire impregnata di assistenzialismo e clientelismo. Non è certo un frutto obbligato della modernità. Tutto questo è stato funzionale alla creazione del mercato elettorale.
Il sud, da millenni granaio d’Italia, diventa, in un mercato in cui la risorsa che conta è il voto, il granaio elettorale dei partiti di governo. Il meccanismo instaurato a semplice, diabolico e tutt’ora funzionante.
Proviamo a schematizzare: 1. Chi è al potere gestisce fiumi di denaro pubblico. 2. Per rimanere al potere bisogna ottenere il consenso elettorale. 3. Il denaro pubblico viene usato per “comprare” il consenso elettorale. Ovviamente non c’è bisogno di comprare tutto il consenso elettorale: i partiti di governo, istintivamente “capitalistici” nel loro agire, comprano il fattore produttivo (il voto) dove costa meno (al sud) e nelle quantità al momento possibili (o necessarie).

Ulteriore presupposto di tale ciclo del consenso a la ripetibilità dell’acquisto: in questa poco nobile dialettica servo-padrone, il servo deve rimanere tale. Il servo-elettore che, ricevuta la mercede pattuita in cambio del suffragio, si affrancasse dal meccanismo della dipendenza rappresenterebbe un colpo mortale per la sopravvivenza del sistema. Nasce il rapporto di scambio: voti e preferenze in cambio di finanziamenti a pioggia, pensioni facili, creazione e distribuzione di “posti” (da non confondersi, se non in casi estremamente rari, con la creazione di “lavoro”), e di quant’altro serva a perpetuare i rapporti tra chi ha bisogno “continuativo” del voto e chi “continuativamente” è chiamato alle urne.

E in questo pericoloso groviglio affonda le sue radici la Nuova questione meridionale: se storicamente la Questione meridionale era un problema di sottosviluppo tout court, attualmente il problema si presenta con specificità del tutto nuove caratterizzate da un alto grado di contraddittorietà apparente: consumi senza produzione, risparmio senza investimenti, pervasività del potere politico e della mano pubblica, schizofrenica scissione tra “posto” e “lavoro”, perverso intreccio tra esponenti dei partiti e sistema di potere mafioso. In un recente articolo su “Il Sole-24 Ore”, acutamente Marco Vitale individua le «male bestie» che soffocano il possibile sviluppo della Sicilia (e possiamo sciascianamente assumere la Sicilia a metafora certa del meridione e a metafora probabile del resto penisola). Tre male bestie dunque, criminalità organizzata, assistenzialismo e dominio partitocratico, imperano scenario dello sviluppo mancato della Sicilia (e del meridione). E, continua Vitale, «la sconfitta delle tre male bestie e la rinascita civile, sociale ed economica sono due facce della stessa medaglia, indivisibili». Ma come intaccare l’inossidabile sistema? Solo con un deciso attacco a quello che è contemporaneamente e paradossalmente il punto di maggiore forza e di maggiore debolezza: il mercato del voto. Bene, proprio questo attacco è avvenuto il 9 e 10 giugno. È stato detto e stradetto che oltre all’abrogazione (importante) di una norma che regola l’utilizzo del voto di preferenza, il popolo (ebbene sì) sovrano ha mandato un messaggio chiaro, unico e incontrovertibile: voglia di pulizia, voglia di trasparenza, voglia di cambiamento. È stato un segno importantissimo. Tanto più che nei giorni immediatamente precedenti il referendum si era avuta sensazione che la partita si giocasse proprio sul fronte meridionale. Si era capito che l’elettorato del nord solo in minima parte si sarebbe fatto abbindolare dalle argomentazioni degli astensionisti capitanati da giocatori di poker troppo a lungo considerati statisti e da guitti forse a torto considerati autonomisti; e che però se sul fronte sud il partito dell’astensione rinunciava ai von Clausewitz della Lega esso poteva par sempre contare su alleati del calibro di Gava e Sbardella (e non stupisca la contemporanea presenza su ambedue gli schieramenti degli esponenti andreottiani).

Al sud inoltre vi erano tre alleati oggettivi del fronte astensionista: 1. Il livello di partecipazione strutturalmente basso (frutto combinato di disinformazione, disinteresse e emigrazione). 2. La mancanza di oggetto di scambio e la conseguente mancata mobilitazione delle capillari macchine dei partiti. 3. Il possibile controllo del voto da parte di boss e potentati locali (e non a sufficienza si è riflettuto sulla non segretezza del voto correlata all’astensione). Con queste premesse, si intuiva, il referendum si sarebbe vinto o perso al sud.
E il sud, contrariamente alle previsioni, il 10 giugno risponde: in tutte le regioni meridionali (unica eccezione la Calabria) viene raggiunto il quorum. In Sicilia vota il 54 per cento degli aventi diritto. In alcune province (Trapani, Siracusa, Catania) si sfiora il 60 per cento. In Campania vota il 52,6 per cento, in Puglia il 56,9…
Un dato interessante: la percentuale dei votanti e più alta rispetto ai referendum dell’87 (nucleare, inquirente, responsabilità civile del giudice). L’abolizione della preferenza multipla (e di alcuni suoi corollari: controllo del voto, brogli e corruzione) sfonda il muro di gomma dell’ignavia e dell’indifferenza interessata. Non indulgiamo comunque a facili ottimismi. Il cammino è ancora lungo. E della posta in gioco fa pensare che chi ha l’obiettivo dell’autoconservazione (giacché sono impensabili scontri di tale portata sconfitte “parziali”) si schiererà sul campo con tutti i mezzi e le armi a disposizione. Leciti e illeciti. Il processo è avviato. II percorso si preannuncia non lineare e irto di paradossi. Come non pensare con divertimento e amarezza al fatto che in Sicilia lo stesso elettorato assisteva e partecipava all’ignobile mercato dei “santini” con le combinazioni di preferenze per le regionali del 16 giugno e il 9 a maggioranza nelle urne bocciava la logica dell cordate, dei clan, del voto controllato o inquinato? La settimana successiva un milione di siciliani non si recava alle urne. Circa duecentomila votavano scheda bianca o nulla. La Rete, che aveva posto la questione morale come questione centrale della vita politica isolana e nazionale, raccoglieva più del 7 per cento dei consensi. Contemporaneamente le urne premiavano la vecchia Dc. Ma perché stupirsi? C’e da stupirsi semmai se in una realtà in cui è sottoposta alla mediazione dei clan e dei gruppi di potere anche l’aria che si respira, i partiti di governo non raggiungono il 100 per cento dei consensi. Segnali contraddittori forse, di una realtà comunque in movimento, con il gattopardismo di sempre perennemente in agguato. Il 9 (e 10) di giugno i cittadini del sud più di tanto non potevano fare. Gli interessati corifei dell’ineluttabilità del cambiamento meridionale sono stati smentiti. Il sud non soltanto ha dato una mano decisiva per la vittoria del referendum, ma ha anche lanciato un disperato grido d’allarme al resto del paese: il cambiamento è possibile, aiutateci a cambiare.

tratto da Società Civile Giugno 1991 –
ripubblicato in Nando dalla Chiesa, Gianni Barbacetto, L’assalto al cielo, Melampo Editore

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