Il lato morboso della semplicità

in Eresie

Lillo Garlisi – Ci fu un tempo in cui il linguaggio oscuro fu valore. Nella politica e nella cultura, soprattutto. La complicanza del dire e dello scrivere come sinonimo di estrema intelligenza, l’oscurità della parola come un Velo di Maya che faceva intravedere la verità, celandola. L’Intellettuale (o il Politico, ma le sovrapposizioni – all’epoca – erano notevoli) era il depositario della parola oscura quindi il Sacerdote dell’interpretazione della verità. Durò a lungo questo tempo in Italia, parecchi decenni.
Poi questo schema cominciò a vacillare e a mostrare delle crepe. C’è chi fa risalire i primi tentennamenti al dissolversi della pesante cappa ideologica e alla nascita della televisione commerciale, nei primi anni Ottanta. Finalmente ci si poteva divertire, finalmente si poteva cominciare a parlare chiaro.

La nuova politica fu conseguenza del nuovo clima. Su questo fronte tutto nasce – credo – con lo sdoganamento della canottiera e del rutto. Con l’avvento di movimenti che potevano parlar male (il parlar chiaro) dei terroni, dei negri, per capirci. Ciò che si diceva sommessamente al bar del paese con il bicchiere di vino in mano si poteva dire pubblicamente.

La Discesa in campo del Grande Imprenditore (uomo più amato e invidiato che odiato e combattuto, a dispetto della vulgàta dominante) diede il colpo di grazia agli stilemi vigenti con la creazione della retorica dell’uomo comune e della trincea del lavoro.
L’apogeo si raggiunge infine con il trionfo delle Rete: tutti possono dire tutto su tutto. Senza filtri. I quindici minuti di celebrità cui tutti hanno diritto – sogno di un tempo – diventano un pallido ricordo. Si crea la sensazione che si possa parlare al mondo sempre su qualsiasi argomento. Basta con gli esperti e con la specializzazione! E se “uno vale uno” è facile che nessuno valga qualcosa. Tranne ovviamente i pochi che gestiscono il teatrino in cui i pupi credono di recitare un ruolo.

Il sacro fuoco purificatore della semplificazione divampa alla fine per ogni dove. Nessuno ne è immune. Nessuno è innocente.
Vandea pura: la Periferia occupa il Centro. Le vecchie élite muovono in rovinosa ritirata. In parte periscono in una battaglia che non sono attrezzate a combattere. In parte si nascondono in luoghi catacombali dedicandosi al culto della loro irrilevanza, in parte si travestono, si camuffano, diventano più popolari del Popolo, novelli sanpaoli si dedicano alla persecuzione dei vecchi compagni di culto con zelo quantomeno sospetto.

Nuove élite nascono sulla base del disprezzo delle élite. Lo strumento di fondo (il cavallo di Troia?) per l’occupazione della scacchiera è il parlar chiaro, la nuova divinità è la semplificazione. Con queste premesse, si può dire tutto. Tutti possono dire tutto. Babele come sistema di conservazione del potere reale sapientemente comunque allocato – come sempre – in poche, sicure mani.

Finte rivoluzioni, insomma, grandi mistificazioni che hanno cambiato definitivamente il quadro di riferimento culturale. E della comunicazione politica; quindi: della politica.
L’impresentabile è oramai presentabile. L’indicibile è oramai dicibile. L’osceno può essere esibito, ostentato. L’invettiva prevale su ogni forma di ragionamento.
Difficilissimo uscirne.

L’illustrazione è una rielaborazione di Jack Vettriano, The Billy Boys

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