Macbeth non è cattivo, è soltanto un po’ indisposto

in Letture/Narrazioni

Massimo Cassani – Lunga vita a Macbeth, vittorioso guerriero nella madre di tutte le battaglie, che sfida la morte – sissignori la morte, mica bruscolini – per la patria, per re Duncan e per le sue genti! Olè. Colmiamo e leviamo i calici, perché è un bravo ragazzo, perché è un bravo ragazzo, nessuno lo può negar!
E questo individuo così coraggioso e integerrimo, che non teme neppure la signora con la falce, sarebbe un malvagio? Un subdolo doppiogiochista che si muove con passi felpati nell’ombra e, zac, ti ficca un pugnale sopra i reni?
Discutibile.
Dicono di lui, infatti, e carta canta:

Macbeth, quel coraggioso – e il titolo
lo merita davvero – senza dare
un fico per la sorte, con la spada
che fumava di sangue, e quasi fosse
il ganzo della gloria, s’apre il passo
sino a quel cane, e senza dirgli né
buongiorno o buonanotte, te lo scuce
dall’ombelico alle ganasce e pianta
la testa sugli spalti.

Era lui, o no, che nella carneficina della pugna s’ergeva indomito, brandendo la spada e le suonava di santa ragione all’odiato invasore?
Sì che era lui, ci sono le prove. Lo declama a gran voce il di cui sopra ufficiale insanguinato di ritorno dal fronte. E l’ufficiale non mente, la sa lunga, perché c’era e l’ha ben visto cosa è successo davvero, l’ha visto in diretta. Ha visto Macbeth menar fendenti a destra e a manca a spregio della sua stessa vita: mica un sosia, mica suo fratello. Era proprio Macbeth che faceva il diavolo a quattro e sbaragliava le truppe norvegesi e irlandesi unite da un patto d’acciaio contro la Scozia e guidati dal perfido traditore Macdonwald; era proprio Macbeth, l’eroe di un solo mondo, che era, sì, più piccolo di quello di adesso, ma a lui andava bene così, ché tanto gli bastava.
Da uno come Macbeth – che il titolo di coraggioso lo merita davvero, poche balle, non l’ha preso con il Cepu – una macchina usata la si compra a occhi chiusi. Lo chiamavano “Virtù”.
E poi: dicono ancora di lui, e la carta continua a cantare.
Valoroso? – sussurra la moglie – sì, vabbè, però:

Temo la sua natura:
è troppo piena di latte dell’umana dolcezza
per scegliere la via più breve. Vorresti
essere grande, e non senza ambizione
ma senza la malizia che dovrebbe accompagnarla.
Ciò che vuoi fortemente
lo vuoi da onesto…

Stop. Fermo-immagine.
Nel fotogramma si vede un combattente vittorioso con la spada giustamente insanguinata, epperò anche dalla natura piena di latte dell’umana dolcezza…(lo dice la moglie e pure la moglie non mente, lo sa bene, lei, com’è fatto l’uomo…)
C’è qualcosa che non torna qui, visto il noto epilogo degli eventi, lo capirebbe anche un somaro. Da eroe e dolce creatura a reietto dell’umanità; da kalòs kai agathòs a miserabile fighiebbottana. Trucidatore di innocenti anche. Una merda, insomma.
Che ci sia stato un errore di battitura? Un refuso da qualche parte nel testo? Un buco di sceneggiatura? Come si concilia l’immagine statuaria dell’eroe senza macchia e senza paura con un Cattivik qualsiasi, che trama dietro una tenda, pugnale fra le mani e sorrisetto inquietante sulla ghigna?
A quattrocento anni dalla morte del Bardo, diciamoci le cose come stanno che non guasta: Macbeth non è cattivo, è soltanto un po’ indisposto, dài. Ma è anche fra migliori e i migliori sono sempre soggetti troppo bersagliabili. E questo perché il Male mica si accanisce sulle mezze calze, anzi. Dal Gresùcristo tentato per tre volte da Satanasso nel deserto al Cirifischio di State buoni se potete sono sempre loro che prima o dopo rischiano di prendere le mazzate in testa a cura della sorte (e l’esito è sempre incerto). Da Luca (evangelista) a Luigi Magni (regista) sono sempre i migliori cui il Male presenta il conto. Cirifischio perde, Gesùcristo, no (ma grazie tante). Il Male cerca la sfida suprema, vuole saltare dove l’asticella è più alta, sennò non ci prende gusto e non si afferma. Come dice a suo modo anche il Leporello di Don Giovanni: il suo padrone s’è intortato milletre pulzelle nella bigottissima Spagna, mentre nella puttanissima Francia il bottino è volutamente irrisorio. Troppo facile lì, dove starebbe il valore? Al Male non basta vincere, vuole sbaragliare, stravincere. E il nostro campione di incassi è un boccone troppo ghiotto, per non entrare nel perimetro radar di quell’occhiuto del Male.
Se è la somma che fa il totale, allora, no: Macbeth non può essere quindi liquidato così, con il cartello “malvagio” appeso al collo, come certa gente e certi giornali di parte vanno in giro blaterando. Semmai è un simbolo con il segno “più” accanto, ma è umano, troppo umano, e troppo fragile casomai. Perciò il Male prima s’incaponisce poi fiuta il ventre molle e affonda la spada fino all’elsa (così è fatta la Sua volontà).
Felicemente intriso d’amore per la consorte e sdraiato sulla lealtà al suo re – dal quale si piglia pure la medaglia d’oro di barone di Glamis, to’ – Macbeth non si conosce del tutto, non sa chi è, non sa che cosa alberga dentro il suo animo complesso. Questo è il suo ventre molle. Ha narcotizzato – chissà quando, chissà perché, forse proprio perché troppo integro, vallo a sapere – la dialettica interna che si agita dentro tutti noi (che completamente buoni non siamo, completamente cattivi non siamo, completamente coraggiosi non siamo e neppure completamente pavidi: dipende).
Chi non conosce se stesso è una bomba con la miccia accesa, non si controlla, può sbarellare da un momento all’altro, qui c’è ignoranza bella e buona (etimologicamente parlando, s’intende), non un distillato di cattiveria.
Siamo un coacervo di contraddizioni, inutile negarlo: facciamo gli SMS per i bimbi che hanno fame e poi buttiamo la pastasciutta avanzata nella pattumiera, tanto nessuno ci vede. Siamo il Monumento vivente all’Ossimoro. Siamo umani, troppo umani pure noi, ecco.
E il Bardo – che proprio un superficialotto non era – a questa cosa era già arrivato prima dell’avvento di Internet. Non per niente ha inzuppato il testo di ossimori, di contrasti, quasi a sussurrarci il concetto.

Le streghe:
“Brutto è il bello, e bello è il brutto”.
(Roba da friggere il cervello…)

Macbeth:
“Mai visto un giorno così brutto e bello”
(Aridaje…)

Ancora le streghe:
“Sarai padre di re, senza esserlo”
(Cos’è? Un indovinello?)

Macbeth/Bis:
Questa istigazione soprannaturale
non può essere male, non può essere bene”
(Quando si dice avere le idee chiare…)

Il portiere (c’è sempre un portiere):
“Dimodoché il bere troppo
si può dire il gesuita del voler fregare: lo fa e lo sfa, lo
tira su e l’abbatte, lo convince e lo scoraggia, lo fa pronto
e spronto…”
(Tira e molla, tira e molla…)

Macbeth/Ter:
“Chi può essere
calmo e furioso, lucido e sconvolto
leale e neutro tutt’assieme?”
(Già, chi può?)

Vite e pensieri sul filo del rasoio, lo dicon le parole.

Adesso sblocchiamo il fotogramma, pigiamo rewind, torniamo un attimo indietro, andiamo a vedere dove avviene lo scollinamento, fra il prima e il dopo: fra il Macbeth prima maniera (valoroso e dolce) e Macbeth seconda maniera (assassino e maleducato).
Lo diciamo, ma tanto è noto (perché certe cose prima o poi si vedono a sapere). La macchina da presa fila a ritroso sul carrello e si ferma all’incontro fra Macbeth e le streghe che gli raccontano di un domani luminoso e gli prospettano una carriera fulminante. Perché accontentarsi di un Grattaevinci se si possono intascare i soldoni del Superenalotto?
Colpa delle streghe, allora! Facevano bene a bruciarle vive quando certa sinistra e certe toghe rosse non rompevano troppo i maroni agitando codici, dichiarazioni di diritti dell’uomo (e della donna), capziosi cavilli e ideologiche chiacchiere per gonzi! Rimandiamole a casa loro, che in fondo le streghe sono zingare! Gli Uomininfelpa lo avrebbero pure strillato in tivvù nel dopo partita, se all’epoca del Bardo fosse esistita la tivvù, mannaggia.
Ma noi che siamo illuminati figli dell’Illuminismo e ci siamo messi pure in analisi perché andiamo pazzi per i film di Woody Allen, sappiamo bene che l’opera d’arte in fondo è come un sogno, e che il sogno viaggia per simboli. Dice così, infatti, il Maestro dei simboli. Sentite qua:

C.G. Jung afferma che le streghe sono una proiezione dell’anima maschile, cioè dell’aspetto femminile primitivo che sussiste nell’inconscio dell’uomo; le streghe materializzano quest’ombra odiosa, di cui non possono liberarsi, e assumono al tempo stesso una potenza temibile*.

Da restare a bocca aperta.
Dunque Macbeth, quando s’incoccia con le streghe, in realtà non avrebbe incontrato altri che se stesso, la propria ombra sconosciuta, ciò che neppure lui sa di possedere, una potenza temibile. Macbeth, suo malgrado, s’è imbattuto nel Lato Oscuro della Forza, come una sorta di Dart Fener ante litteram e da questa forza oscura viene travolto (come spesso accade quando pestiamo il muso contro l’ignoto, già lo si diceva più sopra).
Assolte le streghe, che per altro non hanno compiuto alcun malefizio, ma si sono solo limitate a fare l’oroscopo al Nostro, né più né meno di un Paolo Fox qualunque. Possono restare a casa nostra, dunque, con buona pace degli Uomininfelpa.
Ma allora? Se non sono state le zingare a spingere Macbeth sulla cattiva strada, di chi è la colpa?
La macchina da presa torna a sventagliare sulla scena e lì, neppure troppo marginale, viene illuminata ancora una volta Lady Macbeth. Nella prima dichiarazione della moglie, il parlato era stato sfumato, grazie a un abile e disonesto montaggio, degno del miglior Tg4 d’annata. Dopo aver rilasciato la dichiarazione sulla dolcezza e sull’ingenuità del marito, infatti Lady Macbeth proseguiva così…

Vieni presto
che io possa versarti nell’orecchio i miei demoni
e col valore della mia lingua battere
ciò che ti tiene lontano dal cerchio d’oro
con cui il destino e l’aiuto metafisico
pare vogliano incoronarti.

Aha! Ma allora sei stata tu! Sei stata tu a prendere sul serio l’oroscopo delle streghe e far credere a quel tre volte buono di tuo marito che per lui si stavano per aprire i portoni della gloria (ma che per farli spalancare del tutto ci voleva – come dire? – un qualche aiutino, diciamo, manuale). Sei tu che gli hai caricato la pipa!
Donne: vedete perché la Chiesa cattolica non vi vuole come sacerdoti, ma al limite come mute e obbedienti suore? Vedete perché s’è fatto notte a discutere se avevate o no un’anima, ma al limite un’animella piccina picciò, roba da serie B senza possibilità di promozione?
Cherchez la femme, pardieu! Cherchez la femme!
Questo verrebbe da dire.
Ma noi, che siamo illuminati figli dell’Illuminismo e citiamo volentieri Lacan e l’importanza del linguaggio (senza aver mai letto Lacan perché già ci è bastato provare a leggere qualcosa di Freud e Jung e lì ci siamo fermati), sappiamo che le parole sono fondamentali. Ci piace credere a quanto si dice in giro: cioè, che in greco antico γυνή (donna) abbia la medesima radice etimologica di γνῶσις (conoscenza). E ci piace pensare che se quei buontemponi degli antichi hanno fatto nascere due parole diverse dallo stesso seme, allora qualcosa vorrà pur dire. E che, quindi: chi dice donna, non dice danno, ma γνῶσις, appunto.
In virtù di questo scaltro e funambolico gioco di parole, la macchina da presa fa un giro su se stessa e inquadra la vicenda, all’improvviso, da tutt’altra prospettiva: Lady Macbeth diventa così il volano di una nuova conoscenza di quel Lato Oscuro della Forza del marito, che prima travolge lui e poi annienta lei (la quale forse neppure immaginava quanta oscura forza ci fosse in quel tomo tutto d’un pezzo del consorte).
E qui si torna alla tesi. No, Macbeth non può essere cattivo, è solo un po’ indisposto, nell’anima, senza saperlo però. E senza sapere, tapino, che la conoscenza in mano agli ignavi è peggio di una bomba H. È materiale che scotta, mica è roba per tutti, è per gente equilibrata.
Non per chi è indisposto, nell’anima, per chi non si conosce.
Se incontri un ignorante, non dargli una pistola, ma non insegnargli neppure a sparare. C’è di mezzo la vita:

Domani, domani, e domani,
striscia così, col suo misero passo, di giorno
in giorno, fino alla zeta del tempo scritto;
e tutti i nostri ieri han rischiarato
ad altri pazzi
la strada della polverosa morte.

…e c’è di mezzo anche la morte, appunto: Macbeth dixit.

 

Le citazioni sono tratte dall’edizione Garzanti nella traduzione di Nemi D’Agostino

*Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei simboli (Edizioni Bur). Il riferimento è a L’homme e ses symboles, Parigi, 1964