Chi se ne frega di che colore sei?

in Narrazioni

Pubblichiamo un estratto del nuovo romanzo di Irene Chias, Non cercare l’uomo capra, Laurana editore.
In una Milano onirica e nevrotica si intrecciano le vite di Luisa, Simona, Seedia, Assane e Rodrigo tra le note di tango fusion e jazz manouche. A suggerirci che forse, alla fine, siamo tutti migranti.

«Ma quando ti dicono negro, ti offendi?» chiedo ad Assane.
«Dipende».
«Da cosa?».
«Da chi me lo dice, da come me lo dice. In ogni caso, generalmente noi senegalesi non ci offendiamo, la negritudine è stata al governo da noi, con Senghor».
«Eh?».
«Senghor».
«Ah!», cerco una via agevole per dissimulare la mia ignoranza, ma poi mi rendo conto che è più facile arrendersi. «Chi è Senghor?» gli chiedo alla fine senza troppa contrizione, d’altra parte Assane nell’84 non sapeva chi fosse Berlinguer.
«Léopold Sédar Senghor è stato presidente del Senegal fino al 1980».
Per quelli dell’Africa occidentale e per i caraibici la parola negro ha una storia particolare a partire da Aimé Césaire.
Senghor visse in Francia, dove conobbe Césaire, un poeta della Martinica. Sono loro che insieme ad altri intellettuali della diaspora africana, provenienti dalla colonie francesi ma anche dal Nord America, diedero un senso nuovo alla parola negro. Césaire coniò il termine négritude come risposta al razzismo ancora imperante in Francia. Prendi una parola dispregiativa, usata per insultarti e discriminarti, e ne fai il tuo orgoglio, la svuoti del senso originario e la rendi non solo un’arma spuntata, ma anche un elemento fondante della tua identità. Come ha fatto il mondo queer con la parola queer, appunto. E come forse molte donne, anzi tutte, dovrebbero fare con parole come troia.
«Il movimento coinvolse anche degli afroamericani, che in Francia venivano trattati con meno razzismo rispetto agli altri negri. Comunque oggi se dai del negro a un afroamericano o a uno dell’Africa orientale, ad esempio un somalo, quelli sì che si offendono. Rischi grosso» mi spiega Assane.
«Ma perché?».
«Per loro è diverso. Forse anche perché io sono più negro di un somalo».
Poi Assane mi parla di Wole Soyinka, un drammaturgo e poeta nigeriano che ha criticato questa storia della négritude.
«Soynka dice: ma perché state a ripetere questa storia delle negritudine, una tigre non sta tutto il tempo a parlare di tigritudine, una tigre attacca e basta».
«E tu, Assane, come la pensi?».
«Soynka è di un’altra generazione, non ha vissuto quello che avevano vissuto Césaire e Senghor. Ma comunque alla fine ha ragione lui, chi se ne frega di che colore sei?».
Mi guarda in silenzio per un po’ e poi mi dice: «Io sono più nero per i bianchi, o a volte per gli altri neri che stanno qui, che per me stesso. Ho la pelle molto più scura della tua, ma non credo che questo di per sé mi renda più diverso da te di quanto non lo sia Davide», si riferisce al collega occhialuto col piercing che conosceva l’album del Weather Report. «Sono cittadino italiano da vent’anni ormai. Ma italiano, senegalese… io sono io, poi c’è la mia storia. Il resto sono documenti – pezzi di carta molto utili – o chiacchiere da offrire alla gente se si ha voglia di intrattenerla».

Adesso afferro un po’ meglio quello che Assane mi aveva detto in un’altra occasione.
«Ognuno è quello che è, il maschio è maschio, la femmina è femmina, il maschio è femmina, la femmina è bianco, il bianco è nero, il nero è maschio, il nero è femmina».
«Sì?» gli avevo chiesto.
«Il sì è no» mi aveva risposto ridendo.

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