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novembre 2016

Quando anche i mafiosi hanno cominciato a dire che esisteva

in Politica & Società

Gaetano Savatteri “intervista” Don Mariano Arena, il boss de Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia. Il testo è tratto da “E ti vengo a cercare” (Einaudi 2011).

Un uomo con un abito di lino bianco, cravatta intonata, scarpe di cuoio, entra in scena parlando al telefono cellulare: è evidentemente una conversazione d’affari. L’uomo usa un buon italiano, con un accento siciliano.

DON MARIANO …la commissione ha dato l’autorizzazione …ma certo, ti dico …l’ho saputo adesso… sto uscendo dal ministero… guarda ho preso due appunti, te li leggo: primo lotto 36 milioni, secondo lotto 75 milioni di euro… certo: operativa, da subito…ma quello è un fatto formale… lo so bene…sto andando da lui adesso, a Montecitorio…no, questo non voglio nemmeno sentirlo…allora non capisci? Io me ne fotto di tutto: del magistrato, della polizia e pure dei carabinieri a cavallo…

SAVATTERI (tossendo per farsi notare) …scusi don Mariano

DON MARIANO (interrompe di colpo la telefonata) …prego? Ci conosciamo?

SAVATTERI Ricorda? Avevamo un appuntamento per un’intervista sulla mafia…

DON MARIANO Ah, certo! Bene, lo scriva: la mafia è il cancro della Sicilia. Anzi, dell’Italia intera. La mafia è il male assoluto. Lo sa che le dico? A me personalmente fa schifo. Scriva proprio così: a don Mariano Arena la mafia fa schifo.

SAVATTERI Scrivo, allora?

DON MARIANO Testuale: la mafia fa schifo. Ha capito? Schi-fo.

SAVATTERI Testuale, dunque.

DON MARIANO Esatto. È rimasto sorpreso?

SAVATTERI Abbastanza, in verità.

DON MARIANO Perché voi del nord avete i soliti pregiudizi. Pensate: questo è siciliano, questo non parla, questo è omertoso. E invece…

SAVATTERI Veramente anch’io sono siciliano…

DON MARIANO Allora non dovrebbe essere stupito. Ma lei è uno che scrive, che lavora con la penna, magari vive fuori dalla Sicilia…

SAVATTERI In effetti è così…

DON MARIANO Lo vede che ho ragione? Andate fuori dalla Sicilia, leggete qualche libro, qualche giornale e vi riempite la testa di pregiudizi. Con rispetto parlando: tutte minchiate!

SAVATTERI Sarà come dice lei. Però io ho preso qualche appunto, ho fatto qualche ricerca. Ecco: nel 1961 lei è stato arrestato per associazione a delinquere e omicidio. Se non sbaglio, le indagini erano condotte dal capitano Bellodi…

DON MARIANO Un vero uomo quel capitano.

SAVATTERI Lo so, conosco la sua classificazione dell’umanità: uomini, mezziuomini, ominicchi, piglianculo…

DON MARIANO …e quaquaraquà. Ha fatto scuola questa definizione, non per vantarmi. Il capitano Bellodi era un uomo. Mi è dispiaciuto molto per come gli è andata a finire…

SAVATTERI Come gli è finita?

DON MARIANO A coda di sorcio. Capisce che intendo, no? Era partito bene, sembrava che doveva cambiare il mondo, ma chissà che è successo: l’hanno trasferito in Sardegna, poi a Domodossola. Alla fine lo hanno messo nella fureria della fanfara dei carabinieri. Credo sia andato in pensione: non gli hanno dato manco i gradi di colonnello… mah, è la vita…

SAVATTERI E lei non c’entra niente?

DON MARIANO Io? Se si fosse rivolto a me, magari una mano gliel’avrei potuta dare. Conosco molta gente, anche tra i carabinieri. Ma il capitano Bellodi non era tipo da chiedere favori…

SAVATTERI Sicuramente non li avrebbe chiesti a lei. Ma non mi ha risposto a proposito delle accuse: dopo il 1961, è stato imputato nel maxiprocesso di Palermo, indagato per le stragi di Capaci e di via D’Amelio del 1992, sottoposto a misura di prevenzione per il sequestro dei beni, citato nell’ordinanza….

DON MARIANO Assolto, prosciolto, prescritto, prescritto, assolto. Assolto. Assolto. Sempre assolto, con formula piena. Ecco: questa è la mia fedina penale, la porto in tasca, a scanso di equivoci, soprattutto se incontro gente come lei. Vede? Immacolata. Vergine. Candida.

SAVATTERI Sta dicendo che è perseguitato dai magistrati?

DON MARIANO Non mi faccia ridere. Queste cose le dicono solo gli sconclusionati. Io ho rispetto massimo per la magistratura. Sono felice che le procure di mezza Italia si siano occupate di me: è la controprova che non ho niente da nascondere, niente di sospetto. Guardi, le dico di più: io ho una stima incondizionata per i giudici. Se questo paese riuscirà a sconfiggere la mafia – che a me fa schifo, lo sottolinei – deve dire grazie ai giudici, ai poliziotti e ai carabinieri italiani. E io lo dico forte e chiaro: grazie giudici.

SAVATTERI Ho capito bene?

DON MARIANO Ha capito benissimo. La mafia non serve più a nessuno.

SAVATTERI A me non sembra, mi pare piuttosto che c’è grande voglia di mafia…

DON MARIANO Mi permetta, lei è un ingenuo. Si ricorda quando si diceva: la mafia non esiste?

SAVATTERI Certo, lo dicevano politici, intellettuali, perfino qualche giudice.

DON MARIANO Lo dicevano i mafiosi, soprattutto. Si ricorda quelle frasi? (rifà il verso, in un siciliano sovraccaricato) La mafia? Che è, marca di detersivi? La mafia? Vento dell’aria. La mafia? Invenzione dei comunisti. La mafia? E chi l’ha mai vista? Oppure, ancora meglio: c’è la commissione antimafia, c’è la superprocura antimafia, ergo, forse esiste pure la mafia. Frasi meravigliose, non trova?

SAVATTERI Se lo dice lei…

DON MARIANO Minchiate, ecco cos’erano. La mafia, amico mio, è morta.

SAVATTERI Quando? Forse non me ne sono accorto.

DON MARIANO Non faccia tanta ironia. La mafia è morta quando anche i mafiosi hanno cominciato a dire che esisteva. Da quel momento non esiste più la mafia, ma esiste invece l’antimafia.

SAVATTERI Sto perdendo il filo…

DON MARIANO Glielo spiego, con parole semplici, come a un bambino di sei anni….

SAVATTERI Grazie della considerazione…

omicidio1

DON MARIANO Se tutti dicono che la mafia esiste, finisce per non esistere più. Perché non è più un segreto, perché non tutela i suoi associati, perché non permette di agire nell’ombra e nel silenzio. Lei ha letto Borges?

SAVATTERI Qualcosina…

DON MARIANO Borges dice: in un indovinello sulla scacchiera qual è l’unica parola che non può essere usata?

SAVATTERI La parola scacchiera…

DON MARIANO Bravo, ha studiato. La Sicilia negli ultimi centocinquant’anni è stata un grande indovinello sulla mafia: ma perché l’indovinello avesse risposta era necessario che la parola mafia non venisse pronunciata. Lo sa come si dice in Sicilia? Mutu cu sapi ‘u juocu. Chi sapeva il gioco doveva restare in silenzio. E il gioco lo sapevano tutti, alcuni meglio degli altri, ma tutti facevano finta di ignorare la risposta esatta. Poi, improvvisamente, il gioco si è rotto. La risposta veniva data ancor prima di porre la domanda. Puff, fine dell’indovinello, del mistero. Il re era nudo. Bisognava trovare un altro gioco.

SAVATTERI Ed è stato trovato?

DON MARIANO Certo che sì. Qual è la parola che oggi ci fa onore? La parola che distingue i siciliani per bene, gli imprenditori onesti, i magistrati coraggiosi, i giovani di buona volontà, i funzionari integerrimi, i politici meritevoli?

SAVATTERI Qual è?

DON MARIANO La parola è: antimafia. Una parola fatta di legalità, giustizia, verità. Se non usi questa parola sei finito. Tutti la possono usare. Ed è molto, molto, molto meglio di prima. Un tempo, se un mafioso diceva qualcosa sulla mafia, se ne ammetteva soltanto l’esistenza, rischiava la vita: diventava un pentito, un infame, un traditore. Ricorderà una famosa intervista a mio zio, Giuseppe Genco Russo…

SAVATTERI Il boss di Mussomeli era suo zio?

DON MARIANO Sì, alla lontana, per parte di madre…. quando gli chiesero della mafia, Genco Russo rispose così: “Mafia? Io dico: è amicizia… Persone che si incontrano, che si prendono reciprocamente in simpatia, che si aiutano… C’è una lite: accordiamola; un aiuto da dare: diamolo… Se questa volete chiamarla mafia, io dico: sono mafioso. La verità è che nessuno ha capito niente fino ad ora”. Mio zio Genco Russo era un uomo all’antica, di un’altra Sicilia, doveva fare un giro di parole per parlare della mafia. Ma oggi – oggi dico – tutti possono dire: sono antimafioso. Possono dirlo gli onesti, ma perfino i mafiosi, perfino i politici che prendono i voti della mafia. E non rischiano niente. Anzi, ci guadagnano. Di noi siciliani una volta si diceva che eravamo tutti mafiosi. Adesso, invece, siamo tutti antimafiosi.

SAVATTERI Lei vuole confondermi le idee. Il vecchio metodo di mischiare vero e falso, per far diventare tutto grigio. Ma la mafia ha ammazzato troppa gente, c’è poco da scherzare…

DON MARIANO E chi scherza? Un imprenditore che vuole mettere al riparo il proprio patrimonio, la propria azienda, lo sa che fa? Denuncia un’estorsione. Conosco uno che si è messo d’accordo con un mafioso finito in galera. Gli ha detto: io adesso vado a denunciarti dai carabinieri, dico che quando eri libero mi avevi chiesto il pizzo, e vengo pure a testimoniare in aula contro di te. Ti daranno sei mesi di pena, poca cosa: tanto, con tutte le condanne che hai già sulle spalle, devi stare dentro almeno dieci anni. In compenso, compro una casa a tua moglie, faccio lavorare tuo nipote, faccio studiare tua figlia alla Bocconi di Milano. Ebbene, fatta la denuncia quell’imprenditore si è messo al sicuro: la televisione lo intervistava, aveva la scorta dei carabinieri, lo invitavano nei convegni, andava a braccetto con i magistrati, di notte addirittura la polizia gli sorvegliava il cantiere. Nessuna indagine, nessun controllo, poteva fare tutto ciò che voleva. Meglio di così? Mafiosi come quell’imprenditore in Sicilia pochi ce ne sono, ma è bastata la parola magica: antimafia. E adesso dorme tranquillo.

SAVATTERI Ma la droga? Il pizzo?

DON MARIANO Cose vecchie, cose superate…ancora qualcuno si dedica a queste attività, ma è gente che non ha capito come gira il mondo. Sono soggetti residuali, arcaici. Ci vogliono pure loro, sa? Perché un bell’arresto, le manette, le sirene, i poliziotti col passamontagna e i titoli sui telegiornali della sera che annunciano “arrestato il capo della mafia” serve sempre. Serve alle carriere dei magistrati e degli sbirri – ho detto sbirri, mi scusi, volevo dire investigatori – serve ai politici che possono vantarsi di avere catturato uno dei soliti dieci latitanti più ricercati d’Italia. Ma è folklore, come la tarantella, il teatro dei pupi: roba per turisti.

SAVATTERI Ma il fatturato della mafia è colossale, secondo le ultime stime…

DON MARIANO Lasci perdere le stime: tutte minchiate, mi permetta. Ma lei pensa che vendere droga o tartassare i commercianti renda molto?

SAVATTERI Temo proprio di sì…

DON MARIANO Minchiatelle. Senza tenere conto dei rischi. I soldi, quelli veri, quelli buoni, quelli tanti, si fanno con lo Stato…

SAVATTERI Lo Stato?

DON MARIANO Lo Stato, proprio così. Ponti, autostrade, caserme, carceri. Duecento milioni, cinquecento milioni, ottocento milioni di euro. Lo sa quanto costa il ponte sullo Stretto? Più di sei miliardi di euro, undicimila miliardi delle vecchie lire. Viene la vertigine, vero? Ma chi è che paga tanto? Nessun altro, solo lo Stato. Ma bisogna essere in regola, bisogna avere i certificati immacolati, le credenziali inossidabili. Ci vogliono prefetti, giudici, ministri pronti a mettere la mano nel fuoco sulla verginità antimafia di chi si avvicina alla torta.

SAVATTERI Non ci sto: esistono gli antimafiosi veri, quelli autentici, gli imprenditori onesti, i giovani di Addiopizzo, i commercianti che si ribellano…

DON MARIANO Allora lei non vuole capire. Certo che esistono! Anzi, è necessario che esistano i veri antimafiosi per consentire ai falsi antimafiosi di professarsi tali. Ma una volta che siamo tutti nel paradiso dell’antimafia, chi verrà a cercare come ho fatto i soldi? Chi verrà a vedere se quei soldi sono sporchi del sangue fatto spargere da mio nonno, da mio padre o da me stesso? E’ solo un esempio, un esempio di scuola, naturalmente.

SAVATTERI Conosco la tecnica: filosofeggiare, fare i sofisti, citare Pirandello, dire che la Sicilia è una, nessuna e centomila o chiamare in causa Tomasi di Lampedusa affinché tutto cambi perché nulla cambi. Non mi inganna, questa volta: la mafia c’è stata e c’è, con i suoi delitti, le sue prepotenze, le sue vittime…

DON MARIANO Vogliamo parlare ancora della mafia? Di questa vetusta istituzione? Parliamone allora. Le premetto ancora che mi fa schifo, ma sono disposto ad approfondire l’argomento. Più di cent’anni fa uno studioso come Giuseppe Pitrè disse che la mafia non esisteva, ma era solo un comportamento sociale, il senso di virilità del siciliano che intende farsi rispettare, per cui perfino la parola omertà derivava da omineità, cioè l’ipertrofia dell’io dell’uomo siciliano pronto a uccidere pur di affermare i propri diritti.

SAVATTERI Una vera mistificazione culturale, sulla quale la mafia ha campato cento e più anni…

DON MARIANO Infatti, siamo d’accordo che erano tutte minchiate. Utili però a reggere il gioco di cui abbiamo parlato. Io invece sono pronto a dire che la mafia è sempre stata un’organizzazione criminale, potente e radicata nel territorio che ha usato intimidazione e violenza per raggiungere i suoi scopi…

SAVATTERI Mi fa piacere che lo ammetta…

DON MARIANO Lo ammetto, ma le dico pure che quest’organizzazione criminale ha contribuito fortemente, sia pur con molti difetti ed errori, a costruire il senso dello Stato in questa nostra martoriata isola che è la Sicilia.

SAVATTERI Adesso sta esagerando…

DON MARIANO Dov’era la mafia nel 1860? Accanto a Garibaldi, assieme alle sue mille camicie rosse per unificare la nostra nazione. E dopo la sventurata parentesi del fascismo, in cui la propaganda del regime fece credere di avere sconfitto la mafia con le torture del prefetto Mori, la mafia si ripresentò dalla parte giusta: accanto alle truppe anglo-americane, per liberare la Sicilia e l’intero paese dal fascismo e dal nazismo. La mafia, a suo modo, diede il primo impulso alla Resistenza.

SAVATTERI Calma, don Mariano, non diciamo bestemmie…

DON MARIANO Non bestemmio, non sa quanto abbia caro il destino dell’Italia. Ma andiamo avanti: in seguito, nel convulso dopoguerra, la mafia fu accanto alle forze democratiche, quelle che portavano avanti le idee di libertà, di mercato, di progresso.

SAVATTERI Ammazzando decine di sindacalisti, ad esempio?

DON MARIANO La mafia consegnò quei martiri alla storia gloriosa, e lo dico con sincera commozione, del movimento sindacale e della sinistra italiana.

SAVATTERI Adesso, secondo lei, bisogna addirittura ringraziare la mafia se ha ammazzato sindacalisti, giudici, poliziotti, donne, bambini…

DON MARIANO Il carattere di una nazione si forgia nel sangue, nelle guerre, negli scontri. In un paese come l’Italia e in una regione come la Sicilia, in un stagione di pace altrimenti molliccia e consociativa, la mafia ha dato ragioni morali altissime per ritrovare un’identità comune. Chi non ha pianto per Falcone e Borsellino?

SAVATTERI Quelli che li ammazzarono brindavano, altro che piangere…

DON MARIANO Questi esseri ignobili che uccisero e massacrarono svolsero in realtà il ruolo ingrato di portare sugli altari i figli migliori dell’Italia. Non passeranno alla storia, perché il boia non passa mai alla storia, ma non c’è eroe senza carnefice, se lo ricordi. Nella loro tenebrosa oscurità, nella loro miseria – sì, mi faccia usare questa parola – nella loro miseria morale, questi mafiosi con le loro azioni delittuose alla fin fine resero grande la Sicilia, riuscirono a dare un senso a parole altrimenti vuote: le parole Stato, etica, legalità, democrazia.

SAVATTERI Don Mariano, lei sta dicendo cose spaventose…

DON MARIANO Sto dicendo che i martiri siciliani sono stati uomini – uomini per come intendo io – fino e oltre il loro epilogo. E quell’epilogo è stato deciso dalla mafia che uccidendoli li ha consegnati alla nostra memoria, alla nostra morale e quindi all’eternità. Forse è spaventoso, ma è così. Per non parlare dell’indotto…

SAVATTERI Mi risparmi il discorso che la mafia dà lavoro…

DON MARIANO E’ così. Ma non parlo del lavoro generico: edilizia, movimento terra, cementifici, armieri, artificieri, killer, pompe funebri, che pure hanno un loro peso. Parlo di lavoro qualificato, di alto profilo culturale. Pensi al cinema: cosa sarebbe senza la mafia? Non avremmo capolavori come “Il Padrino”, prima e seconda parte, che sul terzo nutro qualche riserva. Parlo di registi come Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Sergio Leone. Parlo di fiction televisiva. Parlo di libri, di scrittori: Carlo Levi, Leonardo Sciascia, Michele Pantaleone. Parlo di università: storici, ricercatori, accademici. E non voglio nemmeno elencare il numero di giornalisti che hanno fatto carriera occupandosi di mafia.

SAVATTERI Più di uno è stato spedito al cimitero…

DON MARIANO E’ il prezzo del successo, amico caro. Ma, come vede, al netto di tutto, la mafia ha fornito materiale utile alle lettere e alla cultura italiana. All’immaginario di tutto il mondo, direi.

SAVATTERI Insomma, secondo lei, secondo questa sua assurda tesi, dobbiamo ringraziare personaggi spregevoli come Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella?

DON MARIANO Ha ragione, sono spregevoli. Li guardi in faccia. Cosa vede? Uomini gretti e avidi, una irredenta di energia umana, una massa di solitudine, una cieca e tragica volontà espressa con la violenza. Loro stessi, chiusi nel proprio cupo e misero mondo, accecati dall’odio e dalla brutalità, non hanno consapevolezza di avere rivestito una funzione più grande di quel che credono. Pensi a Provenzano – poteva essere dio, poteva dare vita e morte – recluso invece in un casolare nelle campagne di Corleone, come il contadino che era stato e che tornava ad essere. Sempre e soltanto un viddano. Un quaquaraquà.

SAVATTERI Provenzano un quaquaraquà?

DON MARIANO Esatto, e come lui gli altri mafiosi da ricotta e cicoria. Ma la storia è fatta anche dai quaquaraquà, strumenti inconsapevoli di un disegno molto più vasto. Ma adesso basta: non è più tempo di casolari, né di cicoria, né di ricotta. Non per me, almeno. Ma diamine, esiste lo champagne, esistono i grandi alberghi, gli yacht, i loft di New York, i velluti dei palazzi del potere di Roma, le luci soffuse di un ristorante di Parigi…una sera sul Canal Grande di Venezia accanto a una bella donna. Questa è la vita, amico mio. Il resto è mafia: e quella mafia, amico mio, a me fa schifo. L’antimafia, creda a me, è molto più comoda.

SAVATTERI Non so più cosa pensare, don Mariano. Mi sembra di trovare un’altra persona, non certo la stessa che aveva descritto Leonardo Sciascia…

DON MARIANO Egregio amico, credo che lei sia incorso in uno spiacevole errore.

SAVATTERI Quale?

DON MARIANO Quel don Mariano, quello del “Giorno della civetta”, non ero io.

SAVATTERI Come non era lei?

DON MARIANO No, non ero io. Quello era mio nonno. I tempi cambiano amico mio, ma gli uomini – gli uomini come dico io – non cambiano mai.

La foto è l’immagine di copertina della nuova edizione Melampo de I ragazzi di Regalpetra di Gaetano Savatteri

Quanta neve

in Letture

Giulio Mozzi – La mattina del giorno di Natale mi sono svegliato presto. Fuori della finestra c’era ancora buio. Sono rimasto a letto perché la mamma e il papà vogliono che nei giorni di festa, anche nelle semplici domeniche, noi rimaniamo a letto finché non vengono a chiamarci loro. Dopo un po’ che ero sveglio mi sono accorto che era sveglio anche mio fratello, perché si muoveva nel letto. Allora gli ho detto “Buon Natale”, e anche lui mi ha detto “Buon Natale”. Poi siamo rimasti in silenzio per provare a sentire se la mamma e il papà si erano svegliati e camminavano per casa o andavano in bagno o si parlavano.
Mio fratello ha provato a scendere dal letto quando abbiamo sentito il rumore che faceva la mamma con le tazze preparando il tavolo per la colazione. Ha aperto in fessura la porta e ha sentito che la mamma e il papà si parlavano sottovoce in cucina. Poi ha sentito che il papà arrivava e allora ha richiuso subito e si è ficcato sotto le coperte.
Quando il papà ha spalancato la porta e ci ha chiamati noi abbiamo fatto finta di essere ancora pieni di sonno, aprendo gli occhi appena appena e stiracchiandoci e facendo mmmm con la bocca chiusa. Quando il papà si è seduto sul mio letto e ha infilato un braccio sotto le coperte dicendo: “Ma che cosa è questo, è un bambino o un gatto che fa le fusa?”, allora io sono saltato in piedi e l’ho abbracciato gridando “Buon Natale”, e allora anche mio fratello è saltato giù dal letto e ha abbracciato il papà gridandogli “Buon Natale, Buon Natale”.
Il papà ci ha dato degli sculaccioni, ma per gioco, dicendo: “Ma guarda un po’, sembrava proprio che dormissero, questi due”; poi noi siamo corsi dalla mamma in cucina, l’abbiamo abbracciata e abbiamo dato il Buon Natale anche a lei. La mamma ci ha abbracciati, ci ha dato il Buon Natale e poi ha detto: “Andate lì a vedere sotto l’albero, che mi pare ci sia qualcosa. Però prima tornate in camera e vi mettete le ciabatte”.
Io sono corso a mettermi le ciabatte e poi sono corso in salotto a guardare sotto l’albero; ho fatto più svelto di mio fratello, anche se il suo letto è il più vicino alla porta. Sotto l’albero c’erano quattro pacchetti. Su un pacchetto c’era scritto: “La mamma per Marco”, e su un altro: “Il papà per Marco”. Gli altri due pacchetti erano per mio fratello.
Ho preso i miei due pacchetti e ho pensato subito: “Dov’è il pacchetto della nonna?” Poi mi sono ricordato che la nonna non c’è più da questa estate. Questa estate siamo andati via con la colonia, invece di andare a casa della nonna al paese, come avevamo fatto gli anni scorsi, perché la nonna stava poco bene. Un giorno la mamma è venuta a prenderci alla colonia con l’automobile e ci ha detto che la nonna non c’era più. Poi ci ha portati su fino al paese, che è in montagna. Siamo arrivati alla sera tardi, a casa della nonna c’era il papà e c’erano gli zii di Milano. La nonna non c’era e la sua stanza era chiusa. Il papà era triste. Noi siamo stati mandati a letto nella nostra stanza. La nostra stanza nella casa della nonna ha una tappezzeria con dipinte tante farfalle. Mi è sempre piaciuto guardare le farfalle ma quella sera, prima che prendessi sonno, mi facevano paura. Mi sembrava di vedere le ombre e i fantasmi. Che le farfalle volassero nella stanza, e io sentivo sul viso il piccolo vento delle loro ali. Mi ricordo che ho sognato che tornavo a casa dalla colonia con il pullman e a casa non si trovava più la mamma e nemmeno il papà mi sapeva dire dov’era. Mi sono svegliato con la paura e c’era la mamma seduta sul letto che mi diceva che non dovevo gridare e che dovevo cercare di stare tranquillo perché il papà doveva riposare.

Quando ho visto che sotto l’albero non c’era il regalo della nonna mi sono ricordato che la nonna non c’è più e che il papà non ha più la sua mamma. Io non volevo ma per questo ricordo mi sono messo a piangere, e poi mi sono accorto che la mamma e il papà e mio fratello mi guardavano e mi chiedevano che cosa c’era, ma io non volevo dire che pensiero avevo fatto per non far diventare triste il papà, così sono corso in camera e mi sono chiuso dentro. Dopo un po’ è venuta dentro la mamma e io le ho raccontato che cosa avevo pensato, e allora la mamma mi ha detto che non c’è niente di male a provare dolore per le persone che non ci sono più, e sicuramente il papà sarebbe stato contento di sapere che avevo pensato alla nonna in quel momento. Io non glielo volevo dire, perché mi era venuta paura che il papà pensasse che a me dispiaceva per la mancanza del regalo della nonna, ma la mamma mi ha detto di non fare di questi pensieri sciocchi e che avrebbe spiegato lei al papà. Mi ha detto di dire a voce alta: “Buon Natale nonna”, e che la nonna mi avrebbe sicuramente sentito da lassù nel cielo; allora io ho detto “Buon Natale, nonna” cercando di sorridere come avrei sorriso alla nonna, se lei fosse stata lì, e poi ho pianto ancora un poco.
Poi la mamma è tornata in salotto e io anche, ma un pochino dopo. Il papà e mio fratello mi aspettavano per aprire i regali; così li abbiamo aperti. La mamma mi ha regalato il Grande libro delle scoperte archeologiche che ha 453 pagine e sulla copertina c’è scritto che ci sono 1730 illustrazioni; io però non ho controllato. Il papà mi ha regalato una scatola di binari speciali per il trenino: ci sono l’incrocio a 30 e 60 gradi e quello a 45 gradi, e anche la coppia di scambi in curva. A mio fratello la mamma ha regalato un libro che si chiama Il radiolibro e il papà una collezione di provette e di sostanze per gli esperimenti chimici, perché quelle che gli avevano regalato per il compleanno sono già quasi tutte finite.
Dopo avere aperti i regali abbiamo fatto la colazione e il bagno e poi siamo andati alla messa delle undici. Mio fratello canta nel coro e forse l’anno prossimo, se passa con il coro dei grandi, lo faranno cantare nella messa di mezzanotte; così potrò andarci anch’io. Poi a casa abbiamo telefonato agli zii di Milano per fare gli auguri e poi io ho cominciato a provare gli incroci e gli scambi nuovi, mentre la mamma preparava il pranzo. Durante il pranzo la mamma ha spiegato perché mi ero nascosto nella camera dopo aver visto i regali e il papà mi ha detto “Bravo”, poi ha detto alla mamma: “Sai, anche a me ogni tanto sembra che sia ancora viva, anche sabato scorso che sono andato in centro a prendermi le scarpe, ho visto che c’era una vetrina tutta di trapunte bellissime, a riquadri di tessuti diversi, e per un momento ho pensato che avrei potuto regalarne una alla mamma, con il freddo che fa dalle sue parti”. Ho visto che la mamma con la mano destra prendeva la mano sinistra del papà, e il papà continuava a dire: “Ancora non ci credo, se n’è andata in due mesi, due mesi prima sembrava ancora una ragazzina”. Poi la mamma ha detto: “Basta, caro”; e il papà ha ricominciato a mangiare ed è stato zitto per un po’.
Nel pomeriggio io ho costruito un circuito con il trenino che passava per tutte le stanze della casa escluso il bagno. Mio fratello si è messo a leggere il Radiolibro disteso a pancia in giù sul letto, e ogni tanto andava a chiedere spiegazioni al papà, che stava a leggere il giornale e a guardare la televisione in salotto. Poi il papà si è alzato e ha esaminato il mio circuito. Io volevo far andare due convogli contemporaneamente senza che si incrociassero, e il papà mi ha aiutato manovrando gli scambi più lontani, eseguendo i miei ordini. Poi è andato dalla mamma, che stava lavorando in cucina perché mi sta accorciando un paio di calzoni che non vanno più bene a mio fratello, e le ha detto: “Ti ricordi l’anno scorso? Mentre eravamo lì è cominciato a nevicare, avevamo paura di non riuscire più a tornare indietro”. La mamma ha detto qualcosa che non ho sentito, ma ho sentito il papà che diceva: “Sì, hai ragione. Vado a fare un giro”. Poi il papà è uscito con l’automobile, salutandoci appena, e l’abbiamo sentito rientrare solo tardi, quando la mamma ci aveva già mandati a letto. Mio fratello è sceso dal letto e ha aperto la porta in fessura, così abbiamo sentito la mamma che diceva al papà: “Dove sei stato?”, e il papà che rispondeva: “Dove vuoi che sia stato. Avrei voluto portarti un po’ di neve, l’ho messa in una scatola che c’era nel bagagliaio ma si è sciolta. Adesso il bagagliaio è allagato”.

30 novembre-1 dicembre 1993

tratto da Giulio Mozzi, La felicità terrena, Laurana editore

Andrea Camilleri e l’amicizia con Leonardo Sciascia

in Narrazioni

Andrea Camilleri – I miei rapporti con Sciascia iniziarono mentre io ero ancora in televisione come produttore. Non lo conoscevo di persona e gli scrissi una lettera per chiedergli di scrivere uno sceneggiato sul primo delitto di mafia dentro il quale la politica era entrata in pieno, che capitò all’inizio del Novecento, l’assassinio del presidente del Banco di Sicilia (Emanuele Notarbartolo, ndc) avvenuto in treno, e per il quale ci furono anche onorevoli che andarono a finire sotto processo.
Lui mi ringraziò per iscritto, ma disse: «Amico mio, io, per scrivere uno sceneggiato di questo tipo, devo perdere anni di ricerche e quindi non me la sento».
E di conseguenza non se ne fece niente. Poi ci siamo conosciuti casualmente in Sicilia, ma ci frequentavamo saltuariamente, dandoci un lei reciproco e molto formale.
Poi lui scrisse “Il giorno della civetta”, che venne ridotto per il teatro da Giancarlo Sbragia che doveva anche metterlo in scena. Ma Sbragia non poteva e allora il Teatro Stabile di Catania decise di acquisirlo e di realizzarlo e chiamarono me per la regia.
Io in quel periodo stavo realizzando, a Palermo, la messa in scena de “La favola del figlio cambiato”, e lì ebbi una serie di incontri con Sciascia per discutere su come mettere in scena il suo testo. Nelle pause scappavo a Catania per coordinare la regia de “Il giorno della civetta”, la distribuzione, le scene, le prime prove a tavolino…
Per una serie di circostanze mostruose, capitò che “La favola del figlio cambiato” ritardò l’andata in scena di quindici giorni e quindi non avevo la possibilità di fare la regia al Teatro Stabile di Catania.
Chiamai Mario Landi per farmi sostituire. Ne venni eternamente rimproverato da Sciascia, che mi accusava di avere preferito Pirandello alla sua opera. Nonostante questo, inspiegabilmente diventammo simpatici l’uno all’altro.
Stavo lavorando intorno ad una cosa che avevo saputo: nella torre di Carlo V, al mio paese, c’era stato un eccidio nel 1848, quando in una sola notte avevano fatto fuori 114 persone. Cercavo disperatamente dei docu- menti, quando un mio carissimo amico mi trovò 114 atti di morte, avvenute tutte nello stesso luogo, nella stessa notte, con le stesse modalità. Quell’elenco era un documento straziante.

Chiesi a Sciascia di venire a prendere un caffè con me:
«Leonardo, ti do questi documenti, per favore scrivici sopra qualcosa».
Lui aveva cominciato a collaborare con la Sellerio. Dopo una settimana mi chiese di venire a trovarmi a casa.
«È importantissimo questo documento, ma perché vuoi che ne scriva io?»
«Per un motivo molto semplice, perché tu hai già scritto cose di questo tipo».
«Ma perché non lo scrivi tu?»
«Perché, come lo scrivi tu, io non saprei scriverlo».
«Ma perché lo vuoi scrivere come lo scriverei io, scrivilo come lo scriveresti tu».
«Sì vabbè, Leonardo, ma dopo che l’ho scritto a chi lo diamo?»
«Ti presento Elvira Sellerio».
Io scrissi “La strage dimenticata”, a lui piacque, scrisse il risvolto di copertina e mi presentò Elvira Sellerio.

Eravamo diventati amici e avevamo spesso delle discussioni feroci.
Lui era di un anticomunismo viscerale, quasi infantile, e a me divertiva, a volte, provocarlo per vedere come un uomo di così lucida intelligenza potesse accartocciarsi su se stesso solo per un viscerale e irrazionale rifiuto.
Con lui, una volta mi capitò una cosa che vale la pena di raccontare. Un giorno mi dice:
«Cammillè…» – mi chiamava Cammilleri con due m, e non c’era verso di farmi chiamare Camilleri con una m sola – «Cammillè, mi dai un tuo racconto perché voglio pubblicarlo in un’antologia di scrittori siciliani».
«Leonardo, io tre racconti soli ho scritto fino ad ora, te li do tutti e tre, scegli tu».
Mi chiama dopo qualche giorno e mi dice:
«Mi piace il racconto intitolato “Capitan Caci”, non lo dare a nessuno che lo pubblico io».
Dopo circa una settimana, un mio amico magistrato, Antonio Suriano, di cui parlerò dopo, mi dice:
«Ho letto un libro bellissimo di Jorge Amado, si intitola “Due storie del porto di Bahia”, dovresti leggerlo». Lo leggo e allibisco perché due episodi raccontati da Amado sono esattamente uguali nel mio racconto “Capitan Caci”. La cosa era inspiegabile, io non avevo letto il libro di Amado e lui certamente non aveva letto il mio racconto.
Mia moglie sostiene: «Forse, visto che sono storie di marinai, probabilmente le avete sentite tutti e due e le avete riciclate».
Chiamo Sciascia e gli dico che non posso pubblicare il racconto perché tutti potrebbero dire che ho plagiato Amado. E così finì.
Un po’ di tempo dopo, capitò che trovai tre paginette ne “Il mare colore del vino” che si intitolavano “Western di cose nostre”, e pensai che quello poteva essere un grandissimo sceneggiato televisivo.
Gli chiesi il permesso e lui mi disse di farne quello che volevo, così io coll’amico Antonio Suriano, che si firmava Saguera e che era stato lo sceneggiatore di Bondarchuk ne “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” sulla rivoluzione messicana, sceneggiammo tre puntate di un’ora da queste tre paginette.
Mi fa piacere dire due parole su Antonio Suriano ed è sufficiente, per questo, raccontare il suo funerale. Lui morì da procuratore generale, per un incidente stradale, e al suo funerale, sul lato destro del luogo dove si officiava la cerimonia, c’era tutto un mondo in doppio petto di magistrati e procuratori, sul lato sinistro un mondo di bari, delinquenti, attori, produttori cinematografici. Un mondo variopinto, una divergenza che rappresentava le due vite di Ninì Suriano.
Durante la stesura della sceneggiatura, io ero terrorizzato e ogni tanto chiamavo Leonardo Sciascia per dirgli: «Guarda, mi sto inventando questa cosa. Ti va bene?»
«No, figlio mio, tu ti mittisti ’nta ’sti lazzi e tu risolvi la cosa…»
«Ma tu cosa pensi? Perché quello agisce in quel modo?»
«Non te lo so dire! Io l’ho fatto agire così».
Alla fine lo facemmo e venne fuori l’ultima, bellissima interpretazione di Domenico Modugno, che poi non poté più lavorare per motivi di salute.
Lo sceneggiato ebbe molto successo. Quando mi chiesero in un’intervista in cui c’era anche Sciascia:
«Come ha fatto a tirare fuori tre ore di sceneggiato da tre pagine?», io risposi che il racconto di Sciascia era un dado Liebig, basta scioglierlo per farne un brodo.
E lui commentò: «Sì, ma il brodo bisogna saperlo fare, e lui c’è riuscito». Considerato il suo mutismo, era un elogio altissimo.
In quell’occasione mi invitò a pranzo. Mangiai cose di una squisitezza inimmaginabile e alla fine del pranzo non potei fare a meno di dire a sua moglie: «Signora mi complimento, perché ha cucinato delle cose divine».
La signora sorrise e ringraziò. Ad un certo punto Sciascia si allontanò un attimo, e lei:
«Non ho cucinato io, è lui che da stamattina alle cinque sta in cucina, ma non vuole che si sappia che gran cuoco che è».

 

Tratto da Andrea Camilleri, I racconti di Nené (raccolti da Francesco Anzalone e Giorgio Santelli), Melampo Editore

L’assalto al cielo

in Politica & Società

Pubblichiamo un estratto dell’introduzione al nuovo libro di Gianni Barbacetto e Nando dalla Chiesa, L’assalto al cielo, Melampo editore, un’antologia del mensile “Società Civile” realizzata in occasione dei 30 anni dalla fondazione.

Non ci volle molto a scegliere il nome.
In genere occorrono riunioni infinite. Dubbi e dilemmi. Sedute egocentriche, proposte sorrette dal principio di autorità (“date retta a me che sono uomo di marketing”), fuoco sulle idee altrui. Noi invece il nome l’avevamo ben chiaro in mente sin dall’inizio e piaceva a tutti: “Società civile”. Un nome che diceva tante cose insieme. Che conquistava d’istinto, a qualcuno evocava anche ottime letture, ma stava soprattutto nello spirito dei tempi.

Erano gli anni Ottanta, il 1985 più esattamente. L’Italia cambiava pelle. Si stava perfezionando un vero e proprio regime della corruzione, il cui vestito politico si sarebbe indecorosamente sfatto sette anni dopo sotto le inchieste giudiziarie di Mani pulite. Proprio a inizio decennio, il 15 marzo del 1980, era uscito su “la Repubblica” il famoso apologo di Italo Calvino sull’onestà, intuizione letteraria di un fenomeno, la crisi etica del paese, che avrebbe moltiplicato il debito pubblico gettandone il prezzo immenso sulle generazioni future. Una crisi etica che schizzava dappertutto. Corrodeva la finanza. Nel luglio del 1979, a Milano, l’avvocato Giorgio Ambrosoli era stato ucciso su ordine di Michele Sindona, finanziere siciliano ma asceso ai vertici del potere nel capoluogo lombardo usando con spregiudicatezza i suoi istituti di credito e finanza. Già dichiarato salvatore della lira e poi protagonista di una bancarotta devastante, Sindona si era dato alla latitanza negli Stati Uniti, rimanendo, da latitante, in stretto contatto con il capo del governo Giulio Andreotti. Nel giugno del 1982 un altro finanziere milanese aveva illustrato con la sua parabola lo stato della ex capitale morale. Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, vicepresidente dell’Università Bocconi, incrocio ai più alti livelli della finanza laica e della finanza cattolica, era stato trovato “suicida” sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Si seppe dopo che aveva provato a giocare d’azzardo con i soldi affidatigli da Cosa nostra, inondata di narcodollari dal monopolio dell’eroina sul Mediterraneo. Con quei soldi la mafia palermitana e corleonese aveva messo già dalla fine degli anni Settanta un’ipoteca su un pezzo di nuova economia milanese dopo la crisi del capitalismo familiare e della gloriosa industria del boom economico. Quanto a Calvi, arrestato anche lui per bancarotta, era stato fieramente difeso in parlamento contro i suoi giudici da Bettino Craxi, nuovo astro della politica nazionale e del socialismo italiano. Con i loro provvedimenti, aveva accusato il leader socialista, i giudici minacciavano gli interessi dell’economia nazionale.

Né solo di finanza e politica si trattava. Nel 1980 l’Italia intera era stata coinvolta dallo scandalo della P2, che aveva portato alla luce una struttura clandestina del potere, ramificata nella politica, nelle nervature dello Stato, nell’imprenditoria, nell’informazione. E proprio un quotidiano, il più grande quotidiano milanese e nazionale per antonomasia, il “Corriere della Sera”, se ne era rivelato lo scrigno prezioso, un po’ stanza di compensazione dell’organizzazione massonica un po’ sua rampa di lancio verso l’esterno.
E in Sicilia la mafia. Il ciclo terribile degli assassini eccellenti. Senza fermarsi davanti a nulla. Né ai vertici degli uffici giudiziari (Cesare Terranova, Gaetano Costa, Rocco Chinnici) né al presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, né a un parlamentare di grande prestigio politico come Pio La Torre, né al prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, già guida vittoriosa della lotta al terrorismo. Una mattanza vera e propria, consumata in evidente intesa con il cuore segreto del potere politico nazionale. Ma anche la camorra aveva messo a nudo il nocciolo nero della politica. La vicenda del rapimento dell’assessore della regione Campania Ciro Cirillo, responsabile della ricostruzione nelle aree colpite dal terremoto dell’Irpinia, aveva sconcertato l’opinione pubblica nazionale. Il rapimento era stato compiuto dalle Brigate Rosse nel 1981. La Democrazia cristiana, il partito di Cirillo, aveva fatto per il suo assessore quel che non aveva fatto per salvare Aldo Moro: aveva trattato con i terroristi. E la trattativa era stata affidata al capo della Nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo, detenuto ma lasciato libero di muoversi per le carceri nazionali in stretto rapporto con i servizi segreti per incontrare i terroristi. Conclusione: lo stato corrotto si era messo nelle mani della camorra, pronto a pagare i terroristi in soldi ma anche con l’indicazione di possibili bersagli da colpire. Una disfatta, una successione di tracolli politico-morali in grado di fiaccare qualunque nazione.

Lo Stato uscito dalla Resistenza sembrava avere superato la fisiologica (e già alta) quota di corruzione e avviato a diventare un’altra cosa, pur sotto il manto formale della sua Costituzione. La politica sembrava incapace di trovare al proprio interno le energie necessarie per restituire fiducia nelle istituzioni. Non mancavano personalità di spessore culturale e incorruttibili. Ma esse si dimostravano incapaci di contrastare la corruzione altrui, che si faceva sempre più vorace e scientifica. Anzi i partiti contribuivano consapevolmente a promuovere il sistema delle tangenti e della grande spartizione impegnando cifre faraoniche nella reciproca competizione elettorale. Lo stesso leader politico della questione morale, Enrico Berlinguer, morto di malore nel 1984 dopo il drammatico comizio di Padova, non era riuscito a fermare la deriva da lui denunciata neppure nel proprio partito, il Pci, pur meno incline ad accettare la corsa agli arricchimenti personali.

Dove trovare le energie per reagire a questo disfacimento morale, preludio, come si sarebbe visto (anche se ancora oggi c’è chi rilutta ad accettarlo, incolpandone i magistrati…) di un disfacimento politico? Si sarebbe detto: all’esterno dei partiti. Senonché i partiti di allora non erano i partiti di oggi. Erano formidabili apparati di consenso e di organizzazione della vita quotidiana. Macchine in grado di arrivare ovunque. Alimentate da centinaia di migliaia o anche più di un milione di iscritti. Direttamente insediate, dunque, nella vita di milioni di famiglie. E che oltre a questo occupavano a raggiera tutte le forme di vita associata possibili. Non solo i sindacati e le cooperative, ma anche le aziende che venivano raccolte nelle cosiddette “partecipazioni statali”. Non solo la Rai ma anche le redazioni dei giornali. E i consigli scolastici, e le unità (oggi aziende) sanitarie locali. I circoli culturali e le case editrici. Le associazioni e le bocciofile. Diffusi dappertutto. Formalmente per vivificare la partecipazione democratica, in realtà per controllare e lottizzare risorse e decisioni. Di più: per lottizzare la verità.
Nessuna discussione pubblica veramente libera aveva corso. Non nel senso che operassero censure politiche di massa, naturalmente. Ma nel senso che ogni ragionamento veniva incasellato da un invisibile caporale di giornata nelle “linee” dei singoli partiti, e in particolare dei tre intorno a cui ruotava, di fatto, il celebre “arco costituzionale”: Democrazia cristiana, Partito socialista e Partito comunista, ai quali si aggiungeva la spruzzata laica dei partiti liberale, repubblicano e socialdemocratico. Le persone che si esprimevano in pubblico, o che dialogavano tra loro in civili conversazioni, venivano immediatamente studiate e identificate per le loro “appartenenze” politiche grazie alle parole-spia: ossia le parole che, pur esistendo sui migliori vocabolari o nei repertori scientifici più neutri, servivano a decidere le appartenenze e quindi il grado di accettabilità (e legittimità) delle idee di ciascuno. Bastava farsi scappare in un ragionamento informale “classe sociale” e si era comunisti; “riforma” e si era socialisti; “patto costituzionale” e si era “catto-comunisti” (fulgida creatura semantica dell’epoca); “merito” e si era socialisti o laici. Il ragionamento era giudicato “serio” se adottava le parole-chiave del partito di appartenenza dell’interlocutore o di un suo partito alleato. Una autentica prigionia della mente.

Al disfacimento morale si accompagnava il disfacimento della ragione. Le energie del cambiamento andavano perciò cercate (e potevano essere cercate solo) all’esterno di questo immenso impianto politico. Mettendone in salvo, dentro altre strutture o contenitori, il senso migliore, che è quello che cercammo di fare. Oppure rifiutandolo in blocco, che è quello che nello stesso periodo fece, costruendoci un nuovo partito politico, la allora Lega lombarda, avviata a diventare in pochi anni “Lega Nord”. L’espressione “Società civile” traeva insomma la sua forza dalla scelta di rompere con i meccanismi di controllo della società politica, di affrancarsene, di riscoprire la libertà di dialogo e pensiero e il fondamento etico dell’agire pubblico. Non solo da invocare, ma da praticare. Non solo da praticare, ma da difendere. Contro chiunque: il familiare, il collega di professione, il compagno di partito. Milano era la città ideale per tentare questa “rivoluzione”. Viveva un visibile declino di valori. La città asburgica e risorgimentale, della burocrazia efficiente e dei grandi slanci solidali, stava assumendo tratti levantini e iniziava a risentire della presenza di interessi un giorno geograficamente lontani. Più volte i suoi quotidiani avevano pubblicato editoriali o cronache di ispirazione dubbia sulle vicende siciliane, linguaggi che venivano da lontano e di cui un occhio appena esperto coglieva al volo le affinità. Dalla finanza ai comuni minori dell’hinterland si avvertiva l’emersione di una illegalità avvolgente. Ambrosoli e i suoi funerali solitari erano stati, in fondo, il simbolo della impreparazione e al contempo delle complicità di una classe dirigente.

A Milano, dunque, si “doveva”. Ma a Milano, anche, si “poteva”. La città aveva storicamente una energia e una tradizione civile che le veniva dalla sua stessa struttura sociale. Un articolato, ricco, sistema delle professioni; molte università, con intellettuali e studenti mossi da una voglia diffusa di mobilità e di indipendenza; resistenti filoni di cultura morale, giuridica e sociale; un certo benessere economico, premessa di maggiori libertà di scelta e di autonomia associativa. E in più la presenza del cardinale Carlo Maria Martini, che un anno prima, nel 1984, aveva spiazzato tutti definendo la corruzione la “nuova peste” di Milano. E poi centinaia di insegnanti provenienti dal sud e che avevano portato le scuole cittadine all’avanguardia del nuovo movimento antimafia nato dopo l’assassinio a Palermo del generale dalla Chiesa, nel settembre dell’82. Fu a Milano, e non per caso, che nacque infatti il primo “coordinamento di insegnanti e presidi in lotta contro la mafia” d’Italia.

E proprio la grande esperienza del movimento antimafia era stata decisiva per fare maturare il progetto di “Società civile”, diventandone un affluente fondamentale. Vi era stato un biennio di nuove forme di impegno pubblico, di scambi culturali tra scuole lontane, di creatività didattica, si era scoperta l’alleanza con i magistrati e con le forze dell’ordine, era maturato un nuovo metro di giudizio verso le vicende del Paese. L’esperienza stessa aveva però ben chiarito che il movimento avrebbe certo potuto con la sua azione svegliare coscienze e promuovere nuovi livelli di associazionismo, anche al di fuori della scuola; che avrebbe cioè potuto essere “agente di cambiamento”. Ma che non sarebbe riuscito a raggiungere neanche in parte i suoi obiettivi di fondo se non avesse potuto rappresentare una più vasta società civile, se non avesse avuto dietro una “patria” più grande, riserva di valori e di energie più generali. Bisognava rigenerare quella patria.

L’analisi sembrò fondata a molti. Che “Società civile” si dovesse e si potesse “fare” fu confermato dall’entusiasmo con cui aderì all’idea un numero di cittadini mai più messi insieme, con quella qualità e quel prestigio, da nessun’altra iniziativa. In che forma unirsi? Un partito? Un movimento politico? L’ipotesi venne scartata di istinto. Aggiungere un partito a quelli esistenti sarebbe stato inefficace rispetto al nostro progetto, che era esattamente quello di sottrarsi alla morsa delle logiche di partito, di fuoriuscirne e di darsi la massima libertà di ragionamento e di parola, uniti solo dalla volontà di presidiare i fondamenti essenziali dello spirito pubblico. Questo era in fondo il soggetto che mancava a una democrazia traballante e sempre più inquinata. Un’alleanza trasversale di natura etica, di persone che si rispettassero e si capissero in nome di valori comuni. Piazzare dentro l’edificio fatiscente una nuova idea di polis: era un’idea innovativa e chiara sul piano teorico ma anche alla portata di chi non avesse mezzi per cimentarsi con un’esperienza nazionale. Un soggetto cittadino, un circolo più precisamente, si decise, mutuando il termine dall’esperienza illuminista del “Caffè” dei Verri e di Beccaria. Un circolo fondato da tante persone che contano, e che insieme possano esercitare una forza d’urto, svolgere una funzione di riferimento per la città, ma anche contagiare con il loro esempio molti altri cittadini di buona volontà in tutto il paese.

 

La foto è di Pierpaolo Farina

Il lato morboso della semplicità

in Eresie

Lillo Garlisi – Ci fu un tempo in cui il linguaggio oscuro fu valore. Nella politica e nella cultura, soprattutto. La complicanza del dire e dello scrivere come sinonimo di estrema intelligenza, l’oscurità della parola come un Velo di Maya che faceva intravedere la verità, celandola. L’Intellettuale (o il Politico, ma le sovrapposizioni – all’epoca – erano notevoli) era il depositario della parola oscura quindi il Sacerdote dell’interpretazione della verità. Durò a lungo questo tempo in Italia, parecchi decenni.
Poi questo schema cominciò a vacillare e a mostrare delle crepe. C’è chi fa risalire i primi tentennamenti al dissolversi della pesante cappa ideologica e alla nascita della televisione commerciale, nei primi anni Ottanta. Finalmente ci si poteva divertire, finalmente si poteva cominciare a parlare chiaro.

La nuova politica fu conseguenza del nuovo clima. Su questo fronte tutto nasce – credo – con lo sdoganamento della canottiera e del rutto. Con l’avvento di movimenti che potevano parlar male (il parlar chiaro) dei terroni, dei negri, per capirci. Ciò che si diceva sommessamente al bar del paese con il bicchiere di vino in mano si poteva dire pubblicamente.

La Discesa in campo del Grande Imprenditore (uomo più amato e invidiato che odiato e combattuto, a dispetto della vulgàta dominante) diede il colpo di grazia agli stilemi vigenti con la creazione della retorica dell’uomo comune e della trincea del lavoro.
L’apogeo si raggiunge infine con il trionfo delle Rete: tutti possono dire tutto su tutto. Senza filtri. I quindici minuti di celebrità cui tutti hanno diritto – sogno di un tempo – diventano un pallido ricordo. Si crea la sensazione che si possa parlare al mondo sempre su qualsiasi argomento. Basta con gli esperti e con la specializzazione! E se “uno vale uno” è facile che nessuno valga qualcosa. Tranne ovviamente i pochi che gestiscono il teatrino in cui i pupi credono di recitare un ruolo.

Il sacro fuoco purificatore della semplificazione divampa alla fine per ogni dove. Nessuno ne è immune. Nessuno è innocente.
Vandea pura: la Periferia occupa il Centro. Le vecchie élite muovono in rovinosa ritirata. In parte periscono in una battaglia che non sono attrezzate a combattere. In parte si nascondono in luoghi catacombali dedicandosi al culto della loro irrilevanza, in parte si travestono, si camuffano, diventano più popolari del Popolo, novelli sanpaoli si dedicano alla persecuzione dei vecchi compagni di culto con zelo quantomeno sospetto.

Nuove élite nascono sulla base del disprezzo delle élite. Lo strumento di fondo (il cavallo di Troia?) per l’occupazione della scacchiera è il parlar chiaro, la nuova divinità è la semplificazione. Con queste premesse, si può dire tutto. Tutti possono dire tutto. Babele come sistema di conservazione del potere reale sapientemente comunque allocato – come sempre – in poche, sicure mani.

Finte rivoluzioni, insomma, grandi mistificazioni che hanno cambiato definitivamente il quadro di riferimento culturale. E della comunicazione politica; quindi: della politica.
L’impresentabile è oramai presentabile. L’indicibile è oramai dicibile. L’osceno può essere esibito, ostentato. L’invettiva prevale su ogni forma di ragionamento.
Difficilissimo uscirne.

L’illustrazione è una rielaborazione di Jack Vettriano, The Billy Boys

Mario Soldati, un curioso viaggiatore

in Riscoperte

“Quando sei nato tutti intorno a te ridevano e tu solo piangevi, lo scopo della vita è questo: che quando muori tutti intorno a te piangano e tu solo rida”. 110 anni fa a Torino nasceva Mario Soldati che disse questa grande verità in un’intervista per i suoi 75 anni, aggiungendo che la data di una nascita, ogni anniversario è un artificio.
E di artifici quest’artigiano della parola se ne intendeva, fu viaggiatore curioso e prolifico narratore che abbracciò l’arte in tutte le sue forme: scrisse romanzi, racconti, sceneggiature, documentari, diari di viaggio, piccoli classici come America Primo Amore e Lettere da Capri.

Mario Soldati (1906-1999) amava l’Italia tanto da trasferirsi negli Usa per evitare il regime fascista. Con una borsa di studio andò a insegnare alla Columbia University di New York ma il giovedì nero del 1929 spazzò via i suoi sogni d’oltre Oceano, primo fra tutti quello mai realizzato di diventare cittadino americano. Ripartì nel 1931 arricchito d’esperienze con le tasche ancora più vuote, tanto da dover lavorare come “working passeger” per tornare in Italia. E la nascente industria cinematografica lo aspettava in patria. Tutto gli capitò per caso: le condizioni familiari lo obbligarono a lavorare. Poteva scegliere tra l’ufficio stampa all’Olivetti e assistente regista alla Cines di Roma. La scelta fu obbligata, Olivetti ritirò l’offerta e Soldati disse addio alle macchine da scrivere per andare a fare il factotum alla Cines-Pittaluga mentre Mario Camerini girava Figaro e la sua giornata.
L’amicizia maturata con Mario Camerini lo porterà a far carriera sino a sceneggiare Gli uomini, che mascalzoni… nel 1932 e cinque anni dopo il Signor Max, grande successo con un giovanissimo Vittorio De Sica. Cacciato dal regime per un film sbagliato, Acciaio su soggetto di Luigi Pirandello, finanziato dal fascismo per celebrare la dittatura attraverso “la glorificazione del lavoro” secondo la stessa volontà del Duce.

Soldati si rifugiò in una piccola pensione sul lago d’Orta, dove scrisse, tra il ’34 e il ’36, i suoi primi libri. Il suo capolavoro resta il film Piccolo mondo antico del 1940, tratto dal libro di Antonio Fogazzaro interpretato da Alida Valli e Ada Dondini.
Anche se girò trenta film in trent’anni non finì mai di ripeterlo: “Ho odiato il cinema e continuo a odiarlo, l’ho fatto solo perché c’era il fascismo e non potevo né scrivere sui giornali, né insegnare. Occuparmi di film può avermi divertito, scrivere mi ha appassionato”.

La sua definizione di letteratura è viva e sofferta:

Scrivere è sempre una ‘recherche’,  è un ‘by-product’ che nasce senza che lo si voglia, quando tentiamo di sanare qualche dubbio che ci tormenta.

Nell’organizzazione della mostra sulle regioni per “Italia 61”, che celebrò i cent’anni dell’Unità d’Italia al Palazzo delle Esposizioni di Torino, costruito per l’occasione, Soldati dimostrò tutta la sua conoscenza della penisola. Testimoniata anche nel libro-reportage “Vino al vino” del 1968, tornato finalmente in libreria in versione integrale nella collana Oscar Mondadori.

Lavorando in televisione l’eclettico autore scoprì nuove potenzialità del piccolo schermo valorizzandone l’impatto sociale. Tra i suoi programmi va ricordato “Viaggio lungo la Valle del Po, alla ricerca dei cibi genuini” del 1957 e soprattutto la leggendaria puntata in cui Soldati fece conoscere agli italiani la salama da sugo di Ferrara. Ed è impossibile dimenticare “Chi legge? – Viaggio lungo il Tirreno” del 1960 con Cesare Zavattini.

Una curiosità: Soldati scrisse il suo epitaffio 42 anni prima della morte. Su un foglio alla fine delle riprese del film Era di venerdì 17 con Fernandel e Alberto Sordi appuntò: “Amò troppo la pace per credere di meritarla e strenuamente la fuggì. Ora è contento”.
Per uno strano scherzo del destino l’epitaffio porta la data del 18 giugno del 1957, un venerdì, esattamente 42 anni prima del giorno della sua morte. Questo grande e poliedrico artista dedicò tutta la vita a cercare di saziare il suo fortissimo desiderio di sapere:

La mia curiosità è su come si comportano gli esseri umani. Di continuo mi chiedo come mai ci sono tante contraddizioni nel mondo. E concludo puntualmente che questa apparente mancanza di logica nasconde una logica più profonda. Occorre scoprirla, di volta in volta.

Antonino Pintacuda

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