La scoperta di Milano

in Riscoperte

Giovannino Guareschi – Gli svizzeri, per avere un’idea di quella precisione cronometrica che oggi costituisce la principale dote dei loro cronometri, sono scesi in Lombardia e hanno studiato il traffico di Milano.
Per alcuni secoli i milanesi hanno trascorso una triste esistenza: camminavano esclusivamente sui tetti e sulle grondaie. Cominciarono a camminare per le strade soltanto quando furono inventati i regolamenti stradali.

La stessa tendenza — propria dei milanesi ante regolamenti stradali — a creare con l’estero, per mezzo dei Navigli navigabili, delle vie di comunicazione che non fossero comuni strade, è un’altra dimostrazione dell’altissimo concetto in cui, da secoli e secoli, si tengono a Milano i regolamenti stradali.
Il traffico, quindi, è una cosa mirabile e non è raro vedere, ai più importanti crocicchi di Milano, poeti e musicisti che cercano di carpire il segreto di quella sublime armonia fatta di rosso, di giallo e di verde, di rapidi arresti e balzi fulminei.
Però, in questa straordinaria città, esistono i punti nevralgici.

Nei punti nevralgici il traffico diventa così perfetto, così inesorabilmente preciso che basta un improvviso colpo di scena nella puntata del romanzo di Milli Dandolo, perché la distinta signora, la quale sta attraversando la strada leggendo tranquillamente «Novella», si trovi improvvisamente a cavalcioni di un cofano d’autotreno, mentre un motofurgone, dopo un pregevole giro su se stesso, si infila decisamente in una drogheria, seguito dalle più importanti parti di un tram.

Bisogna riconoscere che tutto è organizzato, tanto che si son create due nuove professioni: quella del testimone oculare e quella del fotografo per incidenti stradali.
Professionisti rispettabili che sostano tutto il giorno nei punti nevralgici e, colle loro precise testimonianze oculari e fotografiche, permettono di risolvere con estrema facilità ogni controversia per quanto riguarda responsabilità e risarcimenti.
Nonostante tutto questo, non mi piace girare per le strade di Milano pilotando una macchina automobile.

Meglio girare tranquillamente in tram o a piedi: senza fissarsi una meta. Arrivare cioè di sorpresa.
Così, a un tratto, ti trovi al cospetto del Duomo e ti stupisci che sia senza il regolamentare panettone davanti, come nei cartelli pubblicitari. E davvero, per chi non è nato a Milano, il Duomo, visto senza panettone davanti e senza diciture in cima, ci fa un po’ la figura impacciata del vecchio militare che si mette in borghese. In seguito, a poco a poco, diventa naturalmente disinvolto. Ma le prime volte è così.

Girare alla ventura, arrivare in Galleria nell’ora in cui la gente non esiterebbe a munirsi di piccone e a scavar dei condotti sotterranei pur di poter conquistare un aperitivo.

Girare così, a caso; scoprire, per esempio, che la famosa fiera di Senigallia non è poi la cosa straordinaria che si dice in giro.

La fiera di Senigallia è una faccenda più che altro orizzontale: sembra un po’ una spiaggia sulla quale si depositino, venendo alla deriva, gli stranissimi relitti dei mille naufraghi della vita quotidiana.
Vedendo la fiera di Senigallia si pensa a vecchie signore che vivono sole in stanze buie e umide, vecchie signore vestite di nero, con ombrellini dal manico lungo, che una notte si spengono e se ne accorge per caso la portinaia due giorni dopo. Allora vengono degli ometti con un furgone, i quali vuotano n due ore la casa e buttano sul lastrico di via Calatafimi il cagnolino imbalsamato, il quadretto col ricciolo del bambino morto, il vecchio fonografo a tromba col disco di Adelina Patti, la redingotta del marito conservata per trentanni nell’armadio, il diploma di abilitazione all’insegnamento elementare.
Io l’ho vista tutta questa roba il giorno che sono capitato in via Calatafimi. Ho visto anche i cagnolini imbalsamati. Ho visto anche un pacco di nastri usati di corone funebri, con appiccicata sopra, a lettere di carta dorata, la qualifica dell’offerente. Un ometto stava scegliendo nel pacco.
Cercava un nastro sul quale fosse scritto: «Il nipote». Non c’era. Si è accontentato di uno sul quale stava scritto: «Il cognato».
Un uomo con la tuta sceglieva gravemente, in mezzo a una catasta di coperture per bicicletta, la meno sbocconcellata.
Vendevano anche degli uccelli in gabbia. Vivi, ma usati anch’essi.

Un giorno son capitato persino alla Triennale. Non ero solo, quella volta, e, francamente, me ne dispiace ancora: Margherita era con me.
Si girarono parecchie sale impunemente ma, ad un tratto, ecco un dannato arnese rettangolare, piatto in fondo e rilevato nei fianchi, apparirci appeso a un muro.
Margherita chiese che cosa fosse.
«Uno specchio», risposi con leggerezza.
Margherita guardò attentamente l’arnese.
«Uno specchio non può essere», concluse, «uno specchio è costituito, soprattutto, da una superficie speculare racchiusa da una cornice. Invece questa, se è una cornice, racchiude una superficie opaca con delle leggere macchioline.»
«Sarà un vassoio», dissi io.
«I vassoi non si appendono al muro», osservò Margherita. «E poi hanno il fondo pulito.»
Un signore che si era fermato azzardò l’ipotesi che si trattasse di uno sportello. Ipotesi strampalata perché, se esiste un oggetto che non deve mai essere appeso al muro, questo è lo sportello in genere.
Dissi che, siccome ci si trovava ad una Triennale d’arte, si doveva rimanere nel campo puramente artistico.
«Secondo me è una commedia», decise una signora improvvisamente. E come questo suscitò la vivace protesta di un vecchio con la barba il quale asserì categorico: «Quando si hanno idee così approssimative sul teatro, si tace. Quello, per me, è un attaccapanni».
Un capitano si mise a ridere.
«Basta avere un milligrammo di cervello per capire che è una carta topografica. Questa è una strada, questo è un costone, questo è un fiume.
Ammesso che la parte rilevata dei fianchi sia una cornice, non vedo che gusto ci si trovi a mettere in cornice una carta topografica», notai. «Io credo piuttosto che sia una lavagnetta.»
«Allora, perché è sporca di colore?», obiettò Margherita. «E poi le lavagne sono nere e di lavagna. Questa, invece, è tela di canapa», aggiunse. Poi concluse: «Considerando che detta tela, tenuta tesa da uno spesso riquadro di legno, è coperta di macchie più che altro giallastre, secondo me si tratta di un artistico filtro per passare l’infuso di camomilla».
«È un quadro», annunciò in quel momento un signore che aveva il catalogo. «Un quadro del tal pittore…»

Non mi piace girare con Margherita: Margherita è una donna e le donne vedono soltanto la superficie delle cose.

Mi piace girare da solo: magari di notte, per scoprire l’altra Milano.
Quando, già da un po’, Nazzari e De Sica dormono, arrotolati nelle cabine dei cinematografi, mentre nei palcoscenici dei teatri, grossi topi lirici demoliscono senza suggeritore le massicce colonne egizie dell’Aida, quando a qualche orologio suonano le tre, Milano è tutt’altra cosa.
Girano strani tram corti e altissimi, strane automobilone si fermano a chiacchierare con tutte le bocchette delle fogne, rotoli di tubo nero si svolgono lungo le strade.
Luci inconsuete ed abbaglianti si accendono in mezzo alle rotaie e cavano fuori dall’ombra visi accigliati. Le vie si allagano e diventano luccicanti, le guardie notturne scendono dalla bicicletta e vanno a curiosare nei buchi delle saracinesche.

Allora Milano diventa uguale a tutte le altre città e il mio passo risuona sull’asfalto.
Solo di notte, a Milano, puoi udire il tuo passo. Di giorno è impossibile: mille passi risuonano assieme al tuo, mille rumori si sovrappongono e fanno un unico baccano.
Di notte vedi la tua ombra allungarsi e accorciarsi mentre tu cammini sotto le lampade.
Di giorno ci sono sempre mille persone che calpestano la tua ombra, che la invadono con la loro: tanto che, presto, devi rinunciare a usufruire di un’ombra.

tratto da Giovannino Guareschi, La scoperta di Milano, 1941