La taverna del doge Loredan

Un oggetto unico e anomalo nella letteratura italiana

in Riscoperte

Edoardo Zambelli – Un’avventura nelle pianure della mente. Questo, riprendendo un breve passo del romanzo, è a mio avviso il miglior modo per definire La Taverna del Doge Loredan, terzo libro pubblicato da Alberto Ongaro.

In primo luogo perché è un libro sul leggere, racconta infatti, almeno in superficie, la storia di un uomo che legge un libro. E la lettura è, in fin dei conti, un’avventura della mente.
In secondo luogo perché la storia raccontata fa leva su tutto un immaginario che va dalla letteratura fantastica a quella d’avventura, incrociando continuamente i generi, riempiendo la trama di simboli – ci sono un doppio dispettoso, la statua di cera di una donna in una stanza deserta, corvi parlanti, mostri metaforici che diventano reali -, facendo fare al lettore continui salti avanti e indietro da una Venezia contemporanea (contemporanea per il 1980, anno di pubblicazione del romanzo) alla Londra del settecento.

Questa, in sintesi, la trama: Schultz, ex marinaio veneziano adesso diventato tipografo e editore, una sera ritrova su un armadio un vecchio libro che nemmeno ricorda di possedere. Inizia a leggere. Il libro racconta la storia di Jacob Flint, giovane inglese in fuga, ricercato per omicidio, e del suo innamoramento per Nina, giovane e bellissima veneziana titolare di una taverna nel cuore di Londra, la taverna del doge Loredan, appunto. L’amore – ma forse è più esatto parlare di ossessione – di Jacob per Nina lo porterà a entrare in conflitto con Fielding, capo della mala londinese, uomo bellissimo ma “maledetto” dalla nascita da un fetore senza rimedio. Il romanzo di Ongaro racconta quindi in parallelo la storia contenuta nel libro e la lettura del libro stesso. Ci sarebbero tante cose da dire ancora sulla trama, ma non è necessario farlo qui, il libro è lì, pubblicato da Piemme, chi vuole può leggerlo. Non è giusto rovinare sorprese, e ce ne sono tante.
Quello che mi preme dire però è il motivo – uno dei motivi, almeno – che rende a mio avviso questo libro un libro speciale. Mi viene da dire: un oggetto unico e anomalo nella letteratura italiana del secondo Novecento.

Non so se questo valga per tutta la letteratura e per tutti gli scrittori. È una sensazione che ho. Che la fattura di un romanzo, più che il risultato finale, assomigli molto ad un gioco. Cioè, il tirare fuori dal nulla i personaggi, il metterli in conflitto tra loro, il farli agire, farli parlare, e il regalare loro un destino assomigli molto a un gioco.

Queste sono parole di Alberto Ongaro, in un convegno del 1987. Se le ho citate qui è perché mi pare che ne La taverna del Doge Loredan, ancora più che nei romanzi seguenti, questa idea di gioco, di letteratura sia tanto presente e esplicita. Qui è il tessuto stesso della trama ad essere fatto di quel gioco, in più punti Schultz si ferma a riflettere sull’idea di lettura, sul ruolo di un lettore all’interno del romanzo che sta leggendo, di quanto la sua propria storia possa fondersi con quella dei personaggi, addirittura, di quanto un lettore appartenga al romanzo che legge. Ad un certo punto il libro che Schultz sta leggendo rivela pagine mancanti, interi “buchi” nella trama, e allora tocca a lui entrarvi e mettersi all’inseguimento di Jacob e Nina, regalare un finale a un libro che rimane sospeso.
Dicevo prima, uno dei motivi che lo rende un libro speciale. È speciale proprio per questo continuo giocare col lettore, lo fa divertendosi e divertendo, in un equilibrio sempre tecnicamente preciso (le transizioni tra lettura del protagonista e oggetto della lettura sono perfette) e, cosa che non guasta mai, in maniera avvincente.

Edoardo Zambelli è in libreria con il suo primo romanzo L’antagonista