L’arte di fingersi autore di finzione

in Riscoperte

Giulio Mozzi The Life and Strange Surprizing Adventures of Robinson Crusoe, Of York, Mariner: Who lived Eight and Twenty Years, all alone in an un-inhabited Island on the Coast of America, near the Mouth of the Great River of Oroonoque; Having been cast on Shore by Shipwreck, wherein all the Men perished but himself. With An Account how he was at last as strangely deliver’d by Pyrates. Con questo titolo-didascalia, redatto secondo l’uso dell’epoca, si presentò al pubblico, il 25 aprile 1719, il romanzo a tutt’oggi notissimo con il titolo opportunamente scorciato di Robinson Crusoe, e un’attribuzione d’autore diversa: Daniel Defoe. Già: perché questo romanzo che qualche manuale considera più o meno «il primo romanzo moderno» o «il primo romanzo modernamente realistico», eccetera, ovvero questo romanzo che è considerato una pietra miliare del romanzo europeo (e quindi di tutto il romanzo, dato che il romanzo è tutt’altro che una forma universale), tanto che alcuni manuali di storia del romanzo ritengono di poter bellamente ignorare ciò che fu romanzescamente scritto prima del 25 aprile 1719, o di poterlo trattare come se fosse scritto sì ma romanzescamente no (ma d’opinione contraria è Margareth Doody, che nel suo La vera storia del romanzo, in italiano per Sellerio, arriva a Defoe sì e no a metà libro – anzi, a metà librone: 780 pagine), questo romanzo, insomma, si presentò al pubblico dell’epoca non come un romanzo bensì come un libro di memorie: il cui autore, ovviamente, era il titolare della Life e delle Strange Surprizing Adventures, e cioè lo stesso Robinson. All’epoca, sia chiaro, il romanzo non godeva del prestigio del quale gode oggi: se si può dire che attualmente il romanzo è la forma regina della letteratura, all’epoca del Robinson Crusoe il prestigio andava – nell’ambito anglosassone – piuttosto al poemetto lirico-narrativo-sentimentale, alle raccolte di lettere morali, e così via (roba, in sostanza, che noi oggi ci indigneremmo di avere nella nostra biblioteca). Ma non per schivare il disonore di aver scritto un romanzo Daniel Defoe nascose il proprio nome, lasciando che tutti credessero reale il suo Robinson, e che Robinson avesse realmente scritto quel libro di memorie (due credenze che vanno ben distinte, faccio notare), bensì per accorta strategia anche commerciale ma soprattutto artistica (non che Defoe fosse insensibile al soldo: scriveva solo per quello): quella storia lì, capiva benissimo Defoe, sarebbe stata letta in un modo se fosse stata ritenuta vera, e in tutt’altro modo (e con, prevedibilmente, molto minore interesse) se fosse stata ritenuta inventata: l’unica via, dunque, era quella di farne un falso. Alla sua epoca, peraltro, i viaggi – e soprattutto quelli per mare – erano realmente avventurosi, e i naufragi all’ordine del giorno, e le isole deserte frequentissime (non come oggi, che ovunque tu vada ci trovi un Kentucky Fried Chicken o un negozio di telefonini): e, in mancanza del National Geographic Channel, che fu inventato solo molto dopo, il pubblico leggeva avidamente i resoconti di viaggi, e tanto più avidamente quanto più erano avventurosi. Il naufragio, l’isola deserta, i cannibali: questa roba, intuì Defoe, tirava moltissimo.
(Anche il sesso tirava, sotterraneamente: ma Defoe, in quanto inglese, era profondamente puritano. Di ciò che veramente accadde tra Robinson e Venerdì si poté leggere peraltro, già pochissimo tempo dopo, in certi romanzetti francesi – perché i francesi, si sa, sono sporcaccioni – l’ultimo dei quali è forse il celeberrimo La vie sexuelle de Robinson Crusoë, di Michel Gall, che apparve prima in inglese nel 1955 sotto l’astuto pseudonimo di Humphrey Richardson – il pruriginosissimo Lolita è di quello stesso anno; e il Pamela di Richardson, pressoché contemporaneo di Defoe, è il capostipite dei più larmoyant tra i romanzi d’amore –; e successivamente in una quantità di edizioni, anche illustrate a scopo didattico, nella lingua originale).

I manuali dicono che Defoe, scribacchino senza o con pochissimi scrupoli, si ispirò molto alla vita, vissuta e poi scritta e pubblicata, di tale Alexander Selkirk, pirata, che effettivamente navigò, piratò, e fu catturato e abbandonato su un’isola deserta, o quasi, dove visse qualche anno. Ne aveva parlato tale Woodes Rogers, comandante di nave, suo ricuperatore, in un libro intitolato A cruising voyage round the world: first to the South-Sea, thence to the East-Indies, and homewards by the Cape of Good Hopeworld e pubblicato nel 1712; la diffusissima rivista The Englishman gli dedicò un articolo con intervista: e, insomma, Defoe non poteva non sapere, anzi certamente sapeva e scopiazzò allegramente. Ma il romanzo, si sa, è durissimo con il mondo reale. L’isola dalle parti del Cile nella quale Selkirk soggiornò e se la cavò tutto da solo si chiama oggi, udite udite, “Robinson Crusoe”: e il più importante libro dedicato alla vita e alle strane e stupefacenti avventure di Selkirk, peraltro pubblicato solo nel 1885, s’intitola: The Life and Adventures of Alexandre Selkirk, the Real Robinson Crusoe. A narrative founded on Facts. Ma a nessuno sfugge che doversi presentare come «il vero Robinson Crusoe» è già da perdente (a nessuno verrebbe in mente di sostenere che Robinson è «il falso Selkirk»); e quanto ai cosiddetti fatti, si sa che dopo lungo travaglio sono ormai scomparsi – grazie al certosino lavoro dei media – dall’orizzonte del cittadino medio. Peraltro, curiosamente, la formula «basato su una storia vera» continua a garantire a un’opera narrativa o a un film una certa attenzione del pubblico: benché, a chi sia appena un poco smaliziato, non sfugga la larvata ossimoricità – e mendacità – della formula: se è una storia, non può essere vera. I nudi elenchi di fatti sono indigeribili al lettore moderno, che ha bisogno per affrontarli di robuste e appunto digestive iniezioni di narratività; la costruzione di una narrazione come sequenza articolata di fatti connessi tra loro da relazioni di causa ed effetto vale per il lavoro dello storiografo come per quello del narratore; e già notava Paul Veyne, nel 1970, in Comment on écrit l’histoire (Come si scrive la storia, Laterza) che storiografi e romanzieri adoperano i medesimi meccanismi narrativi (e gli storiografi si scandalizzarono; mentre i romanzieri, chissà perché, no).

Al centro di tutto c’è la pretesa di verità: che è una pretesa di chi legge prima che di chi scrive. Non so se qualche lettore si scandalizzò quando si scoprì (e non ci volle molto, dicono i manuali: ma si sa, certe cose magari si sanno nella società letteraria ma non le sa il mondo) che Robinson Crusoe esisteva solo come personaggio-autore della propria narrazione; fattostà che Defoe (che, d’altra parte, non si chiamava mica Defoe) poté permettersi non solo di pubblicare di gran carriera un secondo volume di avventure del suo Robinson (terrestri e non marinare, questa volta: pallossissime) ma anche (l’anno successivo) un volume intitolato Serious reflections during the life and surprising adventures of Robinson Crusoe: with his Vision of the angelick world, che come dice il titolo è tutto fuorché un’opera narrativa, ed ebbe una tale fortuna là per là e nei secoli successivi che nemmeno Wikipedia (la Wikipedia in inglese, dico) osa dedicargli una voce: mentre il Robinson primario, quello dell’isola, è diventato un personaggio universale come don Chisciotte, Pinocchio o Stanlio e Ollio. Come tutti i personaggi universali ha goduto di una quantità di imitazioni e riprese: dai già accennati romanzetti porno dell’epoca al Vendredi ou les Limbes du Pacifique di Michel Tournier, libro quasi filosofico del 1967. Uno dei pochi a trattare Robinson per quel che sotto certi aspetti è, e cioè un falso, è stato Georges Perec: che nel suo romanzo La vie mode d’emploi racconta tra centinaia d’altre la storia di un collezionista che viene convinto a comperare dei rarissimi libri antichi, per l’appunto falsi: «dei Quarli», si legge, come si direbbe «dei Manuzio» o «dei Bodoni». Ora, il più noto e meno sfortunato tra i romanzi imitativi del Robinson fu pubblicato nel 1727 e s’intitolava: The Hermit: or, the Unparalled Sufferings and Surprising Adventures of Mr Philip Quarll, an Englishman. Who wal lately discovered by Mr Dorrington, a British Merchant, upon an Uninhabited Island in the South Sea… where he still continued to reside and will not come away. Fin dagli inizio della sua vita di scrittore Georges Perec fu ossessionato dalla figura del falsario: e che a ispirargli il nome di un editore inesistente sia stato il nome di un personaggio inventato a imitazione di un altro personaggio inventato che imitava ai limiti del plagio un personaggio vero, be’: è cosa credibilissima, e perecchiana alquanto, benché non se n’abbia nessuna prova. Narrativamente funziona, e tanto basta.

Tutti i romanzieri inventano personaggi. Certi romanzieri s’inventano di fare dei loro personaggi gli autori del romanzo stesso. Variante: certi romanzieri s’inventano di fare dei loro personaggi gli autori del romanzo stesso, che però spacciano non per romanzo ma per testimonianza o memoria. Vedete che si tratta solo di passaggi di gradazione. Søren Kierkegaard, un filosofo che nessuno si sognerebbe di trattare da falsario, nella pubblicazione delle proprie opere si diede a un’onomaturgia sfrenata: l’Enten-Eller, altrimenti noto come Aut-Aut, suo opus magnum, è dato come l’edizione da parte di tale Victor Eremita di un pacco di carte (trovato, ovviamente, in un cassetto segreto d’uno scrittoio comperato da un antiquario) contenenti varie opere, alcune attribuite a un misterioso “A” (Victor sostiene di non averne trovato tra le stesse carte il nome) e comprendenti però anche un testo che lo stesso “A” attribuisce a un non meglio identificato Johannes; e altre attribuite a un certo giudice – o assessore – Wilhelm. Una settimana dopo la pubblicazione di Enten-Eller, a dirla tutta, Søren Kierkegaard firmò come Søren Kierkegaard, in una rivista, un articolo intitolato: «Chi è l’autore di Enten-Eller?». Per altre sue pubblicazioni usò prima e usò poi svariati altri pseudonimi: Constantin Constantius, Johannes de Silentio, Johannes Climacus, Virgilius Haufniensis, Nicolaus Notabene, Hilarius Bogbinder, William Afham, Frater Taciturnus, H. H., Anti-Climacus: e una volta, addirittura, raffinatissimamente e quasi invisibilmente, Søren Kjerkegaard (con la “j” al posto della “i”). Fernando Pessoa, del quale tutti sanno, mise al mondo i tre celebri eteronimi Álvaro de Campos, Ricardo Reis e Bernardo Soares: più Alberto Caeiro, che diversamente dagli altri fu concepito come già morto – e la cui produzione, quindi, è da considerarsi completamente postuma –; ma pochi sanno che a questa banda dei quattro (capitanata ovviamente dal quinto, ovvero dall’ortonimo) sono da aggiungere, secondo gli accurati studi compiuti da Jerónimo Pizarro e Patricio Ferrari, almeno altri centotrentadue eteronimi minori. La fidanzata, Ophélia Queiroz, nell’intimità gli parlava in francese (Pessoa conosceva benissimo l’inglese) e lo chiamava Ferdinand Personne, id est Ferdinando Nessuno, o Ferdinando Ulisse. Quando Walter Scott, ormai giunto alla notorietà grazie a una vasta produzione di poemetti lirico-narrativi (alla quale affiancava traduzioni dal tedesco: a es. il Götz von Berlichingen di Goethe), decise di tentare la via del romanzo, non osò (il romanzo, lo ricordiamo, non godeva ancora del prestigio che oggi ha) firmare col proprio onorato nome. Il libro oggi noto come Waverley, primo della cosiddetta trilogia scozzese, uscì anonimo; i due successivi come «del medesimo autore di Waverley». Ivanhoe, ambientato invece in Inghilterra, fu firmato da un immaginario Paul Laurence Templeton. I successivi si distribuirono tra Cuthbert Clutterbuck detto anche “il Capitano”, Chrystal Croftangry, Jedediah Cleishbotham, Malachi Malagrowther, Peter Pattieson, e il reverendo Dryasdust. Mai, finché Walter Scott fu vivo, Walter Scott. I suoi eteronomi, per di più, erano piuttosto garruli: si scrivevano l’un l’altro le prefazioni – non sempre del tutto laudative –, si mandavano lettere, si intervistavano. E accenniamo solo a Nicolas Bourbaki, che visse all’incirca dal 1935 al 1983 e fu un notevolissimo matematico, sostenuto nelle sue ricerche da un’associazione di matematici di altissimo profilo che si chiamava per l’appunto Association des collaborateurs de Nicolas Bourbaki: solo che Nicolas Bourbaki, benché avesse tutti questi collaboratori, non aveva né carne né ossa: era in grado di dimostrare un teorema ma non di mangiare una bistecca, o firmare un assegno, o testimoniare in giudizio, o di gridare stizzito: «Lei non sa chi sono io!».

E potrei continuare con l’elenco. Ma a chi può interessare tutto questo? A chi può interessare una così corsiva rassegna, dalla quale risulta – ad abundantiam, nonostante la corsitivà – che una pratica a prima vista bizzarra come quella dell’invenzione non solo di un personaggio, non solo di un personaggio-narratore, non solo di un autore, ma addirittura di una folla di autori, è in realtà ben radicata nella tradizione narrativa europea? E chi non sa, ormai, in questi tempi di post-postmodernità, di identità liquide, di liquidazioni dell’io e di lazzarificazione dell’autore, che chiedere a un narratore di dire la verità significa nient’altro che invitarlo alle nozze con l’Invenzione?

Domande retoriche, lo so. Tant’è che oggi a nessuno – a nessuno, dico, che abbia a cuore la letteratura – importa chi sia, all’anagrafe, Elena Ferrante. Non sono più i tempi di quello che all’anagrafe voleva fare la concorrenza, di quel tale Honoré de Balzac (il cui vero nome non era Honoré de Balzac: ma qui finiamo).

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