Il Falco e il Bambino

in Politica & Società

Alessandra Ballerini – Il Falco arriva sull’isola dalla Tunisia, appoggiato sul braccio del suo compagno di viaggio – proprietario e addestratore –, un po’ provato, ma in buona salute.
Omar, il bambino, un fagotto di 3 mesi, sbarca a Lampedusa il 6 agosto, insieme ai genitori, al fratellino di 16 mesi e alla sorella di 7 anni. Scappa con la famiglia dalla guerra in Libia, la terra dove i suoi genitori avevano deciso di rifugiarsi dopo essere fuggiti dal Darfur e dal Ciad. Ci sono vite, ci sono famiglie, che non fanno che scappare e soffrire.

Omar ha navigato cinquanta ore prima di approdare sull’isola, e nel viaggio ha visto 300, tra uomini e donne, pregare e imprecare. Ha visto corpi incastrati e calpestati e ha visto il sangue. Ha visto accoltellare il padre e ha visto i suoi aggressori tentare di ucciderlo con pugni e lame, fino a quando un elicottero non ha illuminato la barca e alcuni uomini in divisa li hanno condotti in salvo.
Il Falco fa parte di una specie protetta: è un Falco pellegrino, un rapace fiero e prezioso e perfettamente addestrato dal giovane tunisino che lo porta con sé. Il Falco, appena arrivato al centro di Contrada Imbriacola dove stanno rinchiusi e ammassati un migliaio di profughi, viene accudito e curato: a lui è dedicata una stanza personale, per lui procurano cibo speciale, perché non abbia a patire neppure un attimo, nella sua nuova dimora.
Omar invece dorme da trenta giorni su un materasso di gommapiuma buttato per terra, in una stanza condivisa con altri compagni di sventura. Omar è un neonato sudanese profugo dalla Libia e dovrebbe, come neonato e come profugo, appartenere anche lui a queste due categorie protette. Ma non è un rapace.
Per il Falco si trova in pochissime ore una collocazione adeguata, perché è evidente che Contrada Imbriacola non è luogo adatto neppure per farci dormire un rapace: viene immediatamente disposto il suo trasferimento in una residenza protetta.

Il Falco viene preso in consegna da mani esperte e strappato dal braccio del suo giovane amico e legittimo proprietario tunisino. Il ragazzo resta così solo e disperato, rinchiuso a Contrada Imbriacola: è un profugo tunisino, non appartiene evidentemente a nessuna specie protetta, e dunque non merita né una degna accoglienza, né tantomeno la libertà. Non solo, essendo stato privato della compagnia del rapace, non gode neppure di riflesso dei benefici e dei privilegi che vengono concessi al Falco: si scorda la stanza e viene ributtato, in mezzo alle centinaia di altri profughi, nel “gabbio” per adulti, dentro la gabbia più grande di Contrada Imbriacola.
E lì si aggira, orfano del Falco, chiedendone a tutti notizie. La polizia, per tranquillizzarlo, gli racconta che se riuscirà a prendere un permesso di soggiorno, il Falco – la cui posizione sul suolo italico è già stata perfettamente regolarizzata – gli verrà restituito. Mi chiede se è vero e come mai al numero di telefono della nuova dimora del rapace non risponde nessuno. Provo a chiamare anch’io, inutilmente. Mi arrovello pensando a una fantasiosa ipotesi di ricongiungimento del Falco con il tunisino. Ma temo di non trovare molti precedenti di giurisprudenza in materia.

Omar oggi festeggia il suo primo mese di detenzione in Contrada Imbriacola, tra poliziotti, sporcizia e insetti. Ho scritto e segnalato l’illegittima detenzione di questo neonato e della sua famiglia a tutte le autorità, ma non ho ottenuto nessuna risposta. Neppure quando il piccolo, prelevato in piena notte da un’operatrice della Lampedusa Accoglienza che aveva deciso – senza chiedere il consenso della madre – di fare un bagnetto al neonato, è rimasto gravemente ustionato dall’acqua bollente sulla gambina destra, qualcuno ha pensato che il Centro, “la gabbia”, fosse un luogo non adatto, non solo a un rapace, neanche a un neonato.
Omar, il bambino, resta lì, nella gabbia.

La madre mi fissa a lungo, mi chiede quando finirà la loro prigionia, è stanca e arrabbiata. Vuole prendersi cura dei suoi figli fuori da lì. E ha paura. Paura che i figli si ammalino o vengano feriti in una delle molte rivolte che settimanalmente scoppiano nel Centro. Paura dei lanci di sassi, dei manganelli e delle lamette con cui spesso i profughi, anche minorenni, si lacerano il corpo per protesta, nella vana speranza di suscitare un po’ di compassione. E paura degli scafisti che avevano cercato di uccidere suo marito e che fino a pochi giorni prima erano rinchiusi nella stessa gabbia. Omar, per sua fortuna, non è in grado di riconoscerli, ma i suoi fratellini, quando hanno visto di nuovo gli “uomini cattivi” che avevano fatto male al loro papà, sono scappati via in singhiozzi.

Consegno a Kadija, la madre di Omar, tutte le lettere che ho scritto per loro alle varie autorità e le spiego che un procuratore, un uomo per bene, si sta occupando di loro, anche perché tra le altre cose sono vittime e testimoni di reati gravissimi, e dunque pure per questo andrebbero protetti. La rassicuro che presto, se Dio vuole, Insciallah, verranno trasferiti. Le piace che io le parli schietta, che non le menta promettendole certezze che non posseggo. E mi ripete “Insciallah”, se Dio vuole.
E così tocca a Dio farsi carico anche delle illegalità e della disorganizzazione di Contrada Imbriacola e di tutto quello che ci gira intorno.
Stanotte il Falco dormirà sonni tranquilli, dopo aver mangiato cibo selezionato ed essere stato visitato e coccolato da mani esperte e affettuose, soffrendo forse solo un poco per la nostalgia del ragazzo che l’ha allevato.

Stanotte Omar, il bambino, dovrà combattere contro il prurito di una piaga da ustione, contro le punture di insetti, il lancio di sassi e lame e le urla degli altri prigionieri.
La prossima vita, Omar, se nasce profugo, gli conviene nascere rapace.

tratto da La vita ti sia lieve, Melampo Editore
immagine © Amnesty International

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