Quella Sicilia, eternamente gattoparda

in Narrazioni/Riscoperte

Gaetano Savatteri – Le miniere di zolfo sono chiuse da mezzo secolo. I contadini sono emigrati, le campagne abbandonate. I bambini non vanno più a scuola con le scarpe sfondate, ma i ragazzi vanno a studiare fuori dalla Sicilia per non tornare mai più. Il panorama sociale raccontato sessant’anni fa da Leonardo Sciascia nelle Parrocchie di Regalpetra è scomparso per sempre: meno male, è giusto dire.

Ormai il testo di Sciascia pubblicato da Laterza nel 1956 è la fotografia di un fossile. È memoria, documento letterario importantissimo perché, come diceva lo stesso Sciascia, quel suo primo libro contiene tutti i temi e gli argomenti che lo scrittore di Racalmuto avrebbe affrontato nella sua opera successiva: “Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno: un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente”.

La casa editrice Laterza pubblicherà a breve la corrispondenza tra Leonardo Sciascia, allora misconosciuto maestro di scuola elementare e l’editore Vito Laterza, intercorsa prima e dopo la pubblicazione della Parrocchie. Un libro utile per capire i rapporti tra scrittore ed editore, per conoscere come nasceva un libro, attraverso quali riflessioni, fino alla felice individuazione di quel titolo, suggerito e scelto da Vito Laterza, che finì per trasformare la Racalmuto dove Sciascia era nato e cresciuto nella Regalpetra letteraria.

Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno: un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente

Regalpetra resterà quindi per sempre chiusa dentro quelle pagine. Ma anche il paese di Racalmuto spesso ha rischiato di rimanere intrappolato dentro la gabbia letteraria di Regalpetra. E questa, se si vuole, è una metafora dell’intera Sicilia. La Sicilia scompare, mentre restano e sopravvivono Regalpetra, Vigàta, Montelusa, Natàca, Donnafugata. La Sicilia appare ancorata alla lettura che grandi maestri ne hanno fatto. La Sicilia resta incatenata al gattopardismo del “tutto dove cambiare affinché nulla cambi”. Se fosse solo una proiezione letteraria, nessun problema: la questione, semmai, è voler continuare a interpretare la Sicilia di oggi con la scrittura, gli strumenti e lo sguardo di ieri.

Prendiamo, ad esempio, Regalpetra/Racalmuto. Ne parlo perché la conosco bene, vi sono cresciuto e qui affondano le mie radici. A metà degli anni Settanta, leggendo Le parrocchie, erano ancora rintracciabili gli elementi di continuità tra il presente e il libro di Sciascia che denunciava le condizioni di miseria di un paese siciliano. Alcuni protagonisti delle cronache sciasciane erano ancora vivi, il tempo si era mosso abbastanza lentamente nei vent’anni dalla pubblicazione.

Ma rileggerlo adesso, a sessant’anni di distanza, come ha fatto il paese di Racalmuto con affetto e sentimento nel maggio scorso, con vari capitoli affidati alla voce di uomini, donne e bambini che hanno declamato in pubblico interi capitoli del libro, negli stessi luoghi in cui sono ambientati – il circolo di conversazione, il palazzo municipale, la piazza, la scalinata di una chiesa – ecco, rileggendo adesso quel libro, appare siderale la distanza tra il passato e il presente. I ragazzini della scuola elementare che leggevano sul palco del teatro comunale le pagine di Sciascia sull’ignoranza, sulla povertà, sul bisogno di cui erano vittime alla loro età i loro nonni, i nostri nonni, erano invece ben vestiti, curati nel parlare, istruiti e non conoscevano la fame. A meno di voler dire che nulla è cambiato, a meno di non voler dimostrare che a distanza di sessant’anni questi bambini hanno i medesimi pensieri dei bambini del ’56 (“in fondo alla loro realtà di miseria e di rancore, lontani con i loro arruffati pensieri, i piccoli desideri di irraggiungibili cose”), a meno di non voler insistere che nulla mai si modifica, i bambini di Racalmuto oggi non sono più quelli di Regalpetra (e per fortuna).

Certo, esistono ancora molte cose che non vanno. Oggi Racalmuto è meno povera di sessant’anni fa, eppure è desertificata dall’emigrazione, economicamente stagnante, disperatamente immobile dentro una logica di sussistenza e sopravvivenza: un paese di molti vecchi, di pochissimi bambini, di pochi adulti produttivi e di tanti giovani in fuga.

Da quando è morto Sciascia, nel 1989, il paese ha conosciuto una terribile e sanguinosa guerra di mafia che all’inizio degli anni Novanta seminò venti morti in due anni, con due stragi consumate al centro del paese, la scomparsa misteriosa del capo dell’ufficio tecnico del Comune, l’emergere di un mafioso latitante che per un certo periodo venne indicato come il capo della Cosa Nostra della provincia di Agrigento, odi feroci tra gruppi familiari, lutti e galera, pentiti e processi, fino al punto che nel 2012 il consiglio comunale del paese di Sciascia – che per ironia della sorte, si era ribattezzato “il paese della ragione”, in nome e in omaggio allo scrittore – venne commissariato per mafia (storie e cronache che ho raccontato nel mio I ragazzi di Regalpetra, pubblicato da Melampo).

Quindi, se Racalmuto rispetto alla Regalpetra del 1956 ha conosciuto condizioni di benessere (sia pure minuto e spicciolo, ma sempre benessere) mai viste prima, ha dovuto attraversare anche la stagione forse più cupa e tragica della sua vita sociale. Tutto questo, credo, che nella vita di una comunità abbia peso, conseguenze e finisce per modificarne il suo paesaggio umano.

Eppure nella visione letteraria di Racalmuto/Regalpetra (e questo vale anche per la Sicilia tutta o per buona parte di essa) tutto questo sembra non esistere né valere. L’altro giorno ho finito di leggere il bellissimo libro di Massimo Onofri Passaggio in Sicilia, pubblicato da Giunti: un viaggio sentimentale e letterario, un ritorno in Sicilia, scritto dal critico letterario che forse meglio di tutti ha raccontato Leonardo Sciascia e che ha raccontato anche la formazione dell’immagine della mafia attraverso la letteratura scritta in Sicilia e sulla Sicilia.

Arrivato a Racalmuto, nella Racalmuto di oggi, Onofri percorre il suo itinerario sulle tracce di Sciascia, ricordando che c’era stato per la prima volta nel 1994. Onofri, come dimostrano i suoi libri, sa benissimo chi è Sciascia e altrettanto bene sa cos’è la mafia. Eppure in quel suo capitolo “Un sogno fatto a Racalmuto” (attenzione: non a Regalpetra, cioè nel luogo letterario, ma a Racalmuto, quindi nel luogo reale) Racalmuto sfuma sullo sfondo. L’immagine di Regalpetra, della Regalpetra di Sciascia, prende il sopravvento. Non c’è la piazza deserta, popolata solo da alcuni anziani. Non ci sono i nuovi quartieri di edilizia residenziale. Non c’è il ricordo recente di una mafia spietata. Non c’è il centro storico con le case chiuse per sempre. Il paesaggio si arresta sull’orlo della “campagna riarsa e ancora tarlata dalle vecchie e ormai dimesse zolfare che, un tempo non lontanissimo, avevano illuso quanto a un futuro prospero di sviluppo”.

E poi? C’è il percorso della memoria: la sede della Fondazione Sciascia con la sua collezione di stampe, il bel teatro Regina Margherita, la visita alla casa della contrada Noce dove Sciascia scrisse quasi tutti i suoi libri, la statua di bronzo di Leonardo Sciascia ad altezza naturale, realizzata dallo scultore Giuseppe Agnello e collocata sul marciapiede vicino al Circolo Unione. Tutto qui. Certo, è tanto. D’altra parte Onofri dichiara che il suo è un viaggio interiore in questa forma di guida-romanzo, narrazione tra libri, nostalgie e ricordi. Sotto questo aspetto Onofri è coerente: viaggia per la Sicilia attraverso gli autori che ha amato e ama.

Ma, messo da parte il libro di Onofri, per chi, come me, conosce Racalmuto e la Sicilia, per chi la soffre come me e come molti altri siciliani, per chi la vive con rabbia e amore, con indignazione e frustrazione, si spalanca una domanda: Racalmuto è questa? È la città natale di un grande scrittore e nulla di più? La Sicilia è questa? Certo, Onofri non sarebbe mai venuto a Racalmuto se non fosse diventata Regalpetra. Ma in quel paese, come in tutta la Sicilia, dietro le grandi metafore letterarie esistono luoghi e città popolati di uomini, donne, famiglie. In Sicilia ci sono oltre cinque milioni di persone in carne e ossa consapevoli di avere la fortuna di vivere dentro un’isola letteraria, addirittura orgogliosi di farne parte, ma allo stesso tempo divorati da nuovi bisogni, nuove miserie, ma pure nuove speranze e diversi orizzonti.

È possibile continuare ad usare sempre e soltanto la cassetta degli attrezzi di Tomasi di Lampedusa, di Verga, di Sciascia per leggere la Sicilia di oggi?

È possibile cercare di decrittare la Sicilia, il suo mistero o il suo fascino, facendo ricorso alla sua dimensione letteraria? È possibile continuare ad usare sempre e soltanto la cassetta degli attrezzi di Tomasi di Lampedusa, di Verga, di Sciascia per leggere la Sicilia di oggi? Forse questa è un’ossessione molto siciliana. Forse è il rifugio in un passato consolatorio perché passato. Un tempo in cui anche la miseria e le scarpe sfondate dei bambini di Regalpetra assumono oggi il sapore della malinconia e della dolcezza.

Quando vado in giro per la Sicilia c’è sempre un professore, un politico o un giornalista che per spiegare la Sicilia – quella di oggi – tira in ballo Pirandello, De Roberto o Brancati (l’ho fatto e lo faccio anch’io, ovvio). Ma confesso che non mi è mai capitato di sentir citare Manzoni per descrivere la Milano degli anni Duemila e neppure quella da bere degli anni Ottanta. E a Roma nessuno, tranne i turisti americani, crede più che in via Veneto ci sia ancora la Dolce Vita di Federico Fellini e che Roma sia ancora quella dei paparazzi.

Ma la Sicilia è irredimibile, si sa. E non cambia mai. Lo diceva Aimone Chevalley, lo diceva Tomasi di Lampedusa, lo diceva anche Sciascia. Se lo hanno detto loro vuol dire che è così. E se invece le cose sono diverse, la spiegazione è semplice: è la realtà testarda che si ostina a non volersi rassegnare all’evidenza della letteratura.

Gaetano Savatteri

La foto è di Massimo Minglino

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