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settembre 2016

Sergio Endrigo, un artista vecchio stampo

in Spilli

Mio padre non capiva nulla di affari, di marketing, né di contratti. Non aveva la mentalità e non gli importava proprio. Era un artista vecchio stampo, che non contava i soldi, non controllava nulla e si fidava di tutti. Per questo lo hanno sempre fregato, in vita, e anche adesso che non c’è più. Non voglio fare di lui una vittima, ma se ne sono approfittati in troppi. E questo dispiacere, il dolore per tanta gente che gli aveva voltato le spalle, se lo è portato dietro fino ai suoi ultimi giorni. Non riusciva proprio a capire un mondo usa e getta.

Claudia Endrigo

C’è una folgorante intuizione di Enzo Jannacci – quell’Ufficio Facce che consentiva al Dottore di catalogare, un po’ lombrosianamente, ma con il sorriso, il suo prossimo – che da sempre mi fa tornare alla mente la figura di Sergio Endrigo. Il quale con quel suo volto antico e nobile, di eleganza austera e senza tempo, raccontava moltissimo al pubblico, fin dal primo acchito: e nascondeva, anche, celava, alludeva, accennava, quasi che la condizione di cantautore in lui dialogasse con il corpo e le linee del viso. D’altronde, con quell’espressione un po’ così, quel carico di garbo e onestà intellettuale sospesi in una sorta di twilight zone, Endrigo si poteva permettere di cantare e dire praticamente di tutto, senza mai risultare sconveniente, eccessivo, fuori luogo. Chi altri, ad esempio, avrebbe potuto pronunciare un verso definitivo (“La solitudine che tu mi hai regalato / io la coltivo come un fiore”, 1968), capace poi di vincere il festival di Sanremo, il primo del dopo-Tenco, Canzone per te, con altrettanta forza e credibilità? Era, quello sotteso all’universo di Endrigo, una sorta di caos calmo, una poetica suggestiva e penetrante come un fiume carsico di parole e suggestioni, pillole di un artista che agli occhi del pubblico doveva sempre essere sembrato adulto e saggio, quasi che i colori e la devianza, le vibrazioni e gli impulsi tipici della gioventù dell’epoca, a Sergio non l’avessero mai neppure sfiorato.

La sua storia, professionalmente capace di abbracciare circa mezzo secolo, dalle esperienze del night club, a sussurrare My funny Valentine, September song, I’m in the mood for love, a sognare Johnny Mathis e Nat King Cole, ai tentativi di recuperare terreno, di restare sulla scena, stanco e sfiduciato, fino all’ultimo, è sottolineata da grandi successi: tra canzoni mandate a memoria da una generazione intera e capaci di imporsi anche all’estero (era di casa in Brasile e Sudamerica, e i dischi uscivano in molti paesi, con tournée trionfali in Grecia, Spagna, Giappone, USA, Canada, Turchia, Israele, Unione Sovietica e tutto l’est europeo…). Ma, in linea con quel carattere schivo, da persona soprattutto perbene, attraversato da un’ironia sottile e delicata, che ben si adattava al modo di cantare in punta di voce, senza slabbrature, né inflessioni dialettali, di Endrigo piace immaginare una modalità espressiva forse meno nota: che pare invece ideale per smascherarne qualità laterali, in grado di spiegare meglio un’identità altrettanto autentica, sfuggita probabilmente alle masse della tv in bianco e nero dei fatidici anni Sessanta, quando Sergio era un protagonista assoluto, un capofila indiscusso della musica italiana.

Enzo Gentile, Lontani dagli occhi

 

La forza di uno scatto

in Backstage

Alessandro Di Meo – È domenica mattina, il 19 aprile 2015. Sto uscendo di casa per andare a fotografare la partita Roma-Atalanta allo stadio Olimpico. Faccio il fotogiornalista per l’agenzia ANSA. Mi chiamano dalla redazione per chiedermi se posso andare a Catania per il naufragio di un barcone carico di migranti. Tra due ore parte il volo da Fiumicino. Faccio i bagagli senza sapere quanto starò fuori. Di corsa, butto in valigia tutto quello che penso mi servirà. Devo essere molto veloce e stare attento a non scordare nulla, sono agitato e faccio dieci cose contemporaneamente correndo da una parte all’altra della casa. Bagaglio fatto, attrezzatura pronta, chiamo il taxi e vado in bagno a sciacquarmi il viso prima di uscire. Mi guardo allo specchio e inizio a piangere. So cosa è successo, cosa dovrò provare a raccontare con le mie foto laggiù, a Catania, ma mentre mi preparavo al viaggio ho voluto ignorare la notizia. Adesso, però, realizzo che non posso più fare finta di niente, tra poco dovrò affrontare la realtà. Si parla di settecento, ottocento morti, è difficile farsi carico di tutto quel dolore.

Sul porto di Catania fotografo l’arrivo degli unici ventisette sopravvissuti, poi riesco a imbarcarmi sul pattugliatore Denaro della Guardia di Finanza, staremo fuori tre giorni in mare al largo della Libia. Partiamo la sera del 22 aprile. La mattina seguente mi sveglio all’alba, vado subito in plancia di comando e, mentre sgranocchio qualche biscotto, parlo con l’equipaggio. Mi mostrano sulla cartina il punto in qui è avvenuto il naufragio e mi spiegano che probabilmente la maggior parte delle persone morte si trovava all’interno della barca, chiusa dentro. Penso alle grida nel buio, spente dall’acqua che invade la stiva. Dopo alcune ore arriva una segnalazione dal comando, un aereo pattugliatore della Guardia costiera ha avvistato un barcone con più di cento persone a circa trenta miglia di distanza. Siamo i più vicini; prua verso il punto segnalato e motori avanti tutta.

Fino a questo momento c’è un clima piacevole e con l’equipaggio parliamo di motociclette, politica, sport. Sono tutti disponibili a rispondere alle mie curiosità sul loro lavoro e sulla nave su cui ci troviamo, sono proprio loro a volermi raccontare quello che fanno nel quasi totale silenzio dei media. Dopo la chiamata appena arrivata, però, in plancia regna il silenzio. Sono tutti concentrati e scrutano il mare che abbiamo davanti. Vedo le mascelle serrate e sguardi concentrati, io sono eccitato: c’era il rischio di stare fuori tre giorni e di non scattare nemmeno una foto. Dopo quasi due ore di navigazione arriviamo nella rotta calcolata per approssimazione incrociando la loro direzione e velocità con le nostre. Usando cannocchiali, la telecamera termica e anche semplicemente gli occhi si cerca un puntino nel mare, sperando che non sia troppo tardi. Ecco che finalmente ci sembra di vedere qualcosa. Ci avviciniamo per capire cosa sia: loro, sono loro. I finanzieri mettono in acqua un gommone che gli si avvicinerà, mentre noi manteniamo una certa distanza. Devono verificare come stanno le persone a bordo e spiegar loro come funzionerà la manovra di salita sulla nostra nave. Questa è la fase più delicata del salvataggio perché prese dal panico queste persone rischiano di farsi male e di finire in acqua senza saper nuotare.

Mentre si avvicinano, vediamo chiaramente che i migranti si alzano in piedi e iniziano a sbracciarsi per attirare la nostra attenzione, ma il personale sul gommone ha un microfono collegato con la nostra plancia: sento che urla ai migranti di rimanere seduti, perché se si alzano in piedi e spostano il peso da un lato, il loro gommone rischia di imbarcare acqua e affondare in pochi secondi. Iniziamo a questo punto la manovra di avvicinamento e mentre scatto le foto mi rendo conto di quanto sia precario e pericoloso il loro gommone. Lo definirei più una zattera con un tubolare attaccato intorno. La chiglia è formata da stecche di legno pressato attaccate tra loro con delle barre filettate. Il tutto è spinto da un motore di 40 cavalli che di solito si monta su gommoncini di massimo tre metri, che portano quattro persone. In questo caso l’imbarcazione è di circa dieci metri e trasporta un centinaio di persone.

L’equipaggio della nostra nave lancia due cime al loro gommone. Cime che vengono afferrate e tenute strette da tante mani. Inizia la manovra di salita sulla nave della Guardia di Finanza: prima le donne e i giovani, e poi i maschi adulti. Il rischio che questa manovra finisca in scene di panico è altissimo e ci si va vicino diverse volte, ma gli uomini dell’equipaggio sono bravi a far rispettare l’ordine senza far cadere nessuno in acqua. Ci sono ancora sette uomini da far salire quando arriva un’altra chiamata, c’è un altro gommone nella stessa situazione. Mi accorgo che semplicemente per aver strusciato il nostro scafo, il loro tubolare si è rotto e dopo che l’ultimo uomo è salito a bordo il loro gommone inizia ad affondare. Ma non c’è neanche il tempo di pensare: dobbiamo andare a soccorrere altre cento persone. Stesse scene e procedure. Anche questa volta appena terminata la manovra di salita, il loro gommone affonda. Stavolta però, salita l’ultima persona sul ponte della nave, scoppia un fragoroso e liberatorio applauso. Siamo tutti contenti, viene naturale a me e ad alcuni finanzieri scambiarci il cinque con alcuni dei migranti. Poi mi giro e scatto una foto che racconta quel momento. C’è chi bacia il ponte della nave che lo ha salvato, c’è chi alza le mani in segno di vittoria e chi le alza al cielo per ringraziare il proprio Dio e c’è poi chi, stremato, non riesce nemmeno ad alzarsi. Il personale di bordo usa guanti e mascherine e mi consigliano di fare lo stesso, ma non voglio. Voglio che tutti i miei sensi vivano quel momento al massimo delle loro possibilità. Ci sono alcune foto che non ho scattato perché ho preferito guardare quegli occhi con i miei occhi, senza passare dalla lente della macchina fotografica. In alcuni casi, semplicemente, ho preferito sorridere o ricambiare un sorriso, invece che fare uno scatto. Certe foto non scattate le porterò sempre con me, nessuno le vedrà mai. Quelle sono forse le mie foto migliori.

Alessandro Di Meo, fotografo ANSA, è l’autore della foto in copertina.

(estratto da Sotto un altro cielo a cura di Claudio Volpe)

Convinzioni forti e domande inquiete

in Eresie

Il tratto dominante del tempo presente sembra essere la velocità: la notizia prima di tutto e sopra tutto, il commento prima della ragionevole conoscenza del fatto, quello che accade oggi (ora!) che sovrasta e annulla quello che è accaduto poco, pochissimo tempo fa.
Improbabili surfisti, navighiamo su un mare di informazioni ma sempre meno ci interessa la profondità degli abissi. Tante notizie, poca conoscenza. Siamo sicuri che a forza di occuparci delle singole foglie non rischiamo di perdere di vista l’idea della foresta?

TodoModo.club nasce contro la tirannia della velocità. Non è l’elogio della lentezza, è la voglia di costruire un piccolo porto sicuro e accogliente sull’inattualità.
No, nessun atteggiamento passatista, per carità, nessun rimpianto del bel tempo che fu. Sappiamo bene che quando i mulini erano bianchi la gente moriva di fame, siamo ben consapevoli che la “cultura” del passato era di pochi e si abbeverava dell’ignoranza dei più. Dobbiamo essere ben consapevoli però che l’assenza di bussole, di categorie di riferimento, di conoscenza delle radici è fenomeno erosivo in atto.
TodoModo.club vuole essere spazio di riflessione, di ricostruzione, di memoria. Nella letteratura, nella politica, nel costume. Luogo svincolato dalla tirannia della cronaca.
TodoModo.club dichiara di volere essere “cronache del divenire”. Perché se è vero che tutto scorre, bisognerà pure occuparsi di come scorrono le cose?

Convinzioni forti e domande inquiete, il conoscere e la curiosità, la ragionevolezza e il ragionare: queste vorremmo fossero le linee guida di questo luogo.
Perché alla fin fine il problema dell’uomo è da sempre lo stesso: sapere e capire, per potere meglio agire e meglio vivere.
Noi – comunque – si parte.

Lillo Garlisi

Il quadro è ‘The singing butler’ di Jack Vettriano

Scrivere di mafia

in Politica & Società

Nando dalla Chiesa Un giorno Corrado Stajano mi disse che i libri sono come i fiumi. Vanno, si slargano in anse, sembrano placidamente immobili, eppure vanno, vanno e portano. Fino al mare. E mentre vanno irrigano. Era circa trent’anni fa. Mai metafora fu più indovinata. Quando incontro un giovane che mi racconta di avere trovato il tale mio libro nella libreria del padre o su una bancarella dell’usato, quando mi arriva una richiesta di intervista su un mio libro dalla Norvegia o ne trovo uno citato ripetutamente su una tesi di laurea in Belgio o in Francia, penso a Stajano, alla forza delle cose che si dicono senza pensarci, naturale distillato di saggezza, ma che nel più giovane si ficcano nel cervello e modificano le forme del pensiero. Già, come ci sarà arrivato fin lì quel libro vent’anni dopo la sua pubblicazione, senza una campagna pubblicitaria alle spalle, esemplare solitario e sconosciuto in viaggio per l’Europa?

La parola scritta si scava il suo alveo secondo modalità imprevedibili, a volte stupefacenti per le combinazioni umane di cui si avvale. In fondo se lo merita. Perché la scrittura è operazione diversa e più faticosa dall’orazione. La parola parlata può essere affascinante, può anche essere fissata in immagini memorabili e suggestive. Ma quel che rimane allora è un principio, un giudizio, una similitudine, anche folgoranti. Mentre il ragionamento che promuove e sospinge la capacità di pensiero sta nella scrittura.

E quando si parla di mafia c’è appunto bisogno di ragionare, di distendere il pensiero – certo, anche per farlo palpitare nell’attimo decisivo -, perché occorre misurarsi con le infinite sfumature dell’animo umano (“La mafia ci assomiglia” diceva Falcone), per descrivere con la santa pazienza dell’artigiano le differenze degli atteggiamenti e dei comportamenti: la connivenza, la convergenza, la compatibilità, la funzionalità, e non solo l’amatissima, scandalosa “complicità”. Se c’è argomento che non tollera semplificazioni questo è proprio il fenomeno mafioso. Scriverne, dunque, e non solo per i libri. Ma anche per sceneggiature (quella dei Cento passi è stata riscritta diciassette volte), per inchieste, per copioni teatrali, per rapporti istituzionali. Scriverne e scriverne bene. Usare un linguaggio ricco per non essere come i ragazzi a cui don Milani spiegava che ogni parola in meno nel loro bagaglio era un calcio nel sedere in più che avrebbero preso nella vita. Se dovessi spiegare a un ragazzo come ho potuto ribellarmi nella mia vita ai poteri che volevano costringermi a ingoiare la violenza e a recitare compuntamente la parte dell’orfano, gli direi così: perché ho avuto un maestro e delle professoresse che un giorno lontano mi hanno insegnato a scrivere.

Nando dalla Chiesa

Quella Sicilia, eternamente gattoparda

in Narrazioni/Riscoperte

Gaetano Savatteri – Le miniere di zolfo sono chiuse da mezzo secolo. I contadini sono emigrati, le campagne abbandonate. I bambini non vanno più a scuola con le scarpe sfondate, ma i ragazzi vanno a studiare fuori dalla Sicilia per non tornare mai più. Il panorama sociale raccontato sessant’anni fa da Leonardo Sciascia nelle Parrocchie di Regalpetra è scomparso per sempre: meno male, è giusto dire.

Ormai il testo di Sciascia pubblicato da Laterza nel 1956 è la fotografia di un fossile. È memoria, documento letterario importantissimo perché, come diceva lo stesso Sciascia, quel suo primo libro contiene tutti i temi e gli argomenti che lo scrittore di Racalmuto avrebbe affrontato nella sua opera successiva: “Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno: un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente”.

La casa editrice Laterza pubblicherà a breve la corrispondenza tra Leonardo Sciascia, allora misconosciuto maestro di scuola elementare e l’editore Vito Laterza, intercorsa prima e dopo la pubblicazione della Parrocchie. Un libro utile per capire i rapporti tra scrittore ed editore, per conoscere come nasceva un libro, attraverso quali riflessioni, fino alla felice individuazione di quel titolo, suggerito e scelto da Vito Laterza, che finì per trasformare la Racalmuto dove Sciascia era nato e cresciuto nella Regalpetra letteraria.

Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno: un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente

Regalpetra resterà quindi per sempre chiusa dentro quelle pagine. Ma anche il paese di Racalmuto spesso ha rischiato di rimanere intrappolato dentro la gabbia letteraria di Regalpetra. E questa, se si vuole, è una metafora dell’intera Sicilia. La Sicilia scompare, mentre restano e sopravvivono Regalpetra, Vigàta, Montelusa, Natàca, Donnafugata. La Sicilia appare ancorata alla lettura che grandi maestri ne hanno fatto. La Sicilia resta incatenata al gattopardismo del “tutto dove cambiare affinché nulla cambi”. Se fosse solo una proiezione letteraria, nessun problema: la questione, semmai, è voler continuare a interpretare la Sicilia di oggi con la scrittura, gli strumenti e lo sguardo di ieri.

Prendiamo, ad esempio, Regalpetra/Racalmuto. Ne parlo perché la conosco bene, vi sono cresciuto e qui affondano le mie radici. A metà degli anni Settanta, leggendo Le parrocchie, erano ancora rintracciabili gli elementi di continuità tra il presente e il libro di Sciascia che denunciava le condizioni di miseria di un paese siciliano. Alcuni protagonisti delle cronache sciasciane erano ancora vivi, il tempo si era mosso abbastanza lentamente nei vent’anni dalla pubblicazione.

Ma rileggerlo adesso, a sessant’anni di distanza, come ha fatto il paese di Racalmuto con affetto e sentimento nel maggio scorso, con vari capitoli affidati alla voce di uomini, donne e bambini che hanno declamato in pubblico interi capitoli del libro, negli stessi luoghi in cui sono ambientati – il circolo di conversazione, il palazzo municipale, la piazza, la scalinata di una chiesa – ecco, rileggendo adesso quel libro, appare siderale la distanza tra il passato e il presente. I ragazzini della scuola elementare che leggevano sul palco del teatro comunale le pagine di Sciascia sull’ignoranza, sulla povertà, sul bisogno di cui erano vittime alla loro età i loro nonni, i nostri nonni, erano invece ben vestiti, curati nel parlare, istruiti e non conoscevano la fame. A meno di voler dire che nulla è cambiato, a meno di non voler dimostrare che a distanza di sessant’anni questi bambini hanno i medesimi pensieri dei bambini del ’56 (“in fondo alla loro realtà di miseria e di rancore, lontani con i loro arruffati pensieri, i piccoli desideri di irraggiungibili cose”), a meno di non voler insistere che nulla mai si modifica, i bambini di Racalmuto oggi non sono più quelli di Regalpetra (e per fortuna).

Certo, esistono ancora molte cose che non vanno. Oggi Racalmuto è meno povera di sessant’anni fa, eppure è desertificata dall’emigrazione, economicamente stagnante, disperatamente immobile dentro una logica di sussistenza e sopravvivenza: un paese di molti vecchi, di pochissimi bambini, di pochi adulti produttivi e di tanti giovani in fuga.

Da quando è morto Sciascia, nel 1989, il paese ha conosciuto una terribile e sanguinosa guerra di mafia che all’inizio degli anni Novanta seminò venti morti in due anni, con due stragi consumate al centro del paese, la scomparsa misteriosa del capo dell’ufficio tecnico del Comune, l’emergere di un mafioso latitante che per un certo periodo venne indicato come il capo della Cosa Nostra della provincia di Agrigento, odi feroci tra gruppi familiari, lutti e galera, pentiti e processi, fino al punto che nel 2012 il consiglio comunale del paese di Sciascia – che per ironia della sorte, si era ribattezzato “il paese della ragione”, in nome e in omaggio allo scrittore – venne commissariato per mafia (storie e cronache che ho raccontato nel mio I ragazzi di Regalpetra, pubblicato da Melampo).

Quindi, se Racalmuto rispetto alla Regalpetra del 1956 ha conosciuto condizioni di benessere (sia pure minuto e spicciolo, ma sempre benessere) mai viste prima, ha dovuto attraversare anche la stagione forse più cupa e tragica della sua vita sociale. Tutto questo, credo, che nella vita di una comunità abbia peso, conseguenze e finisce per modificarne il suo paesaggio umano.

Eppure nella visione letteraria di Racalmuto/Regalpetra (e questo vale anche per la Sicilia tutta o per buona parte di essa) tutto questo sembra non esistere né valere. L’altro giorno ho finito di leggere il bellissimo libro di Massimo Onofri Passaggio in Sicilia, pubblicato da Giunti: un viaggio sentimentale e letterario, un ritorno in Sicilia, scritto dal critico letterario che forse meglio di tutti ha raccontato Leonardo Sciascia e che ha raccontato anche la formazione dell’immagine della mafia attraverso la letteratura scritta in Sicilia e sulla Sicilia.

Arrivato a Racalmuto, nella Racalmuto di oggi, Onofri percorre il suo itinerario sulle tracce di Sciascia, ricordando che c’era stato per la prima volta nel 1994. Onofri, come dimostrano i suoi libri, sa benissimo chi è Sciascia e altrettanto bene sa cos’è la mafia. Eppure in quel suo capitolo “Un sogno fatto a Racalmuto” (attenzione: non a Regalpetra, cioè nel luogo letterario, ma a Racalmuto, quindi nel luogo reale) Racalmuto sfuma sullo sfondo. L’immagine di Regalpetra, della Regalpetra di Sciascia, prende il sopravvento. Non c’è la piazza deserta, popolata solo da alcuni anziani. Non ci sono i nuovi quartieri di edilizia residenziale. Non c’è il ricordo recente di una mafia spietata. Non c’è il centro storico con le case chiuse per sempre. Il paesaggio si arresta sull’orlo della “campagna riarsa e ancora tarlata dalle vecchie e ormai dimesse zolfare che, un tempo non lontanissimo, avevano illuso quanto a un futuro prospero di sviluppo”.

E poi? C’è il percorso della memoria: la sede della Fondazione Sciascia con la sua collezione di stampe, il bel teatro Regina Margherita, la visita alla casa della contrada Noce dove Sciascia scrisse quasi tutti i suoi libri, la statua di bronzo di Leonardo Sciascia ad altezza naturale, realizzata dallo scultore Giuseppe Agnello e collocata sul marciapiede vicino al Circolo Unione. Tutto qui. Certo, è tanto. D’altra parte Onofri dichiara che il suo è un viaggio interiore in questa forma di guida-romanzo, narrazione tra libri, nostalgie e ricordi. Sotto questo aspetto Onofri è coerente: viaggia per la Sicilia attraverso gli autori che ha amato e ama.

Ma, messo da parte il libro di Onofri, per chi, come me, conosce Racalmuto e la Sicilia, per chi la soffre come me e come molti altri siciliani, per chi la vive con rabbia e amore, con indignazione e frustrazione, si spalanca una domanda: Racalmuto è questa? È la città natale di un grande scrittore e nulla di più? La Sicilia è questa? Certo, Onofri non sarebbe mai venuto a Racalmuto se non fosse diventata Regalpetra. Ma in quel paese, come in tutta la Sicilia, dietro le grandi metafore letterarie esistono luoghi e città popolati di uomini, donne, famiglie. In Sicilia ci sono oltre cinque milioni di persone in carne e ossa consapevoli di avere la fortuna di vivere dentro un’isola letteraria, addirittura orgogliosi di farne parte, ma allo stesso tempo divorati da nuovi bisogni, nuove miserie, ma pure nuove speranze e diversi orizzonti.

È possibile continuare ad usare sempre e soltanto la cassetta degli attrezzi di Tomasi di Lampedusa, di Verga, di Sciascia per leggere la Sicilia di oggi?

È possibile cercare di decrittare la Sicilia, il suo mistero o il suo fascino, facendo ricorso alla sua dimensione letteraria? È possibile continuare ad usare sempre e soltanto la cassetta degli attrezzi di Tomasi di Lampedusa, di Verga, di Sciascia per leggere la Sicilia di oggi? Forse questa è un’ossessione molto siciliana. Forse è il rifugio in un passato consolatorio perché passato. Un tempo in cui anche la miseria e le scarpe sfondate dei bambini di Regalpetra assumono oggi il sapore della malinconia e della dolcezza.

Quando vado in giro per la Sicilia c’è sempre un professore, un politico o un giornalista che per spiegare la Sicilia – quella di oggi – tira in ballo Pirandello, De Roberto o Brancati (l’ho fatto e lo faccio anch’io, ovvio). Ma confesso che non mi è mai capitato di sentir citare Manzoni per descrivere la Milano degli anni Duemila e neppure quella da bere degli anni Ottanta. E a Roma nessuno, tranne i turisti americani, crede più che in via Veneto ci sia ancora la Dolce Vita di Federico Fellini e che Roma sia ancora quella dei paparazzi.

Ma la Sicilia è irredimibile, si sa. E non cambia mai. Lo diceva Aimone Chevalley, lo diceva Tomasi di Lampedusa, lo diceva anche Sciascia. Se lo hanno detto loro vuol dire che è così. E se invece le cose sono diverse, la spiegazione è semplice: è la realtà testarda che si ostina a non volersi rassegnare all’evidenza della letteratura.

Gaetano Savatteri

La foto è di Massimo Minglino

Piombo su Milano

in Eventi

Il 20 settembre allo Spazio Melampo Gianluca Ferraris, Pierfrancesco Majorino, Eva Massari, Lillo Garlisi e Franco Vanni hanno presentato il nuovo Calibro 9.

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